Gli Elfi

Su The Miracle è possibile interpretare tre razze d’elfo: I Quenya, i Sindar o i Teleri. Il popolo elfico ha una storia molto antica ed esistono tanti punti in comune tra le tre stirpi elfiche. Di seguito potrai approfondire la storia e gli usi della singola stirpe, e trovare approfondimenti sugli elfi in generale.

quenya

Quenya

Aspetto: possiedono un fisico molto slanciato e la pelle lunare. I loro lineamenti sono delicati ed i volti appuntiti. Il nucleo originario aveva i capelli color dell’oro, o di un biondo molto chiaro, ma con lo scorrere dei millenni le poche eccezioni sono aumentate largamente così che oggi è facile trovare anche Quenya dai capelli corvini o castani. Le iridi degli occhi sono per lo più azzurre, blu intenso o verdi. I Quenya amano gli ampi vestiti tessuti in materiali leggeri e ricercati, con ricami raffinati e decorazioni tipiche della cultura artistica della razza. Appaiono sempre eleganti, le femmine aggraziate nei movimenti, i maschi molto misurati e pacati. La lingua parlata è il Quenya, una derivazione dell’elfico più antico, ricca di aggettivi e sostantivi, che seppur armoniosa, ha perso in musicalità per favorire l’inserimento di molti neologismi.

Linea ruolistica: i Quenya, o Elfi Alti, data la loro lunga vita che li obbliga ad osservare lo scorrere di molte ere, hanno un atteggiamento distaccato, al di sopra degli eventi, e nelle loro decisioni danno molta più importanza alle conseguenze a lungo termine, piuttosto che in quelle immediate. Per questo motivo possono apparire a volte, a chi vive pensando sempre all’immediato, impietosi o stolti. Tuttavia sono in realtà molto saggi e i consigli dei loro sapienti sono ricercati e rispettati da tutti. Non è raro trovare un Quenya immerso nel silenzio più assoluto, assorto nello studio o nella preghiera. La spiritualità caratterizza anche la vita di quegli elfi che hanno deciso di consacrare la propria esistenza all’uso delle armi: essi infatti mai incrociano le spade o versano sangue senza una valida ragione e sempre hanno rispetto di un nemico che si è battuto lealmente. Le attività produttive più diffuse sono l’alchimia e la lavorazione del ferro, largamente favorita del gran numero di miniere scavate nelle viscere dei monti che circondano Ondolinde. Ampio spazio è dato a tutte le forme di arte.

Città di appartenenza: Valinor.

Regni: il Quenya è selezionabile esclusivamente a Valinor. Eventuali situazioni particolari saranno da sottoporre preventivamente allo Staff.

Religione: la divinità principale dei Quenya è la Dea della Luce Beltaine, madre e protettrice della città di Ondolinde. Earlann dio della Saggezza e delle arti è tenuto in grande considerazione. Particolare è il rapporto con Morrigan, per via dell’antica arte magica quenya e Suldanas, padre e cacciatore.

sindar

Aspetto: leggermente più bassi rispetto ai Quenya, ma decisamente più agili, gli Elfi delle foreste o Sindar, si sono adattati perfettamente all’ambiente in cui vivono: i boschi. La loro pelle è meno chiara e non risplende alla luce, cosa che, assieme alle vesti grigie, gli permette di mimetizzarsi. Preferiscono abiti più semplici e comodi rispetto ai Quenya. I loro occhi sono in prevalenza marroni o neri e i capelli castano chiaro. Il Sindarin, la lingua dei Sindar, è la lingua più melodiosa che esista, quasi come un canto che gli elfi silvani amano in modo viscerale.

Linea Ruolistica: La società Sindar è caratterizzata da un forte spirito di amicizia e una grande coesione tra i membri, che parifica i rapporti anche tra elfi di diverso rango. Sono molto rispettosi della Natura, con la quale vivono in simbiosi perfetta: essi infatti si considerano parte di essa e viceversa, perciò la proteggono in ogni modo. Sono perfettamente a loro agio nel loro ambiente naturale, ed è quasi impossibile vederli, se non lo desiderano, mentre si spostano in una foresta. L’ideale che i silvani sentono più forte è il senso di collettività elfica, che pur rendendoli molto legati alla loro stirpe, li allontana dal resto d’Ardania. Hanno un carattere generalmente allegro e amano i banchetti. Adorano ascoltare gli inimitabili canti epici che rievocano le imprese eroiche compiute dagli antenati in tempi remoti, tuttavia, se risvegliata, la loro collera è grande come una possente tempesta e la loro vendetta implacabile e duratura. Fra la gente comune, i mestieri più diffusi sono l’intagliatore d’archi e l’addestratore di animali, favoriti da una vita in simbiosi con la Foresta del Doriath.

Città di appartenenza: Valinor.

Regni: il Sindar è selezionabile esclusivamente a Valinor. Eventuali situazioni particolari saranno da sottoporre preventivamente allo Staff.

Religione: Suldanas è il dio protettore dei Sindar, il Dio della Vendetta e della Caccia, ma anche Beltaine, dea delle Foreste, è assai riverita.

 

telero

Aspetto: I Teleri discendono dai Quenya di Ondolinde, anche se, vivendo nella città tramite tra il continente elfico e quello umano, Rotiniel, hanno variato molte delle caratteristiche proprie degli elfi alti. Restano i tratti fisici, come la figura slanciata e i lineamenti appuntiti (con capelli spesso rossi o castani invece di biondi), ma i modi e le usanze, seppur di base Quenya, hanno subito una importante influenza dalle culture umane dando origine ad una nuova ed originale comunità elfica. Le vesti sono un misto di elfico tradizionale e non, spesso simili a quelle umane, così come la parlata si è sviluppata perdendo molta della sua musicalità ma arricchendosi di parole di altre lingue.

Linea ruolistica: i Teleri sono elfi dalla mentalità aperta, molto più delle altri stirpi, che hanno ripensato il vivere elfico in un modo che spesso privilegia un vivace commercio alle tradizionali ricerche metafisiche o all’amore per la natura (che comunque permane, particolarmente verso il mare che questi elfi adorano). Nonostante possano sembrare distanti dalle antiche tradizioni, nei momenti in cui la Collettività elfica è in pericolo, i Teleri non esitano a muoversi al suo fianco in memoria del comune e antico retaggio, e nel loro cuore brilla la fiamma della Luce di Beltaine: una scintilla indistruttibile, seppur meno visibile degli altri elfi, del modo di vivere e di pensare elfico. La società, pur avendo ancora una forte radice elfica, è meno conservatrice ed è sviluppata sotto alcuni aspetti alla maniera umana: tale propensione si rispecchia architettonicamente a Rotiniel, dove troviamo costruzioni in pietra scura, massicce e imponenti. La tolleranza tipica della loro comunità ha permesso ai Teleri di unire la raffinata cultura elfica all’apertura verso il resto d’Ardania. I mestieri principali sono ovviamente la pesca e la carpenteria navale, essendo Rotiniel città portuale, e la lavorazione delle preziose stoffe provenienti dall’estero, anche se si può trovare praticamente di tutto nei mercati cittadini.

Città di appartenenza: Rotiniel, la Perla.

Regni: il Telero è da giocarsi a Rotiniel. Eventuali situazioni particolari saranno da sottoporre preventivamente allo Staff.

Religione: le divinità di Rotiniel sono Earlann, protettore delle acque, e Morrigan, Dea della Magia.

 

Per altre informazioni: Ardania Timeline

Ai primordi di tutte le ere gli elfi furono i primi a posare i piedi su Ardania. Quando soltanto loro erano in grado di costruire regni, si racconta che tutto era posseduto dagli elfi e che gli stessi elfi fossero posseduti dal tutto. Si narra che i primi elfi, vicini agli dei come figli ai padri, riuscissero a parlare con le piante e con tutte le creature e che fossero capaci di straordinari prodigi magici, ad oggi incredibili ed inimmaginabili. Tutte queste però sono storie, che come tutti, anche io ho sentito da bambina e come tutti racconto ora da anziana ai miei stessi discendenti. Nella realtà nulla si ricorda di quei giorni, poiché tutta la storia elfica anteriore a 3500 anni fa fu cancellata dai Decadenti. Per comprendere come questo è potuto succedere, bisogna conoscere una nozione storica che non è andata perduta. In ogni regno ed in ogni epoca, due grandi fazioni politiche dominavano la scena popolare nei regni, quella dei Decadenti e quella degli Imperialisti.

I Decadenti predicavano l’avvento delle nuove razze, la morte degli dei elfici e l’estinzione della stessa razza elfica. Loro quindi erano assolutamente disposti al patteggiamento ed al ritiro interiore, lasciando spazio a tutte le altre creature che loro stessi si sentivano spinti ad aiutare a crescere. Gli Imperialisti al contrario erano fautori del dominio elfico. La tecnologia progredita e la forza della conoscenza, sia magica che culturale, dovevano bastare a dimostrare che gli elfi dovevano guidare le altre razze e sottomettere quelle che non si piegassero al loro volere. Questo nonostante gli dei non si mostrassero loro da molti millenni. Le due fazioni hanno sempre potuto vantare elementi di notevole rilevanza, e la loro caratteristica ispirazione cospiratoria le portava a piazzare pedine importanti nei governi o nelle istituzioni, per far trionfare la loro causa. Per quel poco che si possa tramandare, anche se non si posseggono più prove storiche inoppugnabili, i cicli storici degli imperi elfici sono stati sempre condotti da queste potenti logge. Al momento attuale gli storici sono riusciti a focalizzare due fasi importanti della storia prima del “falò senza luce”. Dopo il grande esodo in quelle che sono le attuali terre che il nostro popolo può rivendicare, gli Imperialisti erano riusciti a portare al potere alcune loro sedicenti pedine. Questo portò un’epoca di irrigidimento del sistema sociale e di dominazione coloniale delle terre umane. Nella posizione dove risiede l’attuale città umana di Hammerheim, vi era difatti l’ultima città elfica che la storia ricordi nel continente umano.

Questa era retta da potenti generali, che con un esercito permanente si garantivano il rispetto degli umani e delle altre razze inferiori, con la pressione della loro supremazia militare. Il periodo di dominio durò per almeno 1500 anni (così si può ricordare) e gli Imperialisti videro illuminarsi un avvenire che portava verso la dominazione della razza elfica, secondo i dettami dei loro insegnamenti. L’educazione nelle scuole cambiò in questi termini ed anche il complesso profilo della razza elfica edificò nuove basi. Tutti e tre gli stipiti elfici si unirono nuovamente in un nuovo fiorente impero, dominato dal Consiglio dei Cinque (del quale tratterò in seguito). Nonostante la schiacciante supremazia del pensiero Imperialista, i Decadenti lavorarono nel più completo silenzio per far accadere la più grande rivoluzione culturale della storia elfica. Mentre gli Imperialisti erano occupati con l’immane lavoro sulle strutture militari e sul cambiamento dell’ottica sociale, loro si dedicavano ad infiltrare loro teste di ponte nelle strutture che controllavano il tessuto culturale del paese. Riuscirono poi, dopo diverse centinaia di anni, ad avere basi di potere in quasi tutti gli istituti culturali dei regni elfici e soprattutto all’interno dell’Ordine dell’Antica via, unico a possedere da millenni gli arcani segreti dell’antica magia elfica.

Non si sa precisamente cosa avvenne successivamente al periodo Imperiale, ma tutta la conoscenza di quei tempi è racchiusa all’interno di un periodo che viene per comodità chiamato l’era del “falò senza luce”. In quest’epoca (circa dal – 2500 al – 1180 del nuovo calendario) ci fu un processo di oblio della storia elfica, una distruzione degli antichi artefatti e la progettazione della distruzione dell’Ordine dell’Antica Via, avvenuta al termine di questo periodo. Gli uomini piazzati dai Decadenti, aiutati dai loro uomini presenti nell’Ordine dell’Antica via e dai loro incantesimi, strutturarono un processo sequenzialeche distruggesse la maggior parte della conoscenza dell’Antico popolo, così da portarli in una condizione inferiore a quella delle altre razze, favorendo l’estinzione dell’intera popolazione. Il tutto fu fatto con tanta lentezza e cura che gli Imperialisti si resero conto di questo troppo tardi. L’immane proporzione del lavoro rendeva inimmaginabile questo tipo di atto, ma allo stesso tempo questo atto era troppo grande per passare inosservato. Dai pochi frammenti di storia raccolti, sembra esserci stata, intorno all’anno – 1180 del nuovo calendario, una terribile battaglia nella colonia presente nel territorio umano. Durante gli anni di guerra, i libri e gli oggetti sui quali erano stati veicolati i propositi dei Decadenti, in tempi assolutamente casuali (all’apparenza) divampavano in un fuoco nero senza calore o luce e si riducevano in cenere. Milioni di volumi e di oggetti, in ogni luogo di ogni regno, diventavano cenere ogni giorno. Nel giro di una settimana tutta la storia elfica ed alcune delle più avanzate conoscenze, rese ancor più perfette dai millenni di utilizzo accurato, trovavano ormai residenza soltanto nelle menti degli addetti ai lavori. Gli Imperialisti allora si mossero in forze e, nonostante la battaglia infuriasse nel continente umano, ritirarono tutte le loro truppe tranne alcuni arceri ed i maghi dell’Ordine dell’antica via, dai combattimenti. Sacrificarono quindi le colonie in favore dell’assetto interno che rischiava di portarli alla rovina. Per quanto il danno fu di una gravità assoluta, gli Imperialisti riuscirono a fermare i Decadenti prima che questi riuscissero a distruggere le tracce della cultura elfica e le riserve alimentari dell’impero. Ci fu un ventennio di repressione, dove vennero processati ed uccisi tutti i Decadenti che si riuscirono a trovare.

C’e da dire che molti si uccisero, proprio perché custodivano del sapere e commisero prima di farlo atti terribili. Un fatto documentato è “la strage di Mezzodern”. Da un diario ritrovato e stimato come autentico si può leggere come nell’istituto di tessitoria magica Mezzodern, il maestro Gorglaj uccise tutti i suoi colleghi ed allievi tramite l’utilizzo di potenti magie, prima di sopprimere se stesso nel rogo dello stesso istituto. In questo solo caso, si ha la documentazione fattiva di come un’arte (la tessitoria magica) sia andata perduta. Dopo che l’Impero aveva restaurato il suo ordine, tornarono dalle colonie vincitori e vinti nello stesso tempo, i pochissimi sopravvissuti dell’ordine dell’Antica via. In circostanze ancora non chiare, questi si spensero uno ad uno senza insegnare la loro arte ad altri (si sospetta fortemente che i sopravvissuti fossero elementi Decadenti, ma nessuno oserebbe profanare la loro memoria con questo insulto senza prove). La perdita della più importante scuola per tradizione e potere, all’interno della società elfica, sconvolse la popolazione già provata dai fallimenti dell’impero. Molti cominciarono a credere ai precetti dei Decadenti. La colonia era persa, la storia era persa, come la stessa Antica via. La magia degli elfi era ormai come quella degli umani ed anche parecchi mestieri non differivano di molto. Il pensiero imperialista cominciò a sfaldarsi ed i nuovi Decadenti cominciarono a cambiare il pensiero collettivo, inserendosi nel tessuto scolastico ed educazionale come i loro predecessori avevano fatto. Nel periodo chiamato “della ristrutturazione”, però, sia gli Imperialisti che i Decadenti non avevano più la forza motrice di un tempo, e così si venne a creare la base della cultura che viene ora chiamata “illuminata”. L’Imperialismo ed il Decadentismo sono correnti che sembrano comunque molto presenti (con diverse sfumature chiaramente) all’interno della struttura politica elfica, ma a queste si è aggiunta nell’ultimo millennio la setta degli “Illuminati”. Questa setta professa un pensiero mutevole, molto simile a quello umano, che tende ad eliminare gli estremi. Gli Illuminati appaiono più vicini alla setta degli Imperialisti che a quella dei Decadenti, ma a differenza di loro non hanno un pensiero espansionista. Mirano invece a consolidare i rapporti interni e se possibile tendono a non comunicare con le altre razze se non espressamente necessario. Credono alla differenziazione degli stipiti elfici e non sottovalutano affatto le altre razze dalle quali tentano di isolarsi. E’ chiaro che non si può racchiudere in poche righe un pensiero sviluppatosi in millenni di storia, ma questa non vuole essere una trattazione esaustiva di questi argomenti. Vuole esserne soltanto un accenno.

Come accennato in precedenza parlerò ora del Consiglio dei 5. E’ chiamato in questo modo l’organo di base della struttura politica elfica. Ogni città storicamente è stata retta da un consiglio di 5 membri, che rappresentino equamente il pensiero della collettività. Al consiglio siedono il Re, la Regina, il capo della congregazione religiosa più importante, il delegato del Re per la politica economica ed infine il delegato del re per i rapporti diplomatici. Al consiglio dei 5 si unisce poi ogni anno un cittadino scelto con sistemi casuali, chiamato “6° invitato”, che rappresenta in maniera diretta il popolo. Nella storia si ricordano alcuni emeriti “sesti invitati”, che sono riusciti a portare molto beneficio ad un determinato anno di reggenza. Un anno nella lunga vita degli elfi non è molto e venire ricordati per questo tipo di beneficio arrecato alla popolazione è uno dei più grandi meriti che si possono ottenere. Per le decisioni più importanti, riguardanti non soltanto una singola città ma la totalità delle popolazioni elfiche, è competente il Consiglio dei Millenari. Ci sono soltanto tre vincoli per essere accolto nel consiglio dei millenari: aver fatto parte del consiglio dei 5 di qualche città, anche come “6° invitato”; aver compiuto mille ed un anno (si deve presentare valida documentazione anagrafica); ed infine essere di razza elfica. Il consiglio dei millenari è noto per la lungaggine delle sue decisioni, che hanno la particolarità di non dover essere prese per forza. La decisione viene presa soltanto se al 95% dei presenti la decisione risulta valida. Al consiglio possono partecipare difatti moltissime persone.

Si ricorda nel – 812 dal nuovo calendario un consiglio di 2439 elfi, che decise in 144 anni la necessaria bonifica della zona di Ilkarin dalle paludi che infestavano il luogo, per aprire una nuova via commerciale sicura. Il tutto è storicamente dimostrato dagli archivi del paese, nato appunto dalle prime case costruite in quella zona da chi lavorava alla bonifica. Ora il ridente centro commerciale può vantare il diritto di essere il più grande paese del continente elfico. Il ricorso al consiglio dei millenari è oramai caduto in disuso. L’ultima decisione presa dal consiglio risale appunto all’anno dell’approvazione del nuovo calendario elfico (che fu approvato da questo concilio stesso). Sono quindi diverse centinaia di anni che questo consiglio non viene convocato, ma se si dovesse mai convocare di nuovo, le modalità sarebbero quelle dei nostri avi: uno dei Re delle città che ne senta il bisogno (per valide ragioni che influenzano tutti i fratelli), manda i suoi araldi dagli altri Re. Tutti gli altri Re inviano poi i loro araldi in ogni parte del continente elfico a dare l’avviso del giorno e del luogo dove si terrà la prima seduta del consiglio. In genere il posto è la città più grande, in grado di ospitare anche migliaia di persone per prolungati periodi di tempo. E’ sottinteso nella descrizione del consiglio stesso, quale è la struttura gerarchica della politica elfica. E’ usanza che ogni città scelga un Re. Il Re viene democraticamente eletto con votazione presso la sede reale, ogni volta che viene a mancare il Re precedente. Al nuovo Re viene dato un periodo di tempo di un anno per insediarsi e sostituire le cariche che il re può eleggere con elementi di suo favore, allontanando gli elementi precedenti. In questo senso, varieranno quindi anche alcuni elementi del consiglio. Spiegare quanto sopra a chi non è elfo è molto difficile, poiché vi è ignoranza soprattutto tra gli umani, della coesione della società elfica e della suo sentimento di appartenenza alla razza.

Si può parlare addirittura di fratellanza elfica. Ma noi la chiamiamo collettività e ne tratterò in seguito in maniera migliore. Comunque venga chiamato questo tipo di legame, si può notare che il comportamento degli elfi soprattutto riguardo le istituzioni è di indubbia fiducia. Per questo non c’è pericolo di brogli durante le elezioni (che vengono comunque controllate tramite appositi meccanismi amministrativi) oppure non si teme che in un consiglio dei millenari si possa creare caos anche con interventi di 1000 persone ed oltre. L’educazione e l’impronta caratteriale degli elfi è tale che essi apprendano il controllo ed il calcolo dei tempi di reazione fin dalla più tenera età. Questo è basilare per pensare di vivere serenamente una vita incredibilmente lunga secondo il pensiero della collettività.

Dopo questo preambolo sulla politica e sulla sparizione della storia (fino ai tempi del nuovo calendario), ecco quello che si è riuscito a ricostruire tramite le documentazioni scampate al periodo dei “Falò senza luce”.

 

Le leggende fanno risalire la nascita degli elfi all’alba del mondo, quando Beltaine, con le proprie lacrime, diede vita ai suoi figli prediletti. Secoli, millenni prima dell’avvento di qualsiasi altra razza, gli elfi popolavano in pace e armonia le foreste dell’Hildoriath. La società elfica era inizialmente strutturata in tante piccole Casate, corrispondenti approssimativamente ad una o due Dinastie famigliari. Ma con il lento e tuttavia inesorabile moltiplicarsi dei figli di Beltaine, la situazione era destinata a cambiare. Alcune Casate si unirono tra loro, altre rimasero prive di discendenza e si persero nel tempo. La tradizione narra di tre grandi stirpi di elfi, che si imposero per importanza su tutte le altre, tre Casate che con i secoli andarono acquistando autonomia e peculiarità proprie. I nomi con i quali venivano chiamate erano e sono “Quenya”, “Sindar” e “Drow”.

A guidare la ormai numerosa comunità elfica vi erano un Re ed una Regina. La loro autorità era riconosciuta per volontà divina e rispettata da tutti gli elfi. Quanti siano stati i Re e le Regine che si succedettero sul trono dell’Hildoriath non è noto, e i nomi degli appartenenti alla gloriosa stirpe dei Re furono poi dimenticati. Il governo della comunità era costituito da un Consiglio di Anziani, cui partecipavano i rappresentanti delle Tre Casate, e che era presieduto dal Re e dalla Regina. La vita degli elfi era serena e senza preoccupazioni. Un intero continente, l’Hildoriath, era a loro disposizione, e non vi era pericolo o nemico che potesse minacciarli. Così, in pacifico isolamento e imperturbabile armonia, trascorsero i primi lunghi millenni.

Vi era poi una quarta stirpe, di cui gli Antichi Scritti poco parlano, se non in modo vago e sfuggente. Essi venivano chiamati “Ghauna”, gli “imperfetti”, o “reietti” anche. Accadeva infatti che, a intervalli di molte stagioni, venissero alla luce neonati con varie malformazioni. Essi venivano spesso ripudiati, ma tuttavia lasciati vivere e crescere nella comunità. L’infanticidio, d’altra parte, è visto sin dagli albori della civiltà elfica come un inconcepibile atto sacrilego. Nessuno sa per quali ragioni tali creature furono partorite, si ipotizza che potessero essere il frutto di unioni innaturali fra membri della stessa Dinastia, ma sono solo ipotesi.

Quel che è certo è che i “Ghauna” presentavano tutti le medesime caratteristiche: menomati mentalmente, incapaci di apprendere i rudimenti dell’Antica Scienza, incredibilmente goffi e sgraziati, e tuttavia molto più forti e robusti dei loro consanguinei. Fu per questa ragione che la Casata Drow per prima, poi seguita anche da Quenya e Sindar, cominciò ad utilizzarli come manovalanza. In pochi secoli i Ghauna cominciarono ad unirsi e riprodursi tra loro, divenendo sempre più numerosi e “diversi” dai loro padroni. Il Re e la Regina non vedevano di buon occhio il proliferare di quegli “elfi venuti male”, ma erano ben consapevoli che una loro presa di posizione in questo senso avrebbe portato ad uno scontro con le Casate, il cui potere già grande e andava crescendo.

Ormai i Ghauna erano infatti utilizzati per compiere qualsiasi lavoro pesante fosse necessario alle Tre Casate, che in cambio garantivano loro la sopravvivenza. I Ghauna non avevano naturalmente alcuna rappresentanza in Consiglio e nonostante le loro condizioni di vita fossero nella maggior parte dei casi miserabili, era tale il timore che essi nutrivano per i loro “padroni” elfi, che non osavano ribellarsi. Ma una notte accadde un evento straordinario e terribile. Era il tempo di Re Feonwe e la dolce Aetheldore, sua Regina, i quali regnavano ormai da diversi secoli in pace e con saggezza. Ebbene ella partorì un figlio e alla gioia iniziale di entrambi i regnanti, subentrò l’orrore, quando il Re vide il neonato.

Non c’era dubbio: era un Ghauna, un imperfetto. Nessuno a corte ebbe il tempo o la volontà di indagare sulla causa di un evento tanto incredibile, poiché si preferì mettere subito a tacere il fatto. La Regina ripudiò suo figlio e il Re diffuse la notizia che il neonato fosse morto. Seguirono alcuni mesi di lutto in tutta la comunità e poi non se ne parlò più.

Il figlio reietto della coppia di regnanti fu adottato dalla comunità dei Ghauna, che riconobbero in lui un loro simile. Nessuno sapeva da dove egli provenisse, e nessuno se lo chiedeva poiché spesso gli “imperfetti” venivano trovati abbandonati nei boschi e raramente se ne scoprivano i genitori. Il giovane reietto cresceva sano, forte ed eccezionalmente intelligente per essere un Ghauna. Fu così che gli fu dato il nome di Ghaunadaur, che nella lingua degli “imperfetti” (una sorta di elfico distorto e semplificato) significava “il migliore fra i Ghauna”. Sin da giovane Ghaunadaur cominciò a spargere tra i suoi simili voci di una terra promessa per la loro razza, a Ovest oltre il mare. Una razza creata dagli dei – lui diceva – per dominare, e non per essere schiava. Così si diffuse tra i Ghauna il Culto dell’Ovest, come venne chiamato, e tra loro cresceva sempre più il malcontento e la frustrazione, mentre Ghaunadaur veniva riconosciuto tra loro come guida indiscussa.

La rabbia di Ghaunadaur e del suo popolo era tanta e tale che era ormai divenuta incontenibile. In una notte senza luna, dopo molte stagioni di segreti ma febbrili preparativi, Ghaunadaur guidò l’insurrezione dei reietti contro gli odiati padroni. Gli elfi non erano abituati a combattere, non conoscevano la guerra e i campi di battaglia, e questo fu loro fatale. Molti elfi perirono, trucidati nel sonno o nel vano tentativo di difendersi, femmine e bambini non furono risparmiati: torrenti di sangue, per la prima volta nella sua millenaria storia, solcarono l’Hildoriath. Ma la conoscenza delle Arti Arcane era nei Figli prediletti di Beltaine molto più profonda e terribile di quanto Ghaunadaur potesse immaginare. Tutto l’Hildoriath corse in aiuto dei suoi Signori, dai volatili alle fiere, dai più piccoli animali fino ai più antichi e giganteschi, il Vento, il Cielo e la Terra stessi.

Le Tre Casate unite come non mai combatterono strenuamente e in un unico, possente impeto d’orgoglio, la rivolta fu sedata. Molti reietti furono uccisi, e Ghaunadaur cadde gravemente ferito. Solo allora le Tre Casate si resero conto dell’errore compiuto e si pentirono. I Drow proposero di uccidere tutti gli imperfetti ed eliminare così per sempre il frutto dei loro errori, ma le altre due Casate, così come il Re e la Regina, provarono pena e compassione per quelli che erano, in fondo, pur sempre dei loro figli. Così i Ghauna vennero esiliati dall’Hildoriath e gli fu intimato di non farvi mai più ritorno, pena la morte. Ghaunadaur radunò tutto il suo popolo sulle sponde occidentali; lì fece costruire un grande flotta di rudimentali imbarcazioni, grandi zattere cariche di provviste. Fino a che, quando tutto fu pronto, i reietti si imbarcarono e Ghaunadaur lì guidò attraverso il mare ad Ovest, verso una terra in cui “vivere da liberi e padroni”, come spesso diceva. E degli “imperfetti” nulla si seppe più per molti e molti secoli…

Dall’Ovest non giunsero più notizie e la pace e la serenità di un tempo sembravano tornate a regnare nell’Hildoriath. D’altra parte gli elfi tutti avevano ora altro a cui pensare: i regnanti si avviavano ormai verso la vecchiaia senza aver ancora generato un erede. La questione della successione era tanto più delicata poiché era ben chiaro a tutti che in mancanza di un erede si sarebbe scatenata una lotta per il trono più o meno aperta fra le Tre Casate. Per grazia degli dei, dopo pochi anni, questa terribile eventualità fu scongiurata: la Regina partorì un erede e fu chiamato Thorondil, Principe dell’Hildoriath. Vi furono grandi e sontuosi festeggiamenti che si prolungarono per molti mesi. Con il passare dei decenni Thorondil cresceva forte, sapiente e determinato.

La luce di Beltaine splendeva forte nei suoi occhi e il suo braccio pareva guidato da Suldanas stesso. Perciò, pur essendo Thorondil ancora giovane, nessuno si stupì quando, poco più di un secolo dopo, Re Feonwe annuciò che avrebbe presto abdicato in favore del figlio. Il giorno dell’incoronazione tutto era pronto, e l’atmosfera solenne. Gli elfi di ogni stirpe erano accorsi da ogni regione dell’Hildoriath per assistere all’evento.

Tale era l’attesa e l’emozione per un avvenimento tanto straordinario, che ogni altra occupazione o ufficio passò in secondo piano. E così, in quel brumoso mattino di Orifoglia, nessuna sentinella si trovava a pattugliare la costa occidentale. Nessuna sentinella poteva vedere le centinaia di grandi zattere che ad una ad una si ammassavano sulle coste dell’Hildoriath… La cerimonia era già iniziata quando un gruppo di sentinelle lanciò l’allarme. Ma era troppo tardi. La prima ondata fu preceduta dal cupo e cadenzato martellare di tamburi, che si faceva sempre più forte, sempre più veloce. Poi migliaia di orribili creature dalla pelle verde sciamarono tra gli alberi del Doriath abbattendo qualsiasi cosa al loro passaggio. Era giunta l’Orda degli Orchi. E al centro di tutti loro, grande e terribile sul dorso di un imponente lupo nero, Ghaunadaur spronava i suoi orchi alla battaglia. Nessuno tra gli antichi figli dell’Hildoriath, ebbe il tempo di capire, nessuno ebbe il tempo di pensare che il loro “errore” di un tempo era tornato ed esso avrebbe ora potuto decretare la loro fine, per sempre.

Gli orchi erano tanti, forti e spietati, ma l’orgoglio degli elfi era troppo grande perché si lasciassero sopraffare senza combattere fino alla morte.

I Quenya si dimostrarono senza pari nel dominio degli elementi e dell’Antica Scienza; atterriti da armi tanto potenti quanto a loro sconosciute, molti orchi fuggirono e perirono sopraffatti dalla magia. Altrettanti caddero sotto i colpi infallibili dei tiratori Sindar, che organizzati in squadre di cacciatori saettavano veloci e invisibili tra le fronde, e con le loro frecce seminavano la morte e il panico nelle retrovie del nemico; quel giorno, non una freccia Sindar mancò il bersaglio. Ma non vi era spettacolo più affascinante e terribile insieme di quello offerto dai guerrieri Drow in mezzo alla battaglia. Le loro lame, cosparse di mortifero veleno, sembravano tutt’uno con la mente ed il corpo: con sguardo di ghiaccio e con mano veloce e inesorabile, falciavano le fila del nemico; come presi da divino furore si abbattevano sugli orchi in una danza di morte. La prima ondata fu annientata e respinta: la battaglia sembrava vinta. Ma grande fu lo sgomento quando una seconda armata, più numerosa e determinata, si fece strada nel cuore dell’Hildoriath, con Ghaunadaur a guidarla.

L’esercito elfico era stanco, disperso e in netta inferiorità numerica, ma non si perse d’animo. Il Principe Thorondil fu tra i primi a scagliarsi in battaglia; combatteva senza risparmio e nel convulso groviglio di corpi, armi e armature, chiara e scintillante splendeva la luce di Amart’hyanda, la spada degli Antichi, forgiata all’alba del mondo da Suldanas e benedetta dalla Grande Madre; il sangue orchesco che pure scorreva copioso sulla sua lama, mai ne intaccava la brillantezza. E nelle abili e possenti mani di Thorondil, la spada fece scempio del nemico. Ma il valore del Principe degli elfi non fu sufficiente ad evitare la tragedia. Ad un tratto, sopra il rumore dei tamburi da guerra, sopra il fragore della battaglia un grido feroce e profondo, un grido di bestiale esultanza scosse il campo di battaglia: con orrore, tutti gli elfi si voltarono a guardare Ghaunadaur che con orgoglio stringeva nella sua mano le teste mozzate del Re e della Regina.

L’animo degli elfi, già provato, sprofondò nella disperazione. Urla di rabbia e dolore squarciarono il cielo; la terra, le acque, i venti sussultarono: l’Hildoriath piangeva la morte dei suoi Signori. E una lacrima solcò il viso del Principe degli elfi. Senza esitazione Thorondil si fece strada a suon di fendenti fra i pelleverde, che soccombevano annichiliti da tanta furia, e si lanciò spada in pugno, contro Ghaunadaur.

Lo scontro fra Thorondil e Ghaunadaur fu il più lungo ed epico che la storia elfica ricordi. La bianca spada dell’uno cozzava con le due enormi asce affilate dell’altro. Nel frattempo i Figli dell’Hildoriath combattevano strenuamente per mantenere la posizione ma se talvolta riuscivano ad aprirsi un varco su un fronte, da un altro lato erano costretti ad arretrare e lasciar spazio agli orchi. La battaglia fra i due generali continuava senza esclusione di colpi, e nonostante il forte impeto che li muoveva, nessuno sembrava prevalere sull’altro.

Ma il passare del tempo avvantaggiava il nemico. Lentamente l’Orda stava accerchiando l’esercito elfico. Per un momento, un guizzo di speranza attraversò l’animo degli elfi quando Thorondil riuscì a colpire a morte il supremo comandante dei pelleverde: con un raccapricciante ruggito, Ghaunadaur rovinò a terra, sconfitto. Tuttavia, l’esultanza si tramutò presto in angoscia, mentre il corpo retto e fiero di Thorondil si accasciava al suolo, lacerato da poche ma profonde ferite. Gli elfi erano oramai completamente circondati: in trappola. Al panico degli orchi per la morte del proprio capo, subentrò prontamente l’ebbrezza di una vittoria ormai certa. Allora dalle labbra del Principe dell’Hildoriath ormai agonizzante si levò una preghiera, quieta e possente insieme, che immediatamente volò sulla bocca di ogni elfo e centinaia di voci divennero una voce unica, che si alzava solenne verso il cielo. E dall’alto, la preghiera fu ascoltata. Quando Thorondil esalò l’ultimo respiro, avvenne un fatto straordinario. Un’ombra, prima appena accennata, poi sempre più grande, coprì il campo di battaglia.

La luce del sole fu oscurata, e tutto intorno si diffondeva una leggera luminescenza verde. Gli incantatori e i sacerdoti elfici, così come gli sciamani pelleverde avvertirono che qualcosa di estremamente potente aveva turbato l’equilibrio degli elementi: l’essenza stessa dell’Hildoriath si era destata dal suo sonno millenario. D’un tratto, spade, asce e archi furono posati e su ogni cosa calò un innaturale silenzio.Tutti i combattenti alzarono lo sguardo, impietriti. Metà del cielo era coperta da una sorta di ampia nuvola color smeraldo… ma non era una nuvola: era un’ala. Un paio di enormi ali, grandi come pianure, che muovendosi generavano un vento tanto forte da costringere elfi ed orchi a trovare appigli cui aggrapparsi per restare fermi sulle loro gambe. Poi la creatura si fece più vicina, e minacciosa. Ricordava vagamente un rettile, nel corpo e nella testa, con arti giganteschi, denti e unghie affilate come spade. Ma negli occhi non vi era malvagità. Ammesso che si possano attribuire sentimenti dei mortali ad un essere semidivino, vi si poteva leggere forse un insieme di severità, compassione e saggezza infinita, senza tempo. Si trattava della mitica creatura divenuta poi oggetto di tante fiabe e racconti fantastici, il leggendario Drago di Smeraldo. Lo sguardo del Drago si posò prima sugli elfi, ed il suo era uno sguardo corrucciato, quasi di rimprovero, poi scrutò gli orchi attentamente e con durezza. Allora levò gli artigli su di loro e una potenza senza pari si abbatté sui figli di Ghaunadur. Pareva che tutti gli elementi si piegassero alla volontà del Drago, la terra tremava sotto i piedi degli orchi e li intrappolava in robuste radici, mentre dal cielo una pioggia di fulmini ne folgorò a centinaia.

E la sorpresa fu ancor più grande quando tutti videro come alle sue mastodontiche dimensioni si accompagnasse tuttavia un’agilità e una destrezza nel combattere che atterriva per velocità e precisione. Fu allora che una nuova speranza riscaldò i cuori dei Figli di Beltaine e mosse le loro braccia alla battaglia. Gli orchi, terrorizzati da tale potente inatteso nemico si trovarono spiazzati di fronte alla controffensiva dell’armata elfica, e in poco tempo furono sopraffatti e messi in rotta. Aggrovigliati tutti nella mischia, presi dalla foga del combattimento, inizialmente nessuno si accorse che il Drago di Smeraldo era scomparso portando con se il corpo di Thorondil.

Ma non era quello il momento delle domande e degli enigmi; nei pensieri degli elfi vi era solo esultanza: la battaglia era vinta!

L’Orda degli orchi era sconfitta, e per sempre esiliata nelle terre oltre il mare. Una grande cerimonia funebre fu allestita in onore del Principe caduto, molti canti si levarono e molte lacrime furono versate in suo ricordo. La pace regnava di nuovo sull’Hildoriath. Ora il tempo della rinascita e della ricostruzione era giunto, e mai come in quel momento il popolo elfico sarebbe dovuto rimanere fraternamente unito. Così non fu. Con la morte di Thorondil la stirpe dei Re era finita per sempre, e tutti sapevano cosa questo avrebbe significato: guerra. I primi attriti si manifestarono subito nelle sedute del Consiglio successive alla vittoria.

I Quenya sostenevano che il popolo elfico si sarebbe dovuto organizzare in grandi, maestose città, che rendessero manifesta la loro grandezza, istituendo un esercito regolare, costruendo avamposti in tutto il continente per averne il controllo. Per far sì che ciò che era accaduto non si ripetesse mai più. I Sindar al contrario volevano che la civiltà elfica continuasse a vivere dove si diceva fosse nata, e cioè tra gli alberi secolari delle grandi foreste nel cuore dell’Hildoriath, vivendo a stretto contatto con la natura e nel più profondo isolamento. Solo questo, secondo loro, avrebbe garantito la pace e la felicità per la loro razza. I Drow infine si dimostrarono i più agguerriti e determinati.

Galvanizzati dalla vittoria sugli orchi, accusavano le altre casate di sottovalutare la potenza della propria razza. Quest’ultimo successo, dicevano, aveva dimostrato una volta di più la loro natura di dominatori incontrastati. Gli elfi avrebbero quindi dovuto armarsi e, in virtù della loro superiorità razziale, assoggettare al loro dominio tutte le terre emerse. Le diverse opinioni apparvero subito come inconciliabili, nessuno era intenzionato a recedere di un solo passo dalla propria posizione e i margini di mediazione e compromesso si assottigliarono fino a scomparire. La situazione era a un punto morto, e la tensione altissima. Mancava veramente poco a che si impugnassero le armi, mancava poco allo scontro diretto; quel poco era un pretesto.

Il pretesto, immancabilmente, arrivò.

Nelle sedute del Consiglio, Seregh, potente Capocasata dei Drow, cominciò a scagliarsi contro i portavoce Quenya in merito al possesso della Bianca Reliquia. Essa consisteva in un ramo (o una piccola radice, le testimonianze in questo senso sono diverse) del Sacro Albero Tulip, donde il mondo fu creato. La Reliquia era stata da sempre conservata dai sacerdoti Quenya, fin dai primordi custodi dell’Antica Scienza e della Tradizione. I Drow ne rivendicavano ora il possesso, in quanto “unici e veri appartenenti alla stirpe elfica”, accusando Quenya e Sindar di vigliaccheria e mollezza e gettando il disonore su di loro. Una notte, un gruppo di esperti assassini Drow penetrò nel tempio dei Quenya per trafugare la Reliquia e ne uccise i sacerdoti guardiani. Il tentativo fallì, e il furto fu sventato, ma i morti rimanevano: per la prima volta un fratello aveva levato l’arma su un fratello e la strada del sangue era stata imboccata. Tornare indietro non era più possibile.

Cominciava quella che fu poi ricordata come la “Guerra dei 100 anni”. Tanto a lungo durarono i sanguinosi scontri fra le tre Casate. Le prime battaglie furono scaramucce di piccoli gruppi armati fra Quenya e Drow, ma presto la guerra crebbe in intensità e in ferocia. I Sindar assunsero inizialmente una posizione equidistante da entrambi gli schieramenti, valutando attentamente e con lungimiranza la situazione. Ma presto le autentiche ambizioni dei Drow si palesarono agli occhi di tutti: il loro scopo era uno ed uno solo: dominare le altre Casate, per poi dominare incontrastati su ogni cosa o essere vivente, e per farlo conoscevano un unico strumento: la guerra. Così dopo il primo decennio gli schieramenti erano ben definiti: Quenya e Sindar da una parte e Drow sul fronte opposto. Dopo decenni di guerra, molto fu il sangue versato, gli omicidi, le stragi. Ma Beltaine non aveva perdonato i Drow, traditori della stirpe degli Eletti, e abbandonò i loro cuori, dando forza ai loro avversari. I traditori furono decimati e sconfitti. Ai superstiti fu proposta una riconciliazione, seppur dolorosa, che potesse condurre ad una pace duratura. Ma i Drow, indomiti e orgogliosi guerrieri, alla resa preferirono l’esilio.

Gli elfi Drow intrapresero così un lungo viaggio che li portò nel profondo e disabitato sud dell’Hildoriath. Fu un massiccio esodo, che durò parecchi anni, e che rappresentò l’inizio di ciò che gli elfi chiamano il “Lungo Esilio”. Una voce subdola solleticava i loro spiriti ebbri d’odio e di rancore, una volontà potente e terribile li guidava verso gli abissi. E colui che era stato sconfitto ed esiliato dall’Hildoriath millenni prima, Luugh, il dio malvagio imprigionato all’alba del mondo nei più profondi recessi della terra, trovò finalmente un popolo pronto a venerarlo. Un popolo forte, spietato e guidato dall’odio. I “figli di Luugh”, come i Drow divennero soliti chiamarsi, si rifugiarono in buie foreste e in grandi caverne scavate nella roccia, e lì continuarono a scavare e a costruire, sempre più in profondità. Nel sottosuolo edificarono una grande città, Luughnasad, con molti tunnel, loculi, miniere, strade e templi. Dopo alcune generazioni, i Drow non conobbero più la luce del sole. Luugh donò loro la conoscenza delle Arti Oscure, e Kelthra rese le sue creature predilette, i Theratan, loro alleati e servitori. Ma la pratica delle Arti Oscure corruppe indelebilmente l’animo e il corpo dei Drow: la loro pelle divenne scura come ossidiana e gli occhi bianchi e vitrei. Per questo i Drow sono noti anche come “Elfi Oscuri”.

Sconfitti i Drow, il pericolo maggiore per gli altri elfi era passato. Tuttavia le divisioni e le differenze fra Quenya e Sindar non cessarono di esistere. Così i primi, che costituivano la maggioranza della comunità, decisero di abbandonare la foresta e di mettersi in viaggio verso le terre del nord: lì avrebbero costruito la loro città, la loro dimora. Finwerin Eldamar, anziano e sapiente capo casata Quenya, li guidava nell’impresa. Impiegarono molti anni a raggiungere e rendere abitabili le fredde pianure e le alte montagne settentrionali, ma infine trovarono in quei luoghi la loro dimora ideale. Il frammento del Tulip fu nuovamente piantato, e da esso nacque il Bianco Albero, a rappresentare il sacro e indissolubile vincolo che legava il popolo elfico alla sua terra e alla Grande Madre. Attorno ad esso fu edificata la città più bella che occhio possa contemplare: tripudio di armonia e perfezione, bianca e splendente nel cuore dei monti Elverquisst, sorgeva Ondolinde, dimora dei Quenya. Fra le sue candide mura fiorirono le Arti e le Scienze, furono innalzati templi e biblioteche, e ad ornare tutto portici, fontane e variopinti giardini. E per molti e molti anni Finwerin Eldamar, incoronato Re dei Quenya, governò in pace e prosperità sul suo popolo, da allora noto anche come popolo degli “Elfi Alti”.

Dopo l’esilio dei Drow e la dipartita dei Quenya, nella foreste dell’Hildoriath rimasero i soli Sindar. La saggia ed equilibrata Arabella, guida spirituale della Casata Sindar, chiamò tutti i suoi fratelli a raccolta sotto i grandi alberi del Doriath, la fitta foresta che ricopre le regioni centrali dell’Hildoriath. Essi divennero i protettori del Doriath, dove costruirono grandi villaggi sugli alberi, in cui vivevano e vivono tuttora in totale armonia con la natura e i suoi elementi. Il loro straordinario e intricato complesso di capanne e pontili diede forma ad una grande città nel cuore della foresta, chiamata Tiond. Al contrario degli altri elfi, i Sindar, o “Elfi Silvani” come furono poi chiamati, preferirono sin dall’inizio l’isolamento dei loro boschi all’esplorazione di nuove terre. I temuti Cacciatori Sindar vegliano attentamente ma discretamente sul Doriath, difendendone i confini a prezzo della loro stessa vita. Gli Elfi Silvani divennero così tutt’uno con la foresta, vivendo e prosperando in simbiosi con le altre creature del bosco; si dice che gli alberi stessi obbediscano al volere dei sacerdoti Sindar. Arabella fu incoronata Regina del Doriath e su di esso regnò con equilibrio e giustizia per gli anni che seguirono.

Non tutti i Quenya si accontentavano di una vita idilliaca entro le bianche mura di Ondolinde; per alcuni di loro quella vita era priva di stimoli e di prospettive. Così, sin dagli anni immediatamente successivi alla fondazione della Splendente, un gruppo di Quenya guidati dall’intraprendente Marip’in si lasciarono i monti Elverquisst alle spalle e intrapresero un lungo viaggio verso sud. Dopo i primi anni trascorsi a portare e scambiare merci per tutto l’Hildoriath, Marip’ in e la sua gente si stabilirono sulla costa orientale e fondarono la città che sarà poi conosciuta come Rotiniel. Marip’in ne divenne re, ma lo spirito mercantile ed errabondo dei Teleri, come vennero chiamati gli elfi di Rotiniel, era ben lungi dall’essere sopito. I Teleri infatti, divenuti esperti navigatori, stabilirono rotte attraverso l’Oceano Orientale e raggiunsero il Continente umano.

Allora si verificarono i primi, discreti contatti fra le due razze dopo il periodo del falò senza luce. Per gli elfi comunque il tempo di rivelarsi nuovamente agli umani non era ancora giunto, e all’inizio gli incontri rimasero segreti e avvolti dal mistero, fino a sconfinare nella leggenda. Ad essi non fu dato alcun peso dai regnanti umani. Ma intanto dalle prime clandestine relazioni fra umani ed elfi nasceva la generazione dei Perhidil, i mezzielfi o mezzarazza, come venivano chiamati con disprezzo, i quali erano invero molto pochi e ben nascosti. Durante la Grande Guerra gli elfi si avvidero che più che dagli uomini, il grande pericolo per Ardania tutta era rappresentato da Surtur e dalle sue ambizioni di conquista. Così Quenya, Sindar e Teleri riuniti in Consiglio come non accadeva da secoli, seppur a malincuore decisero di inviare pattuglie di guerrieri elfi sul Continente umano.

Persino i Sindar, famosi per la loro insofferenza verso ogni evento esterno al Doriath, si convinsero a mandare alcuni dei loro rinomati e infallibili tiratori. Come gli umani ben sanno, il contributo degli elfi si rivelò determinante per la vittoria sugli orchi. Da allora i contatti tra elfi e umani si fecero più frequenti e di conseguenza il numero dei mezzi elfi aumentò notevolmente. La loro duplice natura era allo stesso tempo una virtù e una condanna. Disprezzati e allontanati dagli elfi come risultato di un incrocio con una razza inferiore; temuti e visti con sospetto dagli uomini, che li consideravano bizzarre e curiose creature, i Perhidil furono condannati a non avere una terra cui appartenere o una città in cui abitare. Ma ciò fu anche la loro fortuna: in poco tempo divennero i più grandi viaggiatori e mercanti delle terre emerse; ogni scambio commerciale tra elfi e umani avveniva di fatto attraverso la loro mediazione. I mezzi elfi mercanti cominciarono ad accumulare grandi ricchezze e iniziarono a insediarsi nell’unica città dove gli elfi si dimostravano più aperti e tolleranti: la città di Marip’in e patria dei Teleri, Rotiniel. Essa divenne il più importante centro di scambio fra i due continenti, essendo anche l’unica città portuale che li collegava. Come suole accadere nella società umana, la versatilità, l’astuzia commerciale e sopratutto la ricchezza di alcuni mezzi elfi servì loro a guadagnarsi anche fama e rispetto nel Continente.

Passarono i decenni, passarono i secoli e nulla più sembrava potesse turbare la pace dell’Hildoriath. I due gravi lutti che pure colpirono i reami elfici, quello di Re Finwerin e di Re Marip’in, furono accolti con tristezza sì, ma infine con la consueta serenità, poichè i due regnanti trapassarono naturalmente, secondo la volontà della Grande Madre, per tornare ad abbracciare l’armonia del Tulip. La morte naturale è infatti percepita dagli elfi semplicemente come un punto di passaggio, come una soglia fra due mondi. Aredhel Eldamar succedette al padre sul trono dei Quenya, mentre il giovane Ersyh seguì al padre Marip’in, Re dei Teleri. Ma i traditori del popolo elfico, dalle profondità di Luughnasad, già tessevano le loro trame di vendetta. E quando furono pronti, tornarono in superficie, durante un inverno particolarmente duro. Piccoli manipoli di esperti sicari Drow si sparsero non visti per tutto l’Hildoriath, le loro lame erano intrise del più potente veleno conosciuto, si diceva distillato dal ventre stesso di Kelthra, un dono prezioso e terribile, donato per colpire a morte i più anziani e potenti fra gli elfi. La prima a cadere in agguato fu la saggia Arabella, Regina dei Sindar.

A nulla valsero le cure dei sacerdoti e l’amore del Doriath per la sua regina. Ella morì, e il giovane ma già rispettato Agar en’Nimbreth prese il suo posto. Con la lancia in pugno e lo spirito di Suldanas nel petto, non esitò a vendicare la morte della madre. Dopo Arabella, fu la volta di Re Ersyh di Rotiniel: in una delle sue frequenti battute di caccia nel Sud, lui ed il suo gruppo di guardie furono assaliti e trucidati orribilmente. La morte della Bianca Regina di Ondolinde fu, se possibile, ancor più dolorosa. Anch’ella fu infatti aggredita, ma gli assassini Drow non riuscirono ad ucciderla, poiché l’intervento della Guardia Alta fu tempestivo e non lasciò scampo agli Scuri. Aredehl fu ferita, ed il veleno cominciò a consumare il suo corpo.

L’esultanza per il fallito tentativo di agguato da parte dei Drow fece sì che le condizioni fisiche della Regina non destassero eccessiva preoccupazione, tanto più che la ferita appariva ormai del tutto guarita. Ma Kelthra subdolamente già accompagnava la Bianca Dama verso la morte. La salute della Regina peggiorò di mese in mese e quando le sacerdotesse capirono che non si trattava di stanchezza, ma di un male ben più oscuro e profondo, era già troppo tardi. Neppure Beltaine poteva più salvare Aredhel, tale era il potere di Luugh e dei suoi servitori. Furono mesi di lutto per l’Hildoriath, mesi di solenni cerimonie, intimo dolore e fermi propositi di vendetta; ma il tempo della giustizia per i Figli di Beltaine giunse presto. Nimbreth già regnava sul suo popolo nella Verde Tiond, quando Rotiniel incoronò Elrylith come suo Re, e a Lorac Isildur, prima Comandante della Guardia Alta di Ondolinde, fu affidata la corona ed il Regno della Splendente.

Iniziava così una nuova era per il popolo elfico, chiamato a difendersi ancora una volta contro i fratelli di un tempo.

  • 0 (- 1400 A.I.) –Anno dei Fiori Spenti. Il tulip è colpito da una grave malattia e da quest’anno ricomincia la conta degli anni elfica. Da molti secoli sono al trono gli Antichissimi regnanti elfici Arabella, Finwerin e Marip’in, per le rispettive città di Tiond, Ondolinde e Rotiniel.
  • 28,7 F.T. (- 826 A.I) – Ad Ondolinde il potere va in mano ufficiosamente ad Aredhel Eldamar, che diviene Ninque Heri, amministrando il regno al posto del padre, ancora nominalmente Aran.
  • 42,7 F.T. (- 812 A.I.) – Un consiglio di 2439 elfi, decide in 144 anni la necessaria bonifica della zona di Ilkarin dalle paludi che infestavano il luogo, per aprire una nuova via commerciale sicura. Successivamente alla bonifica, nascerà un fiorente villaggio.
  • 39,20 F.T. (199 A.I.) – La Battaglia dei Grandi fiumi. L’Esercito Reale hammin, i maghi di Edorel, gli elfi del Doriath ed i Nordici di Helcaraxe uniscono le forze per sconfiggere le truppe di Surtur in questo fatidico anno. Da questo momento gli elfi cominciano finalmente a rivelarsi agli umani, e nascono i primi contatti ufficiali.
  • 41,20 F.T. (202 A.I) – Anno dei Sonni Sereni. Finwerin Eldamar e Marip’in Elenion muoiono di morte naturale lo stesso anno, venendo succeduti rispettivamente dalla figlia Aredhel e dal figlio Ersyh.
  • 52,20 F.T. (213 A.I )– Incendio di Rotiniel: la città viene devastata. Comincia la ricostruzione col massiccio stile che la caratterizza oggi.
  • 27,21 F.T. (266 A.I) – L’attacco dei Figli di Luugh: muore Arabella ed il figlio Agar en’Nimbreth diviene Haran di Tiond. Muore Ersyh ed Erylith diventa Aran di Rotiniel. Muore Aredehl e Lorac Isildur è incoronato Aran di Ondolinde.

E’ particolarmente difficile applicare il concetto di economia al mondo elfico. Un sistema economico presuppone che si produca qualcosa per averne un guadagno in termini economici o quantomeno un vantaggio in termini di status. Il mondo elfico funziona in questi termini soltanto per quel che riguarda gli scambi esterni con popolazioni non efiche, mentre per il mercato interno la produzione è principalmente legata alle esigenze del territorio o della popolazione.

C’è da dire che il sistema di importazione/esportazione è ridotto ai minimi termini, poiché il mercato elfico è molto chiuso. Si importano soltanto elementi non presenti in territorio elfico oppure manifatture umane caratteristiche, o di moda in un periodo determinato della storia elfica. L’esportazione è quindi motivata dall’esigenza di chi vuole acquistare queste merci estere, e provvede in genere al loro pagamento tramite le somme garantitegli appunto dall’esportazione. Questo non significa che non esistano le basi di un sistema monetario. Al contrario il conio elfico produce annualmente una quota definita di moneta d’oro, che viene calcolata in base alla produzione interna di materie prime e non di prodotto finito. Le materie prime difatti sono beneficio assoluto della collettività elfica, ed ogni consiglio cittadino provvede tramite il sistema di guardaboschi e guardie cittadine a visionare lo stato delle risorse naturali. Ogni cittadino che prelevi una quota superiore a 50 elementi di un singolo materiale, deve registrare la “sottrazione delle risorse” presso i magazzini cittadini. Questo permette al conio di calcolare la nuova produzione di moneta per l’anno successivo e permette al consiglio di valutare periodi di “proibizione” che permettano di preservare un determinato elemento naturale dallo sfruttamento eccessivo. Una volta registrato il materiale, chi lo ha prelevato può utilizzarlo per i propri fini. Questo sistema di interscambio produttivo fa si che ogni elfo abbia almeno un mestiere. Una richiesta di aiuto fatta ad un elfo falegname per la costruzione delle sedie di casa propria, presuppone che si abbia maniera di ripagare il favore tramite la propria arte lavorativa. Ogni elfo viene difatti educato fin dall’infanzia in un’arte (come spiegato successivamente).

Chi non riesce ad apprendere “degnamente” almeno un mestiere viene assegnato all’amministrazione cittadina (eliminazione dei rifiuti, pulizia cittadina, sistema di smistamento lettere, ecc…), e da questa pagato con moneta corrente. Tramite questo pagamento, anch’essi riescono a permettersi una vita dignitosa, ma ai margini della “collettività” elfica (concetto di collettività del quale parleremo in seguito). Al momento attuale non ci sono produzioni elfiche molto differenti da quelle umane, tranne che per la manifattura di solito estremamente più accurata. Le arti fondamentali sono molto vicine tra le razze di riferimento, compresa quella della popolazione Djare. Questa situazione era molto diversa prima del periodo dei “falò senza luce”. L’arte elfica si elevava a vette sconosciute dalle altre popolazioni e gli elfi potevano ben vantarsi di questo. Dopo il periodo suddetto, c’è stato una sorta di “oscurantismo” per le arti, che non sembra mostrare evoluzioni in positivo. Gli elfi sembrano difatti non riuscire a riprendere la superiorità che secoli di dominio incontrastato su Ardania gli avevano da principio concesso.

Le religioni erano, al principio della storia del mondo, il fulcro della vita elfica. Dopo le “vittorie” riportate dai Decadenti, queste funzioni primarie nella società sono passate in secondo piano, dando alla collettività elfica una visione meno mistica dell’esistenza. Una trattazione accurata delle divinità elfiche si può trovare all’interno del pantheon elfico stesso, ma qui sembra d’obbligo la trattazione sociale delle religioni e delle funzioni clericali. Una differenza fondamentale tra il clero Elfico, quello degli umani e quello dei nani è la credenza in un’unica entità primordiale. Tutti gli elfi che prendono i voti presso la chiesa di qualsiasi divinità, giurano principalmente sul Tulip, di cui i primi tre Dei sono frutto. Il Tulip è quindi il fulcro assoluto della religiosità elfica. I singoli Dei vengono venerati secondariamente come immagini o figli del Tulip, che insieme formano una collettività, a specchio della collettività elfica, che si riporta ad un entità superiore comunque meno presente di loro ma allo stesso modo tangibile. Nonostante vi siano specifiche funzioni associate ad ogni elemento del clero che venera singole divinità patrone, tutti gli elementi del clero vengono chiamati “Germogli del bianco padre” (tradotto dalla lingua elfica) come diretto riferimento al Tulip.

Questo tipo di definizione del ruolo clericale è essenziale per comprendere cosa avviene ad un elfo che voglia percorrere la via del Tulip. L’elfo viene giudicato dal conclave clericale (vedere sotto) e, se ritenuto degno, viene indirizzato ad un clericale anziano che ne giudicherà le attitudini. Una volta giudicate le attitudini del candidato, il suo anziano riferirà al consiglio quale è la strada ritenuta più idonea per lui. Il candidato verrà quindi indirizzato verso un patrono e verso le funzioni che per lui risultano più indicate. Il clero difatti ricopre ruoli societari molto importanti rispetto alle ordinarie funzioni religiose, comunque da loro ricoperte. I sacerdoti di Suldanas sono dignitari amministrativi, che ricoprono funzioni di gestione del personale elfico addetto alla città. I sacerdoti di Beltaine sono medici e dignitari rappresentanti del concilio per quel che riguarda tutte le funzioni sanitarie. I sacerdoti di Earlann invece sono destinati a divenire capi di istituti di formazione, scuole o centri per l’apprendimento dei mestieri. A Rotiniel esiste una delegazione di chierici di Earlann che si occupa esclusivamente della benedizione delle acque e delle imbarcazioni (gli appartenenti vengono detti “Ninfe asciutte”, in senso spregiativo). E’ considerato un grande onore per un chierico di Earlann farne parte, ed in genere i membri del consiglio di Rotiniel (per la parte religiosa), sono promossi da questa cerchia. I compiti assegnati ai sacerdoti di Morrigan sono invece quelli di investigazione. Sono i nemici giurati degli eretici e degli adoratori dell’oscuro. Loro supportano le truppe dell’esercito o le guardie cittadine nelle indagini. Molte volte vengono eletti anche giudici cittadini, ma in questo caso non è raro che abbandonino l’abito talare. Sono terribili ed astuti esperti di interrogatori e di torture, per le quali sono molto temuti. Questi sacerdoti hanno una delegazione particolare ad Ondolinde, chiamata “Del buon risveglio”, specializzata nell’interpretazione dei sogni. In genere è da questo gruppo che viene scelto il nuovo patriarca di Morrigan.

Dei culti malvagi di Luugh e Kelthra, si sa molto poco. In realtà nella collettività elfica, a differenza che nella frammentaria società umana, questi culti non hanno modo di espandersi. Si sa che esistono adoratori di queste divinità anche al di fuori della società Drow, ma questi vivono perennemente nascosti (fin quando i seguaci di Morrigan non riescono a trovarli) oppure si rintanano ai margini della collettività, sopravvivendo più che vivendo, sostenuti soltanto dalla forza dell’odio e del male. La certezza dell’esistenza di questi adoratori è data dalle esecuzioni che i chierici di Morrigan amministrano ogni anno. Come avete potuto leggere, non c’è alcuna funzione religiosa che si occupi della morte. Questo è dovuto alla particolare struttura anatomica degli elfi: non resta traccia del loro corpo dopo il trapasso. Alcuni umani sono allora curiosi di sapere come mai esistano delle tombe elfiche. Queste in effetti non hanno lo stesso scopo di quelle umane o naniche, non sono il posto che contiene i resti corporei del defunto, ma sono principalmente un monumento alla persona stessa. Alle volte ne sono uno speciale ricordo. In verità ne esistono pochissime, poiché appunto il concetto di “sepoltura” non fa parte della cultura elfica. Dopo il loro ciclo di vita (di cui parleremo più avanti) gli elfi “sentono” di stare per morire. Si racconta che gli anziani ascoltino “la canzone del Tulip”.

Una volta che questo tipo di sensazione pervade la sua persona, l’elfo si reca verso il luogo scelto per il proprio trapasso, il luogo dove dovrà essere giudicato degno o meno di tornare al Tulip. Molti elfi utilizzano anni interi della loro vita percorrendo le lande del Doriath alla ricerca del posto adatto alla loro partenza. Curiosamente gli elfi stessi ammettono che tale luogo è per quasi tutti vicino al luogo dove sono nati o vissuti. Comunque sia, il corpo dell’elfo che sente la canzone del Tulip resiste in vita tra i 6 ed i 9 giorni e, una volta finito il tempo, torna alla natura come il vento. L’elfo infatti (che conserva sempre l’aspetto di un umano avente massimo 40 anni, poiché lo sviluppo fisico rimane congelato tra i 25 ed i 40 anni) è soggetto ad un episodio di autocombustione così repentino e terribile, che di lui non rimane che sottilissima polvere, portata via dal minimo alito di vento. Alla scena possono assistere soltanto le persone che il morente ha richiesto perché presenziassero al suo giudizio. In genere però l’elfo giunge da solo al luogo scelto. E’ considerato tra gli elfi un assoluto privilegio essere guidati da un proprio amico nel luogo prescelto per la propria morte, e sedersi lì con lui a parlare del passato. Non si è parlato neanche di sacerdoti che celebrino funzioni di congiunzione, come quella del matrimonio. Il matrimonio difatti è un’usanza che gli elfi non hanno. Gli elfi legano il loro sentimento d’amore profondo alla condivisione della vita con un’altra persona. Come fecero Beltaine e Suldanas, una coppia elfica si scambia sotto un albero “l’abbraccio d’amore”. Dopo questa solenne promessa (di cui danno a tutti l’annuncio mesi prima, di modo che più persone possibili possano essere presenti a testimoniare l’evento comunitario), la coppia comincia a vivere insieme. La solidità del loro amore è dimostrata da quanto tempo la coppia riesce a vivere insieme felicemente. Difatti nella collettività elfica un secondo abbraccio d’amore sarebbe visto come un grande insulto agli Dei. Proprio per l’importanza che questo atto ha di fronte alla collettività, gli elfi spesso non si impegnano definitivamente con una persona. Questo li rende promiscui agli occhi degli umani e smidollati agli occhi dei nani, e priva il continente elfico di molti fanciulli. Alle volte, alcune coppie elfiche che hanno stretti rapporti con gli umani, fanno celebrare un matrimonio “pubblico” e con scambio di fedi dai sacerdoti di Suldanas.

Queste occasioni sono davvero rare e spesso sono viste molto male dalla collettività, specialmente da coloro in cui sopravvivono reminiscenze del pensiero degli “Imperialisti”. In ultimo c’è da spendere qualche riga su alcune peculiarità caratteristiche che escono appena fuori dalla sfera religiosa. Ci sono alcune minoranze pagane, che credono in un essere semidivino chiamato “drago di smeraldo”. Questo drago è venerato particolarmente presso la città di Tiond, dove si dice ci siano decine di sostenitori del culto del drago di smeraldo, pronti ad erigere un tempio in suo onore. Questa diceria si protrae nel tempo da più di 900 anni… ad ogni modo è indubbio che ogni credente di Tiond crede fermamente anche alla leggenda del Drago di smeraldo protettore del Tulip. Negli ultimi 2000 anni si è poi risvegliato con notevole fermento il culto dell’albero bianco. Sotto la guida di Terlaj il dotto (morto da pochi anni), si sono riuniti ad Ondolinde tutti coloro che venerano il simbolo della città come essere senziente. Questi hanno fondato una piccola comunità agreste di più di 200 persone. Il vecchio concilio di Ondolinde ha riconosciuto in essi una minoranza religiosa e questi hanno votato il loro animo al bianco albero, sottoposti comunque al patrocinio della chiesa di Suldanas. Prima ho avuto modo di scrivere del conclave clericale, ma non di specificarne l’origine. Il conclave clericale è una forma particolare di Concilio. A differenza dei concili cittadini, questo ha un carattere generale, come il concilio millenario. Presenziano al conclave clericale tutti i patriarchi delle divinità principali della religione elfica, tranne i rappresentanti di Luugh e Kelthra.

Di fronte a questo conclave sono presentati tutti gli eventi di carattere religioso che la collettività giudica rilevanti, inoltre vi vengono valutati tutti i passaggi di ruolo all’interno degli ordini religiosi afferenti ai patroni. Una cosa che viene spesso reputata poco gradevole dai non elfi è che, tramite la possibilità di controllare direttamente i ruoli all’interno della struttura religiosa, il conclave decide anche chi saranno i loro stessi colleghi o successori. Si elegge e rinnova autonomamente e senza controlli da parte di agenti “non interessati”.La collettività elfica non ha comunque modificato questa struttura da quando la stessa collettività ha memoria, e tanta longevità è ritenuta una prova ottimale al fine di giudicare questa struttura stabilmente valida.

Il concetto del tempo nella vita degli elfi merita uno spazio particolare all’interno di questo trattato. Va detto a principio di tutto che un elfo in condizioni ottimali ha una speranza di vita tra i 1350 ed i 1400 anni (il canto del Tulip viene sentito tra i 1350 ed i 1400 anni e nessun elfo è mai vissuto di più negli ultimi 4000 anni). Nonostante vivano meno dei nani, il fatto di non avere una struttura societaria rigidamente organizzata come quella del popolo di Djare, mette l’elfo in una perenne condizione di noia. Questo anche perchè la collettività elfica tende ad abbattere l’arrivismo ed il desiderio (a volte persino la stessa possibilità) di accumulare beni, materiali e non. Il tempo quindi per gli elfi scorre estremamente tranquillo, cadenzato da frequenti obblighi che lo stesso concilio cittadino o la collettività sanciscono per l’elfo.

Come vedremo sotto difatti, per l’elfo viene stabilito un periodo di istruzione ed apprendistato, che lo porta ed essere parte della collettività in un arco temporale molto lungo, facilitandogli quindi lo scorrere del tempo. Fuori dagli impieghi “istituzionali” del tempo, l’elfo non si discosta molto dal comportamento umano per quel che riguarda gli svaghi. Preferisce però quelli che possono riempire il vuoto temporale per un periodo più prolungato di quello concesso da una rissa in locanda o da una bevuta in compagnia. Data la loro educazione formale, gli elfi si dedicano spesso a coltivare un interesse legato al loro stesso lavoro (un falegname diverrà anche incisore e terminerà un mobile dopo ulteriori due settimane passate a rendere perfetta l’opera), oppure alla lettura di un libro, se non alla stesura di un testo su argomenti di cui conoscono molte nozioni. Non è difficile trovare elfi che dipingano in compagnia per giorni interi, e che poi si scambino tra loro il dipinto per appenderlo in una stanza della loro abitazione. Un altro modo di svagarsi favorito dagli elfi è quello di viaggiare quando possibile oppure quello di riunirsi per raccontarsi storie, in genere lunghissime, ed alle quali può partecipare anche chi ascolta.

Va detto che il concetto di istruzione per gli elfi è molto ampio. Si intende per istruzione tutto quel che riguarda l’avvio verso l’integrazione con la collettività elfica. Un bimbo elfo esce di casa all’età di 5 anni e ci si aspetta che sappia camminare e parlare con una certa dimestichezza, nonché che comprenda già il concetto di ruolo e disciplina. Tra i 5 ed i 15 anni, nella “Prima radura”, al piccolo elfo vengono insegnati e perfezionati tutti i modi comportamentali e le conoscenze principali, compresi la lingua elfica ed il linguaggio comune. Successivamente, tra i 15 ed i 45 anni, l’elfo riceve educazione sui classici della letteratura, sul comportamento e sulle usanze umane. Gli vengono inoltre somministrate lezioni di ogni materia culturale atta a far maturare in lui un’educazione superiore, come si addice ad un elfo.

Nel caso non si ritenesse l’elfo (oramai fisicamente maturo) adatto ad entrare nella “Seconda radura”, il periodo di apprendimento terminerebbe e l’elfo verrebbe messo a servizio dello stato, come scritto sopra. Gli insegnamenti della “Seconda radura”, sono destinati ad impegnare il giovane elfo nelle arti lavorative per crearne un perfetto artigiano o lavoratore (si studiano in questo periodo anche composizione, pittura, canto, ecc…). Si esce dalla seconda radura dopo 50 anni di apprendistato, quando l’età dell’elfo è giunta ai 95 anni. A questo punto allo studente viene proposta la sua unica scelta. Può dedicarsi al lavoro appreso (questa scelta in genere non viene mai fatta, a meno che l’elfo non si sia distinto come genio in una professione), oppure proseguire verso la “Terza radura”. In tal caso, per i successivi 55 anni l’elfo imparerà l’arte della sopravvivenza, l’arte del combattimento o della magia (a seconda delle propensioni) e presterà servizio in una guarnigione dell’esercito elfico per un periodo di 10 anni. A 150 anni quindi, l’elfo diviene “libero” di scegliere il suo destino, in armonia con la collettività elfica. Le radure vengono difatti viste come punto di passaggio, mentre si attraversa il sentiero verso la collettività elfica.

In questi 150 anni si è stati sottoposti comunque e sempre al giudizio di questa collettività ed è stato insegnato all’elfo come diventare parte di questo stesso giudizio, sentendosi tutt’uno con i suoi fratelli (come i rami sono parti del Tulip, ed allo stesso modo sono il Tulip stesso). Gli elfi che non hanno attraversato tutte le radure sono visti come marginali rispetto alla collettività e non riusciranno mai a ricoprire ruoli di rilievo nella società elfica.

Dopo 150 anni di vita “veicolata” è spesso traumatico per l’elfo tornare ad una vita che egli può regolare autonomamente in tutto e per tutto. Le città mettono quindi a disposizione dell’elfo alcuni sistemi di integrazione, che aiutino quest’ultimo a tornare ad una vita più libera. Si può scegliere dunque se prestare ulteriori 10 anni di servizio presso una guarnigione cittadina (vicino alla casa natale), oppure si può scegliere di dedicarsi per 10 anni alle opere pubbliche (in un luogo a scelta del candidato). Si può mettere quindi a disposizione l’arte appresa nella “Seconda radura”, per fare manutenzione alle infrastrutture cittadine o per opere assistenziali.

Già da quanto è stato scritto in precedenza si dovrebbero comprendere molti aspetti della vita elfica. Quello che ora andremo a toccare sono alcune abitudini o caratteristiche societarie che possono forse interessare il lettore. In buona sostanza la società elfica si è avvicinata molto a quella umana, negli usi e costumi, da quando i “Decadenti” sono riusciti nel loro intento di livellare la grande supremazia culturale elfica. Una cosa che comunque è rimasta quasi immutata nel tempo è la grande esperienza medica degli elfi (quasi totalmente appannaggio della classe clericale).

Si dice che gli elfi vivrebbero soltanto 500 o 600 anni se non fosse per il loro progredito sistema medico (magico o meno). L’evoluzione della loro razza, derivata da anni di cure che ad altri popoli sembrano miracolose, non solo ha prolungato fino a limiti incredibili la vita degli elfi, ma li ha dotati di alcune caratteristiche fisiche non comuni. Gli elfi difatti, sono poco sensibili al freddo ed al caldo atmosferico, ed hanno un udito ed una vista leggermente migliori di quella delle altre razze. Ciò si mostra anche all’occhio inesperto, poiché anche in inverno gli elfi sono soliti vestire con abiti molto aperti e di stoffa sottile. Dotati di un’avvenenza non indifferente, spesso gli elfi amano mostrare in maniera quasi sfacciata i loro bei corpi. Gli abiti tipici difatti seguono le curve del corpo di chi li indossa e sono rigorosamente fatti su misura. Un’altra tipicità assolutamente elfica è quella di spostarsi a piedi negli ambienti cittadini, camminando con una lentezza che un umano troverebbe esasperante, mentre un nano troverebbe perfetta per le sue corte gambe. Al di fuori delle loro città principali, che la collettività sente come proprie, gli elfi sono assolutamente tolleranti ed accondiscendenti con chi elfo non è. Tendono ad evitare litigi, che reputano futili perdite di tempo, e a concedere invece chiarimenti. Difficilmente arrivano alle armi, se non quando è strettamente necessario. Diffidano degli umani (a parte le rarissime persone dette “amici degli elfi”), che considerano avere una coscienza barbara poiché “singola”, troppo istintiva e poco riflessiva. Li considerano una piaga per l’ambiente circostante, che non rispettano e che anzi distruggono per prelevarne senza criterio le risorse. Verso i nani provano un terribile senso di colpa, a cause delle storie che gli elfi stessi hanno raccontato sulla prigionia millenaria del popolo Djare (storie che sono terribilmente attinenti ad alcune congetture “Decadentiste” sulla storia passata). Sono aperti al dialogo verso quell’antica popolazione, che comunque sembra tanto diffidente verso di loro da essere quasi pericolosa. La vera e concreta differenza che rende la popolazione elfica unica è la loro “collettività” (che non è stato possibile evitare di citare in precedenza). Anche per chi è elfo è improbabile descrivere la collettività elfica su di un testo come questo. La collettività è frutto di un lavoro millenario, atto alla creazione di un pensiero comune e condiviso da tutti gli elfi viventi. Questo non significa che essi condividano la stessa mente o che non abbiano una coscienza individuale, ma che vivono in un contesto dove alcune scelte sono tanto massificate e condivise che non sarebbe ipotizzabile fare diversamente.

La collettività è tanto importante per un elfo e tanto condivisa, che se lui avvertisse la sensazione che gli fosse ostile o se sapesse che la sua dipartita servirebbe a migliorare la collettività stessa, potrebbe arrivare a togliersi la vita. E’ chiaro che questo accade con estrema rarità, poiché tutti gli elfi sono la collettività e la collettività sono gli elfi stessi, quindi il discostarsi da questo sentiero rischierebbe di rendere folle un individuo. Per gli elfi anche la natura ha una propria collettività, e l’emblema di questa è il Tulip, dove per immedesimazione la collettività è il tronco portante e gli elfi i suoi singoli rami. Gli elfi adorano la natura per questo, e reputano primitive tutte le razze che non fanno parte di una collettività. Tutte le razze quindi, ad eccezione di quelle tuttora non note alla loro scienza. La collettività porta vantaggi incredibili per quanto riguarda il senso di fratellanza e coesione di tutto il popolo elfico. Allo stesso modo produce i suoi due estremi: i Decadenti rappresentano la nuova crescita dell’albero, il bocciolo che forse non sopravvivrà all’inverno, mentre gli Imperialisti ne rappresentano le solide radici. Quando la collettività è stabile, la società fiorisce in maniera stupefacente, portando gli elfi alle più alte vette dell’evoluzione, come è stato in passato. Quando all’inverso uno dei due estremi della collettività è tanto forte da riuscire a deviare il sentiero della collettività stessa, questa rischia di morire, come morirebbe un albero malato. Per via della collettività gli elfi hanno sempre per organi decisionali concilio. Il piccolo cerchio del concilio fatto da persone illustri, riproduce il fulcro della collettività.

Come si è già intuito dalle nozioni precedenti, in genere gli elfi riescono a distinguersi nella società tanto più sono inseriti nella collettività. Tra le molteplici funzioni della collettività, che sarebbe impossibile elencare completamente, c’è anche quella di stabilire fermamente le gerarchie e gli status individuali. Un elfo sa comunque e sempre in quale punto della gerarchia sociale si trova e quanto è partecipe nella collettività.

I mezz’elfi sono considerati dagli elfi uno “sbaglio”. Come viene accettata, all’interno della comunità elfica, qualche contaminazione della cultura umana vissuta spesso come una moda del momento, così è accettato anche qualche incontro con uomini o donne della razza umana. Difatti un mezzo elfo può nascere soltanto da un unione tra un componente di razza elfica ed uno di razza umana. I mezzi elfi vengono sempre fatti nascere nel continente elfico (o almeno così si tenta di fare), sotto le cure di nutrici esperte e la supervisione di un sacerdote di Beltaine. Purtroppo il piccolo non potrà mai essere educato come un elfo, ne potrà partecipare alla collettività elfica, quindi il genitore elfo è assolutamente consapevole che non potrà crescerlo personalmente. Infatti la collettività non desidera mezzi elfi all’interno del loro continente, ma ne tollera la presenza poiché sono frutti immaturi del loro albero. La quasi totalità dei mezzi elfi vengono inviati nel continente umano una volta svezzati, ed affidati al genitore di quella stirpe, oppure lasciati di fronte a chiese umane. Questo è il meglio per loro, poiché la storia dimostra che i mezzi elfi non vivono più di 30 anni nella collettività elfica, dove la loro vita si svolge con ritmi troppo diversi da quelli dei loro genitori elfi e per tale motivo non sono in grado di integrarsi. Alcuni arrivano a consumarsi lentamente con il passare del tempo, ma la maggior parte di loro parte verso le terre umane o verso la città di Rotiniel per trovare un ambiente più vicino alle loro esigenze.

Nonostante la collettività congiunga tra loro tutti gli elfi, ci sono comunque delle differenze peculiari che si sono andate evidenziando nei millenni. Questo perché la collettività stessa lascia fluire l’individualità degli elfi, e tendono a formarsi altri ramoscelli dai rami principali del suo grande albero. In particolare ci sono 4 stipiti elfici, che sono andati rafforzandosi negli anni e che hanno portato anche al raggruppamento di densità demografiche rilevanti, unite dagli stessi impulsi. Ognuno di questi ha fondato una sua città. Approfondiamo alcuni punti già toccati in precedenza. Per quanto possa sembrare assurdo anche i Drow condividono la collettività, ma ne sono tanto ai margini da non essere assolutamente influenti per cambiarne il sentiero. Nonostante questo i Drow possono essere considerati gli Imperialisti assoluti (ad un estremo dell’albero, le radici dicono alcuni). Sempre fermamente convinti che la razza elfica possa dominare su tutta Ardania, essi considerano inferiori tutte le altre razze. Adorano fermamente le divinità oscure e non si sa molto altro di loro, se non che possiedono nel sottosuolo moltissime città, tra cui la più grande di tutte e capitale del loro impero è Luughnasad.

I Drow combattono ogni ostacolo che possa impedirgli di conquistare la totalità del potere in Ardania. Anche i propri fratelli, che non comprendendo quello che loro credono essere il vero destino degli elfi, devono essere prima sottomessi, poi guidati con la forza verso il nuovo sentiero della collettività. Dal lato opposto dell’albero, vi sono i germogli richiamati dalla natura stessa: i Sindar. Essi hanno visto nelle passate tragedie, nella guerra dei 100 anni e nel presente, chiari simboli della decadenza della cultura elfica. Molti elfi quindi si sono sentiti richiamati dalla natura primordiale del Doriath e si sono isolati all’interno di essa, essendone protetti e proteggendola. Sono i primi e più fermi sostenitori della collettività della natura e sono Decadenti per eccellenza. Non sono però attivi sul fronte politico della “battaglia silenziosa”, ma al contrario sono passivi e chiusi nel loro ritiro, tendendo a rimanere stabili nella loro posizione o a sparire nella storia. Sono di gran lunga anche gli elfi meno combattivi, ma se si è inseguiti da un cacciatore Sindar è bene sperare di non essere a tiro di freccia.

I Sindar hanno fondato all’interno della foresta una città di nome Tiond, e questa è tanto armonizzata con la natura circostante che si narra sia introvabile se non si è guidati da un cacciatore Sindar. Molti uomini sono spariti tentando di entrare al suo interno senza essere stati invitati. Il terzo stipite elfico è quello dei Teleri, storicamente il più vicino all’epoca presente. Questi elfi tendono ad essere intraprendenti mercanti ed abili strateghi. Inoltre hanno la spiccata tendenza a mentire a chi non sia elfo. Furono i primi a farsi vedere dagli umani dopo molto tempo e furono i primi ad ingannarli, traendo enormi profitti dal commercio con il loro continente. Con i proventi di questi commerci fecero fiorire la loro città, Rotiniel. Questa città è anche il porto principale del continente elfico e l’unico dove sia consentito di approdare ad imbarcazioni di altre razze. Il ceppo Telero è pienamente integrato nella via elfica. In genere accoglie nella sua città soprattutto quegli elfi che scelgono di fermarsi alla “Seconda radura”, oppure gli elfi per i quali la collettività sia poco stimolante sul lato economico e si vogliano avvicinare all’ambiente umano. Questi elfi difatti, pur partecipando attivamente alla collettività, sono quelli che meno si legano alla tradizione e sui quali ha meno presa l’ambiente del Doriath. Non è strano trovare un Telero vestito come un contadino umano (se questo a lui fa comodo). I Teleri sono il vero muro portante della corrente degli “Illuminati”, al momento prevalente nella collettività elfica. All’altro capo dell’equilibrio tra Decadentismo ed Imperialismo si trova il nobile popolo dei Quenya.

Questo stipite è profondamente legato alla tradizione Imperialista e crede che gli elfi debbano dominare su Ardania tutta, ma credono ancora in una possibile politica coloniale e nel vecchio sistema economico Decadentista, che al contrario di quello Telero non ha assolutamente possibilità di imporsi sugli altri popoli poiché basato sul concetto di collettività ed aiuto reciproco, assente nella mente di chi non è elfo. I Quenya sono l’unico popolo elfico che conserva ancora prove tangibili di un lontano passato, preservandole all’interno della splendente Ondolinde, prima tra le città di questo popolo. All’interno di questa città vi sono meraviglie che non oso scrivere in questo trattato, ma che simboleggiano, insieme alla struttura stessa della città, l’antica e perduta potenza della collettività elfica. La più conosciuta di queste opere è una creazione scientifica di diversi millenni or sono, il rivela stelle. Questo potente cannocchiale permette di scrutare il cielo come se si possedesse un occhio vicino alle stelle. Tanto ha creato la mano dell’elfo grazie alla scienza, che ci fa tremare il pensiero di ciò che avrebbe fatto la sua magia! Questi sono i rami della collettività elfica, con le loro quattro capitali. Ad oggi sembra che le politiche delle varie città stiano portando al decadimento ognuna di queste. Forse si riscatteranno e la storia vedrà un nuovo periodo dorato per gli elfi, oppure lo scorrere del tempo avvicinerà la più antica delle razze alla sua scomparsa.

La Magia per gli elfi

Mi accingo a scrivere questo piccolo trattato su consiglio del mio venerabile maestro, Hisie en’Yevia di Winyandor. Esso vuole riassumere, o almeno ha l’ardire di tentare, le credenze diffuse fino ai giorni d’oggi, e le conoscenze basilari che ogni elfo che si appresta allo studio dell’Arte deve necessariamente conoscere. Spero vivamente che esso sarà utile per i giovani fratelli e per chiunque sia mosso da sempre degni moti di conoscenza.

Cenni di storia

Come ogni elfo sa, la magia venne donata al popolo elfico tutto per volere di Morrigan. Tramite il Globo della Conoscenza, la Signora delle Stelle instillò il potere primo nel nobile elfo Nuireletion, che a sua volta lo trasmise ai figli Amanya e Isilwen. Da essi tali insegnamenti si propagarono, prima nella casata Quenya, e poi a tutta la collettività, dando origine all’ordine che brillò nei millenni come riferimento di ogni mago, ovvero l’Ordine dell’Antica Via.
Ma tutte queste sono storie ben note tra gli Eldar, che non approfondiremo qui.

Le apparizioni dei Globi, e la nascita dell’accademia

Riporterò un passo dello scritto “Su Naurbrannon Tindomegul e gli accadimenti della guerra Mor’Quessir”, scritto da Quaeril Uthalas, giunto fino a qui grazie alle enormi conoscenze del mio Maestro:

“Naurbrannon Tindomegul fu un mago illustre della Splendente, che visse grandi avventure e portò enormi mutamenti nella storia di Ardania tutta. Egli fu allievo di Echtelion Axanthur, noto membro dell’Accademia della Luna di Ondolinde.
[…]
L’evento cardine di cui Naurbrannon fu protagonista fu certamente la terribile, ultima guerra combattuta dagli elfi contro i Mor’Quessir, i Drow. Si era nel periodo in cui, dopo una pace relativa e perigliosa, i Drow avevano iniziato nuovamente ad infestare il Doriath senza timore; vennero sorpresi ripetutamente in operazioni di scavo e ricerca nel deserto elfico ed alcuni mezz’elfi furono scoperti a fornire informazioni, tratte dalle biblioteche elfiche, ai seguaci di Luugh.
La battaglia più sanguinosa avvenne proprio nel deserto elfico, dove i Mor’Quessir difesero strenuamente uno scavo da loro aperto; vinta la durissima battaglia, gli elfi scoprirono nel sito un’antica, misteriosa verga, costruita di uno strano legno dorato, molto leggero, ma robustissimo.
Nessuno dei sapienti elfi aveva, però, conoscenza alcuna dell’artefatto e Naurbrannon si assunse il compito di un’ardua e strenuante ricerca in antichi tomi di sapere, sparsi nelle varie biblioteche del continente elfico. Dopo un periodo di faticosa consultazione, egli scoprì infine un tomo che faceva riferimento alla verga e descriveva dettagliatamente un arcano rituale legato ad essa. Purtroppo, gli effetti del rituale non erano dettagliatamente descritti nel tomo, ed i governanti degli elfi non osarono rischiare di evocarne il potere fino a che la pressione delle orde drow sui regni elfici non si fece eccessiva.
Privi di una vera possibilità di scelta, alla fine gli elfi decisero di evocare il potere del rituale, anche se i precisi effetti non erano stati rivelati neppure dalle successive ricerche di Naurbrannon; fu Naurbrannon stesso ad organizzare il rituale, che si svolse nella cittadina di Ilkorin, dove in cinque enormi roghi fiammeggianti vennero gettati oro, ossa, un teschio e due zaffiri: al centro del cerchio di fuoco, venne piantata la misteriosa verga. Immediatamente, un terremoto di porporzioni enormi scosse il terreno, mentre il potere dell’Arte veniva scatenato. Al termine della conflagrazione, in mezzo ai fuochi comparve un golem d’oro, con gli zaffiri per occhi. Egli si proclamò Guardiano delle Conoscenza e mise alla prova gli elfi. Luxor, oggi Maestro della Via dell’Aria, si fece avanti ed avviò una schermaglia verbale con il golem, dalla quale uscì vincitore. Grazie a questo, il Custode aprì un portale che condusse gli elfi di fronte ad un misterioso artefatto parlante, il Globo della Conoscenza. Il Globo si rivolse agli elfi, rivelando loro di essere il guardiano dell’antica magia elfica, che avrebbe rivelato ai più meritevoli tra loro; grazie a tale conoscenza, infatti, agli elfi sarebbe stato dato il potere di scacciare il male dal Doriath. Detto questo, il Globo scomparve, assieme a Naurbrannon e Luxor, mentre tutti i loro compagni venivano riportati nel Doriath. In seguito si seppe che, oltre ai due maghi già citati, anche Mewan di Ondolinde e Zoltrix Dorlas di Tiond furono chiamati dal Globo. Cosa esattamente l’Artefatto abbia rivelato ai quattro maghi non è dato sapere, ma è noto che ciò riguardava il dono della magia e le modalità con cui essa fu data agli elfi dalla stessa Dea Morrigan.
Il ritorno dei quattro maghi, illuminati dalla Dea, donò nuovo ardore alle stanche truppe elfe, e la rinnovata fiducia nel potere della magia e nella benevolenza di Morrigan permisero agli eserciti degli elfi di sconfiggere i malvagi Mor’Quessir, liberando il Doriath dalla loro minacciosa morsa.
Inoltre, le rivelazioni di Morrigan ai Quattro, gettarono le fondamenta per la costruzione di quella che in futuro sarebbe divenuta l’Accademia Elfica di Magia.
Dopo aver condotto a termine questa titanica impresa, Naurbrannon si dedicò principalmente a custodire la Via del Fuoco dell’Accademia…”

Questa è la storia che diede origine al maggior centro per lo studio della magia che il popolo elfico unito abbia mai avuto dopo i Falò senza Luce, o almeno nella storia recente. Inoltre è degno di nota, perchè fu uno dei rarissimi eventi in cui il Globo della Conoscenza fece la sua comparsa, così come per Nuireletion.

L’Accademia di Magia Elfica, nata da questo evento, raccoglieva le conoscenze diffuse fino ad allora nel popolo elfico, e quelli presi direttamente dalla Dea tramite il Globo, unendoli in un unico insegnamento.
Introdusse una vera e propria “scuola”, dove il cammino di ogni mago elfico (Istar in quenya/telerin, Ithron in sindarin) era formalizzato, e ben distinto a secondo della propria indole e della Via che naturalmente era portato a seguire.

A tal proposito, la distinzione in Vie, di cui tratteremo nello specifico poi, pare sia sempre esistita nel popolo elfico, e che discendesse direttamente dagli insegnamenti di Isilwen, figlia di Nuireletion, che notoriamente si prodigava per una diffusione della magia agli elfi tutti in maniera aperta, rispetto al fratello Amanya che si prodigava affinchè il frutto dei suoi studi rimanesse nella casata Quenya.

L’istruzione dell’accademia mirava a sostituire il rapporto allievo-maestro che fino a quel momento era il maggior mezzo di trasmissione delle conoscenze dell’Arte (definizione in riferimento ad Arte Arcana, di origine quenya, Curu, nella lingua dei padri) o Dono (Dono di Morrigan agli elfi, Eruanna come termine riconosciuto storicamente nelle varie lingue elfiche).

La storia recente porta le testimonianze di una nuova comparsa del Globo della Conoscenza.
Ad entrare in contatto con esso furono in tale occasione i teleri Belgarath e Quaeril Uthalas, e la sindar Ely’en Feery.
Le circostanze in cui questo avvenne risultano più misteriose e meno documentate dell’incontro di Naurbrannon; pare che spinti da misteriosi sogni e visioni, a volte contrastanti, tale elfi, assieme all’Accademia di cui facevano parte, entrarono nei giochi di potere di creature sovrannaturali, che poi vennero identificati come gli Araldi di Morrigan.
Secondo un tomo ritrovato nella cripta di un antichissimo e potente Lich, tali esseri, Miur e Bahel, erano agenti della Dea, il primo suo braccio destro, ed il secondo suo agente su Ardania.
Tutto era veicolato da visioni e sogni che apparivano continuamente ai maghi elfici, che poi compresero non essere altro che i mezzi con cui i due araldi cercavano di offuscare o schiarire le loro menti.
Le dinamiche dei fatti non sono note, ma sembra che tramite un oscuro rituale di origine Drow, I maghi elfici riuscirono a sventare i tentativi di Miur di ascendere al posto di divinità, imprigionandolo in un altro piano di esistenza.
Fu proprio al termine del rito che fece la propria comparsa il Globo: i tre maghi, che conducevano il rituale, entrarono in contatto con esso così come in passato accadde ai loro predecessori. Quello che videro o che apparì alle loro menti rimane un mistero celato nei loro ricordi, ma fatto sta che divenne base per renderli degni di guidare successivamente l’Accademia, fino alla recente e triste situazione di abbandono in cui questa istituzione versa.
Non voglio prendermi responsabilità di aggiungere altro ai pochi fatti e testimonianze giuntami, e la verità precisa rimane solo nelle loro menti o in qualche polverosa libreria. Se il maestro lo vorrà, avrò piacere a continuare tali ricerche.

L’origine del potere, come si veicola il Dono

Il potere della nostra magia deriva direttamente dal Globo della Conoscenza, e quindi direttamente da Morrigan e indirettamente dai Valar che hanno contribuito “loro malgrado” alla sua creazione, ma che hanno poi permesso alla Figlia di utilizzare gli elementi del creato (elementi pervasi anche dal loro potere) racchiusi nel mistico artefatto.

L’energia magica proviene da un potere di origini divine, la Magia (Ingol per i quenya, Gul per sindar) appunto, che pervade il nostro corpo, intangibile ed etereo. Tale potere pervade ogni individuo in cui scorra sangue elfico, ma la sua energia è latente, o debole, nella maggior parte della popolazione: potrà in alcuni casi essere sviluppata, ma solo se sussistono determinate condizioni.

Il Mana è la forza interiore che permette di gestire e manipolare l’energia magica, ed è l’effettivo veicolo del potere di Morrigan, attraverso il quale il mago può incidere sul mondo circostante tramite gli incantesimi.
Tramite il Mana, durante la preparazione degli incantesimi, il mago (Istar in quenya/telerin, Ithron in sindarin) riesce a mettere in comunione la propria Magia per brevi istanti con il potere racchiuso dal Globo, servendosi di gesti, parole e reagenti come canalizzatori per l’operazione.

Il luogo di provenienza di questo potere, traboccante delle forze primali raccolte dalla Dea, è detto Piano della Men, e viene comunemente assimilato al Globo della Conoscenza, essendo in esso di fatto racchiuso. Ogni incantatore può evocare da tale luogo gli elementi necessari al componimento dell’incanto.

Il Mana può essere considerata come la “volontà” e al tempo stesso la “capacità” di domare le energie che giungono dalla Men.

In taluni casi, quindi individui, il Mana può essere insufficiente, o quasi assente, tanto da scoraggiare tentativi di studio o di sviluppo, mentre in altri casi può non esserci una predisposizione naturale al suo; in realtà è più raro che tali condizioni siano verificate, che non il contrario. Il Mana è uno dei prerequisiti fondamentali per lo sviluppo del potere della Magia insito in ogni elfo.
Il Mana quindi è spesso considerato il primo obiettivo del mago, e la sua crescita e il suo sviluppo è ritenuto fondamentale.
Tale crescita richiede lo studio e l’esercizio di alcune attività, che sono connaturate all’istar e che partecipano direttamente o indirettamente al processo di sviluppo. Esse sono parte integrante dello studio magico, arricchiscono e rafforzano il Mana, indi completano il mago.

Le Vie

“Quando gli dei crearono gli elfi, Morrigan non era del tutto soddisfatta della Visione del creato: ella voleva donare infatti parte della sua essenza alla razza che avrebbe abitato Ardania e in particolare le meravigliose foreste del Doriath.[..]
Salì allora in cielo, nel punto più alto del Creato, e per un infinitesimale istante catturo’ tutta la Luce irradiata su Ardania, la quale fu immersa nell’Oscurità per una frazione di secondo talmente minuscola che nessuno, Dio o mortale, se ne accorse. Messa al sicuro l’aria impregnata della Luce di Beltaine, scese nelle profondità dell’Oceano, a prelevare la sabbia del fondale più fondo e cupo che esistesse, trovando in essa l’essenza delle acque di Earlann. Fu poi la volta della terra in cui affondavano le radici del più antico albero che dimorava nelle foreste del Doriath, e anche il potere di Suldanas era ottenuto. Infine scese al centro del più terribile vulcano esistente, che squassava le montagne e le valli intorno a se in un fragore assordante, attraverso una galleria che si estendeva in un oscurità senza tempo nelle viscere della terra, fino a che non giunse alla camera dove la lava ribolliva, rigurgitante la bramosia di guadagnare la superficie. Morrigan catturò anche l’essenza di Luugh attraverso la lava, e ritornò nelle sue stanze per continuare il piano che aveva progettato.
Unendo aria, acqua, terra e lava, creò così, all’insaputa degli altri Dei, il Globo della Conoscenza.”

Questa è un frammento della storia della Nascita della Magia, come si è tramandata ai giorni nostri, che i più conosceranno.
Il Globo, che allo stesso tempo racchiude il potere ed è mezzo di comunione con esso, è costituito dall’unione dei quattro elementi. A seconda della Via che si sceglie di percorrere, esistono quattro modi diversi di rapportarsi con tale potere.
E’ come se si trattasse di diversi punti di vista, ma sempre riferiti allo stessa entità.
Questo tipo di distinzione spiega intuitivamente il motivo per cui le suddivisioni in Vie nella società dei maghi elfica siano sempre esistite, e si siano dimostrate il più naturale ed efficace sistema di aggregazione e identificazione degli studiosi.
L’accademia di Magia Elfica, ad esempio, non ha fatto null’altro che recuperare le tradizioni in vigore fino ad allora, codificandole in un sistema di istruzione ben diviso e differenziato.

La storia narra che fu lo stesso Naureletion a comprendere questa grande verità, rivelandola ai propri figli poco prima di sparire per sempre. Fu la figlia Isilwen a svilupparla raccogliendone l’ eredità, e divenne poi col tempo concezione dominante anche all’interno dell’Ordine dell’Antica Via.
Grazie alla sua enorme diffusione tale dottrina sopravvisse ai terribili Falò senza Luce, mentre non si potè dire lo stesso (almeno non ve ne sono testimonianze) dei segreti più reconditi di quella scuola di magia che vedeva il capostipite in Amanya, luce all’occhiello della casata Quenya, e di cui l’applicazione più famosa era senza dubbio la leggendaria Tessitoria Arcana.
Negli ultimi millenni, sin dai tempi della Scissione delle Casate, questa filosofia è andata un po’ disperdendosi, così come i figli di Beltaine si disperdevano nel Doriath: gli elfi profondi conoscitori diminuirono sempre più, nacquero correnti di pensiero interne, e altre se ne svilupparono.
Ai giorni d’oggi non possiamo dire quanto del pensiero originale è giunto a noi, fatto sta che quel che è giunto è ancora dominante nelle menti dei moderni maghi elfici, anche se non è raro incontrare giovani apprendisti sprovvisti di tali conoscenze, o addirittura Istar che non se ne interessano.
Andiamo ad esaminare questa antica dottrina.

Riassumendo, le Vie a cui un mago può accostarsi, o cui può sentirsi più affine sono:

  • La via dell’Aria, del bagliore accecante di Beltaine e dell’irrequietezza della sua luce; il colore che indossano più i suoi adepti è il Bianco e il punto cardinale a cui è associata è il Nord;
  • La via dell’Acqua, dell’infinita tranquillità e incrollabile resistenza di Earlann; il riferimento per i seguaci è l’Ovest, e sono conosciuti come Vesti Blu per il loro abbigliamento tradizionale;
  • La via della Terra, del potere che scaturisce dalla materia prima delle foreste di Suldanas; la direzione di riferimento delle Vesti Verdi è il Sud;
  • La via del Fuoco, della pura potenza attinta dalla bramosia e dall’ardore di Luugh; il punto cardinale a cui è collegata è l’Est, e usualmente vengono riconosciuti per i loro abiti color Rossi;

La comunanza delle vie con i punti cardinali deriva da immemori e antichi insegnamenti, indelebili ormai nella mia mente: “…cosicché ogni istar possa sapere sempre dove dirigersi nei momenti di smarrimento” (così ha sempre recitato il mio Maestro).
Degne di nota come visto sono anche le tradizioni inerenti agli abbigliamenti, differenziati a seconda della Via. Queste a dire il vero sono considerate da molti elfi, soprattutto i più giovani, come usanze un po’ conservatrici e nostalgiche, però ancora sono spesso usate. Capita spesso che tali usanze siano rispettate in occasioni di incontri formali oppure nelle occasioni pubbliche di una certa rilevanza.

Importanti chiarimenti, magari per un lettore inesperto, necessitano di essere dati.

La Via rispecchia il modo di essere del mago, i suoi atteggiamenti e filosofie, ma null’altro. Spesso soprattutto gli Edain, o i più giovani commettono l’errore di associare la vie alle diverse sfere e scuole di magia, ma ciò è totalmente errato.
La Via non interferisce minimamente con l’animo di chi la segue: un malvagio che scelga la Via dell’Acqua resterà probabilmente malvagio, e non sarà di certo la saggezza a cambiarlo, così come un animo generoso che seguirà la via del Fuoco userà quel terribile potere per scopi nobili.

La via dell’Aria
Il Mago dell’Aria trae il suo potere dal vibrare dell’atmosfera e dalla luce che attraverso essa si irradia. Il loro passo è rapido e deciso, così come la loro parlata mentre ripetono le arcane parole degli incantesimi. La componente che prediligono nei loro incanti è principalmente verbale, e la loro voce risuona chiara all’orecchio di chi ha la sfortuna di udire le parole di un incantesimo mortale. Amano cimentarsi in lunghi dibattiti con i loro compagni per migliorare la loro Arte, preferendoli allo studio degli antichi scritti del sapere: per questo sono fra i più determinanti ed influenti nelle congreghe di maghi, anche se il loro bisogno di indipendenza li tiene spesso lontano da esse. Solitamente la loro voglia di agire, unita al loro carattere spesso mutevole, li porta a trovarsi nelle più svariate situazioni, dalle quali traggono grande insegnamento per la loro Via vivendo direttamente le esperienze. Molti teleri e mezzelfi seguono questa Via, per l’inquietudine del loro animo, curiosità o amore per il viaggiare.

La Via dell’Acqua
Chi ha scelto la via dell’Acqua è come un lento e placido fiume che scorre dalla sorgente alla foce in costante pianura. Di poche parole, dai movimenti misurati e posati, le Vesti blu difficilmente perdono la calma, lasciandosi guidare dalle emozioni, e prediligono porsi dinanzi alle problematiche affidandosi prima all’intelligenza e all’esperienza, poi alla pura azione.
Quando lanciano un incantesimo, preferiscono enfatizzare i soli gesti, pronunciando le parole come una cantilena a bassa voce, lasciando che la loro magia si innalzi placidamente investendo l’obiettivo prefissato. Amano la tranquillità, e spesso si possono trovare in una piccola stanza ben illuminata, magari isolata (anche se il loro atteggiamento paziente ed adattabile permette loro di ritagliarsi un proprio spazio di tranquillità un po’ ovunque), a dedicarsi allo studio degli antichi testi e pergamene, cosa che amano particolarmente. Spesso sono vicini a biblioteche e ad altri centri di sapere, attingendo da essi o magari anche contribuendo alla loro gestione. Le vicende e le conoscenze dei predecessori sono per il Mago dell’Acqua fonte per lui di infinita esperienza.
Alcuni dei maggiori esponenti di questa Via sono stati Teleri e Quenya, aiutati dal naturale distacco e dal controllo di sè insito nel proprio retaggio.

La Via della Terra
L’adepto della via della Terra è generalmente uno studioso e profondo conoscitore della materia fisica e delle cose che da essa prendono forma. Ogni problema può essere risolto osservando e studiando l’essenza degli oggetti, cercando di capirne la composizione, relazionandovi la storia e usando opportuni incantamenti. Per questo motivo è spesso molto legato allo studio della Natura, considerata come fonte e armonizzatrice di infiniti stimoli.
Non è raro che egli sia un abile combattente e riesca a combinare con sapienza l’arte della magia e della guerra. Il mago della terra tende ad essere statico nelle proprie idee ed assente dai discorsi altrui, come se nulla che non lo riguardi direttamente possa importargli, ed è spesso semplice e diretto nei modi. E’ convinto nei propri ideali e difficilmente si riesce a smuoverlo dalle sue posizioni, ed è tra i maghi forse quello meno propenso all’innovazione. Gli Istar più portati per questa Via sono spesso i sindar, per l’attenzione per la natura e per la concezione conservatrice e chiusa che pervade la loro cultura.

La Via del Fuoco
Il fuoco arde imperituro nello spirito di chi segue la via del Fuoco. Le componenti centrali nei loro incanti sono il pensiero forte e la volontà decisa, trasmessi da parole pronunciate con voce tonante e gesti furiosi, che sembrano non riuscire a contenere però la potenza del loro spirito. Non preferiscono alcun luogo in particolare per vivere, e a volte non ne hanno bisogno: il fuoco che li guida è tutto quello di cui necessitano, e ciò li porta ad unirsi ad ogni causa che possa liberare quella potenza interiore che alberga nel loro spirito. Una volta che decidono di seguire una di queste cause, daranno tutto per seguirle ed appoggiarle, non lesinando alcuno sforzo; la loro generosità, il loro orgoglio e la sua combattività sono infatti caratteristiche molto visibili e spesso presenti.
Il mago del Fuoco, a causa del suo temperamento sarà probabilmente il più portato allo scontro, e il più determinato; cercherà sempre situazioni in cui provarsi, e in cui liberare il proprio potere, che siano sfide, competizioni o situazioni estreme e pericolose. Questa via è seguita da elfi di tutte le estrazioni, anche se trova maggior seguito nelle frange della collettività più portate allo scontro e all’affermazione di sè, spesso di retaggio nobile.

Magia e società elfica

All’inizio della Terza Radura, solitamente, esperti sacerdoti di Morrigan o istar anziani esaminano i giovani elfi, verificando in loro la presenza o meno di predisposizione. In alcuni casi, tale predisposizione è così spiccata e potente da manifestarsi autonomamente nel giovane elfo: non sono rarissimi i casi in cui il potere “trabocchi”, dando origine a piccoli incidenti (piccolo incendi, manipolazioni involontarie di oggetti o piante); in questo caso gli insegnamenti vengono anticipati, per evitare che tale potere possa essere fonte di pericolo per la comunità e per instradare prontamente il giovane mago.

Gli elfi ritenuti dalla comunità idonei, vengono affidati ad un Maestro, preferibilmente scelto a seconda dell’inclinazione e quindi di comunanza di Via con l’allievo; qualora non sia possibile (ma non è comunque strettamente necessario), si utilizzano altri criteri, spesso improntati al buon senso e rapportati alla situazione sociale e culturale del giovane.
E’ importante però specificare che non è affatto comune che un giovane istar manifesti chiaramente le caratteristiche che permettono di accomunarlo ad una Via, e buona parte degli adepti impiegano alcuni anni per la comprensione di ciò, tramite profonde meditazioni e prove impegnative.

Non esistono formalismi che identifichino un Maestro, in nessun regno elfico: un mago è considerato tale semplicemente quando la famiglia dell’apprendista, o il giovane mago stesso, chiedono all’anziano di essere guida e insegnante, riconoscendone i meriti e le conoscenze. A volte si cercano istar che siano già affermati nella propria società (ad esempio per i Quenya ciò è molto importante), ma non sempre è così, ed altri elfi, come i Sindar o i Teleri, tendono a prediligere il puro merito.

A proposito delle diversità nei vari ceppi elfici, si possono segnalare e considerare altri aspetti, inerenti alle filosofie e al modo di rapportarsi con la magia.
Ad esempio, tra alcuni Sindar, la cui cultura è fortemente animista, vi è la credenza che la Magia non sia altro che uno spirito senziente e figlio di Morrigan, che albelga negli elfi dotati di potere e che si manifesta nei più svariati modi, e quindi, in un certo modo senzientee degno di venerazione.
Invece, alla Perla dei Mari, molti Teleri hanno sviluppato col tempo gli antichi insegnamenti di origine quenya, fortemente influenzati dalle contaminazioni delle altre culture e guidati dalla loro apertura mentale: il risultato è che il pensiero più innovatore, vivo e sperimentale risiede spesso negli studi e nelle biblioteche di Rotiniel.
Infine, per quanto riguarda gli “Alti”, “coloro che hanno la più alta comprensione dell’Arte Arcana”, si può dire che Ondolinde mantiene inalterato nel tempo il suo status di “capitale” della Magia elfica, seguendo forse il maniera più fedele e “conservatrice” gli insegnamenti primi di Nuireletion; l’Arte è spesso vista come mezzo di doverosa manipolazione della Natura e del creato, testimonianza di grandezza del popolo quenya in special modo, che ne custodisce probabilmente i più reconditi segreti, come la Tessitoria Arcana.

Sempre con riferimento società elfica, è importante e doveroso chiarire il rapporto con la Magia Nera, Moringul per i Quenya e Teleri, Morgul per i Sindar.
Tali pratiche sono state nella storia del popolo elfico sempre seguite, quasi senza differenze, tra le varie casate Sindar, Quenya e Drow. Magari questa cosa potrebbe sorprendere un Edain che leggesse questo testo, ma non deve: nella cultura elfica raramente esistono distinzioni nette tra bene e male, nondimeno quando si ha a che fare con la Magia; dopotutto nel potere della magia è racchiuso anche parte del potere di Luugh.
Quello che importa davvero per un istar è l’uso che si fa degli incanti, e il modo in cui ci rapporta.
Frammenti della storia passata, prima dei tremendi Falò, ci riportano testimonianze di terribili maledizioni scagliate dai maghi Sindar contro profanatori dei loro luoghi sacri, di studi doviziosi di creature demoniache svolti negli antri della casata Quenya, o di perduti riti necromantici degli incantatori Drow. Proprio a tal proposito, va specificato che è l’ultima tipologia, la necromanzia, ad essere stata poi con il tempo rigettata e condannata da ogni congrega e mago elfico, da coloro i quali non vogliono camminare fuori dalla luce di Beltaine e dagli insegnamenti dei Valar tutti.
Per quanto riguarda gli altri tipi di incantesimi di questa sfera, in genere non sussistono vincoli di tipo morale o religioso, ma è tutto lasciato alla responsabilità, alla sapienza e la fermezza d’animo del mago; è importante comprendere che deriva grande potere dall’uso e dalla manipolazione di certe forze, che possono intaccare le essenze vitali (gli altri tipi di magia però non prevedono un uso meno responsabile, si parla sempre di grandi influenze sull’ambiente circostante), e che occorre prestare molta attenzione nel richiamare creature barbare, spinte da istinti crudeli, senzienti e intelligenti, e che soprattutto obbediscono loro malgrado.
Alcune creature demoniache sono dotate, infatti, di una forza di volontà fuori dal comune, nonché di notevoli abilità sobillatorie e tentatrici, e gli elfi ricorrono al loro aiuto con parsimonia, perchè sanno che ogni volta dovranno mettere alla prova duramente le proprie capacità, e poiché si teme che il demone possa ricordare il trattamento subito, quando viene dominato, e vendicarsi coi propri simili alla prima occasione. C’è anche un altro modo in cui si può relazionarsi col demone, ovvero assecondando le sue richieste tentatrici, e contrattando così il “prezzo” del suo servizio: ma questo è un modo ancora più pericoloso, poiché si rischia di perdersi in un vortice di dissolutezza, giungendo al fine a ridursi schiavi della creatura.

Un discorso differente va invece fatto per chiarire ulteriori differenze tra quanto visto finora, e la Magia Proibita (Langol in quenya, Algul in sindarin). Questo tipo di incantamenti è stato sviluppato, a prezzo di corruzione di animo e corpo, nei reconditi abissi delle città Drow, e non si hanno testimonianze finora di elfi chiari in grado di maneggiarne tale potere; non di meno, disponiamo di pochissime informazioni in merito, e quel poco che so lo devo solamente all’immensa saggezza e conoscenza del mio Maestro.
Frammenti di leggenda raccolti con dovizia nei secoli, riportano come questo potere sia nato nei tempi della Fondazione delle prime comunità Drow, quindi dopo la separazione delle casate e l’esilio degli Scuri: si narra che sia stato il condottiero e guida degli elfi Siregh, a ricevere questo potere direttamente come intercessione divina, e che se ne sia servito per imporre la propria autorità al suo popolo mostrandosi come prescelto dai loro dei. Questo potere, e gli insegnamenti atti ad utilizzarlo, vennero segretamente e quasi ossessivamente tramandati all’interno della casata del condottiero, e successivamente diffusi, ma con attenzione, presso le famiglie più potenti tramite i sacerdoti più autorevoli dei culti drowish.
Quello che molti hanno potuto osservare avendo a che fare con gli stregoni drow (evocazioni di ragni, potenti magie di veleno e corruzione) è solo una parte del grande potere, che comprende anche potenti divinazioni, riti di evocazione di aberrazioni e di corruzione di forme di vita; nel complesso comunque si tratta di un potere molto legato alla religiosità, tanto che diverse forme di questi insegnamenti sono usati anche dai sacerdoti, oltre che dagli stregoni Scuri.
E’ facile supporre che persino all’interno della società drow siano pochi a disporre di ampie conoscenze in merito, e che esse vengano custodite con cura e “centellinate” alle armate o agli studiosi che se ne debbano servire.
Occorre quindi molta attenzione nell’accomunare questo potere con la Moringul: è un errore che spesso viene commesso da elfi inesperti, ma che dovrebbe essere evitato da studiosi e istar responsabili e consapevoli del Dono di Morrigan. Sebbene forse vi possa essere una piccola somiglianza negli effetti degli incanti, vi è una enorme differenza nell’origine dei poteri: mentre infatti il dono viene veicolato dal Piano della Men, e attinto direttamente dal potere primo racchiuso nel Globo della Conoscenza, la Magia Proibita attinge (almeno secondo le ipotesi del mio Maestro)
da fonti diverse, quali l’essenza corporea dell’usufruitore, e il potere corrotto delle divinità inferiori che gli scuri venerano.

Qui si conclude la mia umile opera. Possa il Sempre Saggio essere benevolo con questo scritto, e possa esso diffondersi tra tutti gli studiosi e istar degni del mondo conosciuto.

Winyandor, 23 Dodecabrullo 261
Winwar Elessir, adepto della Via dell’Acqua sotto la guida del saggio Hisie en’Yevia

Giocare un Quenya

Ci sono diversi elfi in terra ardana; per chi vuole interpretare un elfo molto curioso, legato al viaggio, al cambiamento ed interessato fortemente ad interagire con altri popoli, il telero è probabilmente il tipo di elfo adatto. Se del tuo essere elfo, vuoi focalizzare sopratutto l’atavico legame con la foresta e la natura, il sindar fa probabilmente per te. Se invece desideri un elfo raffinato ed antico, dal potente legame con la magia e con le tradizioni degli inizi dei tempi, dall’infinita grazia e saggezza, allora il quenya è quasi di certo la scelta migliore.
Se immagini il tuo elfo come portatore di antiche e mitiche leggende, che custodisce in una splendida, millenaria ed aggraziata città di marmi bianchi il quenya fa per te.
Se vuoi giocare un elfo che pur dotato di un armonico rapporto con la natura, è caratterizzato soprattutto dal superbo picco di cultura che ha raggiunto nei millenni, è il quenya che vuoi.
Se vuoi giocare una razza dalla possente ed antica tradizione marziale, ma allo stesso tempo dall’indole meditativa e custode di una potente e mistica tradizione magica, il quenya fa al tuo caso.
E’da ricordare che il quenya però non è da interpretare come un semplice nobile umano, il quenya ha una nobiltà che deriva esclusivamente dalla purezza del suo animo, e la sua primaria ricchezza è il sapere sia mistico che terreno degli elfi.

Prefazione

Aveva appena piovuto, ed attorno a me vedevo alternarsi prati d’un verde brillante e scuri alberi di pino, sotto di essi la primavera si annunciava con piccoli fiori bianchi e violetti.
Ero distratta dal fragore delle cascate e dall’odore primaverile di erba bagnata. Quando chiudevo gli occhi sentivo i melodiosi canti degli uccelli. Eppure c’era una sola cosa che avevo in mente: stavo per varcare le porte le porte della Splendente, Ondolinde.
In lingua quenya, Ondo-linde significa Pietre canore; io le sentivo già cantare, col fragore di cascate, misto alla raffinata melodia di un arpa in lontananza.
Mi era stato concesso di visitarli, di stare nella loro favoleggiata vallata, di conoscere da vicino gli elfi quenya.
Detti Calaquendi, Elfi della Luce, per i loro capelli dorati e luminosi come raggi di sole o forse per il loro amore per la luminosa Conoscenza. Noti anche come Tareldar, Elfi alti, per le loro antichissime tradizioni che li pongono in una posizione privilegiata.
Lasciai il mio cavallo, che un amabile telero mi aveva donato alla Perla e raggiunsi Tindomerel, la quenya alla quale avevo ben tre volte salvato la vita, e la quale aveva permesso, a me, umana, di ottenere il titolo di “Elendil” o “Sha’Quessir” amica degli elfi.
L’elfa mi aspettava con i suoi capelli dorati raccolti in una complessa acconciatura, e con una veste azzurra dai complessi ricami chiari, con un bianchissimo mantello sulle spalle. Deglutendo le presi la mano mentre mi sorrideva ed alzai lo sguardo: le torri bianche quasi accecavano con le loro mura, ero ad Ondolinde.

Una delle prime cose che potei vedere alla Splendente, è il valore che gli elfi alti danno alla storia. Ogni volta che osservavo qualche strano oggetto o qualche edificio c’era un elfo disposto a spiegarmi la storia che c’era dietro e quasi sempre era una storia lunga e complessa che, ahimè, non riuscivo a seguire fino alla fine. Nonostante mi fu fin dall’inizio chiaro che non ero loro pari, questo non mi fu mai detto apertamente, ed i loro modi furono sempre cortesi e galanti. A volte mi sentivo quasi come una bambina che girava tra distanti genitori indaffarati: sì gentilissimi, ma lontani e superiori. Da un lato certo, a volte era quasi frustrante, ma dall’altro quando riuscivo ad ottenere la fiducia di uno di loro, la soddisfazione era assai vasta.
Riuscii ben presto ad ottenere il favore di un’antica elfa di nome Yavie (Autunno) che era curiosamente interessata alla storia degli umani: io le raccontavo storie della mia stirpe e di Loknar, lei invece mi raccontava della sua stirpe e di Ondolinde. In poco mesi scoprii cose che certi saggi hanno ricercato per una vita…

Le origini

Si narra che in antichità gli elfi fossero capaci di cose inimmaginabili, anzi si dice addirittura che avessero un altro nome, gli Yiu, che fossero capaci di viaggiare tra i mondi e che avessero manipolassero il flux con la facilità con la quale respiravano l’aria.
Di queste antiche leggende non so quasi nulla, ma riguardo alla casata dei quenya, sono riuscita a scoprire cose antecedenti al periodo dei falò senza luce. I quenya hanno cercato di mantere il poco possibile con una cura assoluta.
L’antica ma splendida Yavie mi ha spiegato molte cose col suo arcaico elfico che non sempre mi è stato chiarissimo. Ciò che ho copreso lo scrivo qui in modo da renderlo leggibile anche alla moltitudine che non avrà la fortuna di conoscere una tanto saggia e savia quenya. Mi ha anche fornito dei libri molto interessanti, tomi antichissimi ma con pagine ancora bianche come nuvole primaverili e con complesse e raffinate iscrizioni elfiche.
Ho scoperto così che la casata quenya in tempio antichi, ancora prima che gli elfi si chiamassero così, esisteva come un piccolo gruppo di elfi. Da quello che ho capito le casate di quei tempi lontani non erano altro che famiglie allargate e si riconoscevano immediatamente anche i per i tratti somatici.Inoltre erano assai numerose (un testo che ho letto parla addirittura delle “novantanove casate”!). I quenya erano tutti caratterizzati da carnagioni chiare e fini capelli come oro colato.
Secondi i conti che ho fatto la casata quenya avrebbe almeno 50 mila anni… ma sono numeri forse ingranditi per dare prestigio agli elfi alti. Certo è sicuro che era una casata piccola e poco influente, e che ve ne fossero di più importanti e prestigiose.
Una cosa che cambiò le sorti di questa piccola casata fu la scoperta da parte di uno dei nipoti del principe Tingoldin dei quenya (pare il lignaggio più nobile tra i quenya di allora e rispettato tra tutti gli elfi), il saggio Nuireletion, del Globo della Conoscenza ove Morrigan aveva risposto il suo più grande dono, la Magia.
La leggenda racconta che coloro che ricevettero per primi insegnamento da Nuireletion furono suo figlio Amanya e sua figlia Isilwen. Entrambi padroneggiarono in fretta l’Arte Arcana, ma dopo la misteriosa scomparsa di Nuireletion cominciarono a differire sempre più negli intenti.
La figlia Isilwen continuò nel lavoro di consolidamento delle 4 vie della Magia (fuoco, aria, acqua e terra) e si circondò di elfi provenienti da tutte le parti continuando a diffondere l’Arte come suo padre prima aveva fatto. Amanya invece era convinto che il Dono di Morrigan dovesse essere utilizzato per accrescere il potere della casata quenya e decise di spartire i segreti che egli conosceva solo con i membri della sua casata. Amanya ed Isilwen riuscirono, come solo gli elfi sanno fare, a rimanere in armonia nonostante le grosse differenze, e si dice passeggiassero per ore sotto alle fronde dell’antico Hildoriath, l’uno cercando di convincere l’altro a cambiare modi.
I due tuttavia morirono senza cedere nella loro visione, Isilwen di insegnamento a tutti gli elfi e Amanya di esclusiva trasmissione ai quenya.
Pare che Nuireletion avesse insegnato cose diverse al figlio ed alla figlia. Ne risultò che le generazioni di quenya successivi rimasero in possesso di conoscenze segrete dell’Arte ereditate da Amanya, ma ovviamente anche di quelle dei seguaci di Isilwen, che erano aperte a tutti gli elfi.
In poche generazioni i quenya divennero quindi signori incontrastati dell’Antica Via,la magia elfica. I segreti di Amanya li resero sempre un passo più avanti degli altri elfi nel manipolare il flux ed gli elfi ottennero allora la dicitura di “elfi che alta hanno la comprensione dell’Arte Arcana” o più brevmente “Tareldar” Elfi Alti. Pare lo stesso Ordine dell’Antica Via, che riuniva tutti gli elfi maghi, avesse ai vertici molti quenya.
Essi presero possesso di posizioni chiave nella collettività elfica e cominciarono lentamente ad debellare le casate loro rivali assorbendole in modo armonico, con matrimoni ed amicizie ed ovviamente grazie al prestigio che la loro Arte Arcana dava. I quenya tuttavia non si fermarono a ciò, ma nel loro amore per la Sapienza decisero di coltivare anche ciò che poi verrà detta le Antiche Tecniche. Se l’Antica Scienza è il nome con cui spesso i quenya chiamano la Magia, le Antiche Tecniche sono qualcosa che ormai è quasi del tutto sparito tra i quenya ma che negli antichi testi è spiegato con una certa chiarezza.
Le Antiche Tecniche furono dei modi che i quenya trovarono di modificare la realtà senza necessariamente usare la magia. Pare che unendo metalli legna e pietra gli elfi di allora potessero riprodurre effetti che oggi solo con la magia sono immaginabili e forse non più nemmeno con quella. Ponti lunghissimi ed eleganti sospesi nell’aria oppure meccanismi complessi che muovevano tra gli immensi alberi strutture mozzafiato, o che tessevano decine di tele nell’arco di pochi battiti di cuore.
L’uso delle Antiche Tecniche misto all’Antica Scienza, risultava in cose straordinarie: navi di legno e metallo che navigavano veloci come il vento grazie a potenti incantesimi d’aria e fuoco, palazzi di cristallo e magia che parevano sfiorare le nuvole con luminose torri mozzafiato, abiti tessuti con la magia stessa in grado di donare potenti poteri magici e trasformare chi li indossa … sentire queste cose da Yavie a volte mi faceva quasi girare la testa: di quali poteri incredibili furono in possesso questi antichi quenya!!!
Un aspetto importante e del quale l’antica Yavie mi accennò è l’uso dei portali. Pare che il popolo pre-elfico al quale appartenevano i primi quenya, gli antichi Yiu, fossero in grado di maneggiarli con tanta facilità che si stessero avvicinando a giungere agli dei di persona, ed allora questi stessi li limitarono. Dopo ulteriori disgrazie legate all’uso eccessivo dello spostamento planare il popolo elfico che nasceva come continuazione degli Yiu decise di limitarne quasi del tutto l’uso. Tuttavia è risaputo che conoscesse ancora le tecniche di apertura di gran parte dei portali che erano stati usati in passato. Inutile dirlo, la casata quenya pare fosse quella che sia prima che dopo custodiva i segreti per i portali più potenti. Quando ho interrogato Yavie per sapere se qualcosa di questa conoscenza è sopravissuta ai falò senza luce mi ha risposto: “come Earlann insegna la conoscenza è un bene prezioso, ma come Morrigan insegna a volta va tenuta segreta” più di così non ho potuto sapere dall’elfa.
Mi sono chiesta anche come mai delle favoleggiate città dei tempia antichi non rimanga nulla, ma in effetti penso di averlo compresa da sola: se i palazzi erano costruiti e retti da un misto di materia e potenti incantamenti, nel momento in cui i decadentisti avessero potuto spegnere queste antiche magie, le città saranno crollate come castelli di carte …

I falò senza luce e l’Oracolo dell’Antica Via

Su questa parte della storia dei quenya c’è poco, come di ciò che la ha preceduta, dato che fu caratterizzata dalla distruzione delle tradizioni e conoscenze quenya.
I falò senza luce, comiciati più o meno con la fine della casata dei Re, come è risaputo a chi conosce la storia degli Eldar, sono stati progettati con maniacale precisione nei millenni precedenti dai Lantalar (i decadentisti), ed hanno comportato la quasi totale distruzione di tutta la razza elfica, inclusa la casata quenya. In un crescendo di “incidenti” durante un periodo durato secoli, le conoscenze degli elfi venivano annullate ad una ad una da misteriose morti e da improvvise fiamme nere senza calore che riducevano in cenere antichi testi ed oggetti. Una menzione va fatta per L’Oracolo della Antica Via. Se l’Ordine della Antica Via era controllato dai potenti maghi quenya grazie ad i segreti di Amanya, dell’Oracolo si sa solo che uno dei suoi membri di maggiore spessore la Dama Bianca (Da non confondersi con la futura Bianca Dama della regnanza Ondolindelore)era una quenya leggendaria. Essa fu un baluardo di luce durante il crescente caos dell’espandersi dei falò senza luce e dei decadentisti,; viene descrtitta con capelli color platino ed occhi di luce dorata, pare sia stata una delle più grandi veggenti mai esistite. Essa richiamò tutti gli elfi di Lestanore (antico quenya per Hildoriath) nella parte occidentale del continente preveggendo alcune pericolose mosse dei decadentisti, gestì anche la guerra contro gli umani ottenendone la neutralità per la lotta contro gli Djare, e consigliò la dipartita degli elfi dalle colonie dopo la sconfitta dei decadentisti, cosa che fu provvidenziale per la vittoria contro i nani. La Dama bianca fu uccisa insieme agli ultimi membri dell’Oracolo alla fine di quest’epoca turbolenta e si narra che abbia fissato i suoi assassini decadentisti dicendo “Vi stavo aspettando, il mio destino è compiuto, il vostro si compie ed io muoio ma voi perdete”.

L’esodo e Finwerin

Dopo il terribile periodo dello scontro tra decadentisti ed imperialisti, i sindar ed i quenya si trovarono nelle foreste del Doriath occidentale a discutere sul futuro dell’intera stripe elfica, stava iniziando quell’epoca della collettività elfica che viene detta della “Ristrutturazione”.
Fu in quel periodo che per gli elfi silvani emerse l’immagine di Arabella, e per gli elfi alti quella di Finwerin degli Eldamar.
Si racconta che Finwerin era un elfo non particolarmente alto, e nemmeno bello, i suoi capelli, a dispetto di alcune recenti raffigurazioni, non erano affatto dorati come molti quenya, ma neri come la notte, ed i suoi occhi erano scuri e severi e solo la sua carnagione indicava chiaramente il suo lignaggio quenya, chiara come la luce della luna. La sua, tuttavia, era una famiglia nobile che vantava legami di sangue con la casata dei Re ed egli un elfo che dimostò di essere non solo coraggioso ma anche saggio e lungimirante.
Vide la scelta di Arabella e della sua casata, il vivere tra gli alberi quasi come elementi della foresta stessa, come un fermarsi della civiltà elfica, ed era invece convinto che si dovesse ricostruire il più possibile della gloria passata e omaggiare gli antenati e gli dei con città grandiose, possenti ingegnerie ed incantesimi, ed un esercito forte ed organizzato. Alcune parole che disse allora, secoli e secoli fa oramai, sono ancora ricordate:
“Noi figli di Beltaine, come possiamo rimanere nascosti nella foresta, a cacciare cervi ed abbeverarci dai ruscelli per tutte le nostre lunghe vite? Non è poi questo uno spreco del dono della lunga vita che la Madre degli Dei ci ha fatto? Come possiamo noi eldar che glorificammo tutti e due i continenti con l’Antica Scienza e le Antiche Tecniche, ridurci a vivere in piccole dimore tra le fronde? Cosa penseranno di questo gli Arani (“Sovrani”) della stirpe dei Re che ci osservano dalle luminose fronde del Tulip? Ora, dobbiamo riunire tutto quello che rimane delle conoscenze degli Ordini antichi, navigare tra le memorie dei nostri anziani, ed usare queste conoscenze per rifondare un regno d’arte, tecnica, magia e sapienza elevate, che sia un raggio di luce per gli Eldar ed i mortali tutti, oltre che gesto di devozione ed offerta ai Valar.”
Pare che dopo il mancato accordo tra i sindar ed i quenya, Finwerin decise di condurre la sua casata verso una nuova terra a fondare una città da soli, ed incarnare la propria visione di rinascita della razza elfica. Finwerin sapeva che la scelta di Arabella e dei Sindar non era errata, ma semplicemente non era la via che la sua casata doveva prendere. I custordi della foresta erano i Silvani, mentre gli Altri lo erano delle tradizioni, e perciò ci voleva un nuovo luogo dove fondare una città con gli ideali dei quenya.
Una volta decisa la partenza,ci fu molta discusione su dove andare e sembra addirittura che alcuni quenya siano partiti subito senza Finwerin “verso un altro lido” (ma non ho mai più sentito menzione di questi quenya), ma infine pare fu un segno divino a condurre i quenya dove ora risidono.
Un mattino, sopra alle dimore silvane dei quenya, comparve un cigno che volteggiava alto sotto il sole primaverile, era curiosamente grande con ali luminose ed una strana aura serena. I sacerdoti quenya capirono ben presto che era un segno divino, un emissario di Beltaine, se non la Dea della Vita e delle Foreste stessa in forma animale.
Volava verso nord, e fu in quella direzione che i quenya marciarono, salutando per sempre gli alberi della foresta orientale del Doriath in cui lasciavano solo gli elfi silvani.
Dopo una lunga ed estenuante marcia i Tareldar giunsero in una fredda ed inospitale vallata a Nord, in una catena montuosa detta Elverquisst. Gli elfi rimasero assai sopresi nel vedere che il cigno finalmente si pose nelle acque di un lago montano circondato da rocce e terra sterile, oltre che freddo e spazzato dal vento.
Il cigno nuotò con fare delicato fino ad un isoletta al centro della laguna montana e poi propio lì spiccò il volo dissolvendosi in una calda esplosione di raggi di sole dorati; la sorpresa degli elfi fu ancora più grande quando notarono che la reliquia del segmento del Tulip che i sacerdoti custodivano con se cominciò a fare radici e germogli naturalmente, come se volesse essere piantato. Finwerin allora,insieme ai sui seguaci pieni di sorpresa e devozione, lo piantò nell’isola in mezzo al lago.
Nel momento in cui il piccolo segmento di Tulip fu piantato, pare che la valle stessa cominciò a cambiare. L’erba cresceva più verde, ruscelli cominciarono a sgorgare dalla roccia, e germogli di alberi a spuntare in terra che pareva arida. Il Ninque Alda (Bianco Albero) , così viene subito chiamato quello splendido alberello che cominciava a crescere sull’isola, esso era non solo segmento del Tulip, ma anche veicolo della benedizione di Beltaine sui quenya.
I quenya, grazie al loro amore per la natura ed a residue conoscenze antiche di cura della terra e delle acque, riuscirono a sfruttare la benedizione di Beltaine sulla nuova terra in cui si trovavano ed a trasformarla lentamente in un luogo fertile ed ospitale.
Si narra che nel periodo immediatamente successivo all’arrivo a Nord dei quenya ed al piantare dell’Albero Bianco, ci furono furiosi attacchi di mostri di tutti i tipi, che vennero ad orde, come per contrastare la nascita delle nuova città elfica.
Fortunatamente per gli elfi alti, la loro conoscenza dell’Arte della Guerra non si era estinta del tutto, e seppero usare lame ed incantesimi per difendersi in modo efficace.
Tuttavia divenne chiaro che il piccolo Tulip e gli elfi che vivevano sulle rive della laguna erano a rischio e così comincià la costruzione al centro della cittadella di una delle più grandi oper architettoniche che Ardania conosca, la Bianca Fortezza di Ondolinde. Essa nasceva per custodire il Tulip e per proteggere gli elfi durante le invasioni di mostri. Fu costruito con la pietra che era stata scoperta nelle miniere circostanti: la ondo-losse (pietra bianco-neve). Nar Katern fu il leggendario architetto scelto dall’Aran Fondatore per costruire e progettare la città. Egli fece un lavoro splendido, riducendo ed incanalando la laguna in modo da trasformarla quasi in un fossato difensivo, ed fortificando e difendendo il territorio del Tulip, pur conservando grazia ed armonia nell’architettura.
La Bianca Fortezza insieme alla case sulla laguna vennero a chiamarsi Ondolinde, Pietre cantanti, a causa del gradevole suono dei ruscelli e canali che Nar Katern aveva costruito e che scorrevano tra i palazzi.

Il lungo regno di Finwerin

La dinastia degli Eldamar: il solo nome fa venire in mente ai quenya nobiltà d’animo e regalità. Aran Finwerin infatti è noto oltre che come “Il Fondatore” e come uno dei tre leggendari regnanti elfici.
Egli infatti potè godere del Dono delle Lunga Vita della Madre. Questo avvenne agli inizi del regno di Finwerin, quando ancora Ondolinde era giovane. Pare che durante una battuta di caccia in cui Arabella e Finwerin erano insieme, essi persero di vista le loro scorte e si trovarono di fronte ad un apparizione divina di Beltaine. Era una dama splendida e luminosa che comunicò loro il dispiacere per le disgrazie che si erano abbattute sui suoi figli e chiese loro di giurare di proteggere e custudire gli elfi dopo la terribile lotta tra imperialisti e decadentisti. I due giurarono ed allora cominciò a piovere, una calda benevola luminosa pioggia che bagnò i due elfi. Finwerin accorgendosi del potere miracoloso insito in quelle acque ne raccolse un poca in un calice; la Valie lo vide e gli chiese sorridendo che quel calice con quell’acqua fosse custodito alla Splendente, “in attesa del Re dei Mari”.
Questa Benedizione donò lunghissima vita ai sovrani in modo che potessero svolgere la missione di Beltaine nel modo più completo possibile: Arabella, Finwerin, e poi Marip’in, regneranno infatti per più di quanto un elfo possa mai sperar di vivere.
Aran Finwerin usò in modo sempre saggio la sua lunga vita e le sue grandi conoscenze.
L’esodo fino alla valle degli Elvenquisst, la fondazione della Bianca Città, ma soprattutto il senso di coesione ed unità che costruì nella sua lunghissima regnanza questo Aran, non saranno mai dimenticate, e la sua eredità è ancora viva tra gli elfi quenya.

Aredhel Eldamar e l’Impero

Aran Finwerin, ebbe due figli, uno era Makindur, e l’altra era Aredhel. Makindur, che si narra fosse un grande spadaccino, sparì misteriosamente durante una caccia con tutta la sua scorta, così il re si trovò solo con sua figlia Aredhel. Egli volle molto bene a sua figlia e si assicurò che potesse avere un’educazione assai vasta ed approfondita, oltre che una vita protetta e piena di agi.
Aredhel Eldamar non deluse il padre. Era brillante e socievole, oltre che una splendida elfa dai lunghi capelli dorati, e dai profondi occhi mori. A soli cento anni, grazie alle sue doti riuscì ad ottenere un prestigio ed un autorità tali da sostituirsi nella pratica a suo padre per la regnanza. L’ultimo millennio di regnanza di Finwerin è in realtà simbolico, e meglio sarebbe considerarlo come l’era del principato di Aredhel. Finwerin si ritirò a vita privata, dedicandosi al culto di Beltaine ed allo studio di antichi testi, mentre sua figlia regnava in suo nome, facendo cose che avrebbero lasciato per sempre un segno sul reame dei quenya.
Aredhel si assicurò, all’inizio del suo principato, di consolidare il consenso del quale già godevano gli Eldamar ad Ondolinde. L’influente clero di Beltaine vide la rinascita dell’antico ordine delle Madri, fortemente voluto e sostenuto dalla Ninque Heri. La Delegazione del buon risveglio di Morrigan, grandissimi conoscitori di sogni e divinazioni, ebbe in dono non solo libero accesso alla Splendente, ma anche una prestigiosa sede. In cambio l’ordine delle madri diffuse ancora di più il consenso per gli Eldamar tra le varie famiglie quenya, mentre la delegazione del buon risveglio pare ascoltasse ed interpretasse segni divini per ogni sogno della regina, ogni mattina, dando importantissimi consigli anche su cose che dovevano ancora avvenire.
La Bianca Fortezza, da castello difensivo si trasformò in Bianco Palazzo Reale con gli ingrandimenti ed abbellimenti della Ninque Heri. I saggi ed i sacerdoti di Earlann si videro la bibleoteca ingrandita ed abbellita, il clero di Suldanas ebbe le sue tradizionali funzioni amministrative allargate dato che l’esercito venne posto sotto all’egida del clero del Dio Padre. L’esercito stesso venne invece galvanizzato da uno dei proggetti più grandi di Principessa Aredhel, la fondazione dell’”Impero”.
Il progetto più grande di Aredhel infatti, che si rivelò essere una convinta (ma astuta) imperialista, era quello di un nuovo assetto per l’Hildoriath dove i quenya fossero a capo della collettività elfica, giungendo addirittura a sottomettere i drow! In seguito l’amibiziossima conclusione del suo proggetto, dopo aver unificato gli elfi, sarebbe stato un lento riportare le terre degli umani sotto l’egemonia elfica.
Questo progetto fu preseguito su due fronti, da un lato il potenziamento dell’esercito, dall’altro un intenso ed abile lavoro di diplomazia con gli altri elfi.
La Principessa Aredhel ebbe molti incontri con Bereth (“regina” in sindarin) Arabella e con il principe Ersyh, figlio di Aran Marip’in della dinastia degli Elenion di Rotiniel. Con la Regina dei sindar (con la quale si narra avesse un rapporto molto stretto di amicizia e di reciproca stima) raggiunse un importante accordo segreto che in pratica le lasciava mano libera su numerose faccende nel Hildoriath. Con il principe la questione fu molto particolare. Quelli che dovevano essere incontri diplomatici divennero presto incontri romantici. Aredhel sapeva benissimo che l’unione tra lei ed il principe Ersyh avrebbe significato riportare i elfi di Rotiniel (ormai detti “teleri”)ed i quenya, sotto un’unica corona, che lei ovviamente avrebbe voluto fosse quella Eldamar.
Non appena, pochi secoli orsono, la principessa Aredhel, dopo la morte del padre, divenne Tari, cominciarono i movimenti di truppe a sud per marciare nelle caverne dei Drow. La regina infatti aveva già organizzato un piano di conquista dei territori sotterranei dell’Hildoriath. Aredhel riuscì a convincere l’ora Aran di Rotiniel Ersyh ad inviare truppe anche grazie all’amore che li legava, e promesse di ricchezza ai mercanti rotinrim. Gli eserciti Ondolindelore, Tiondino e Rotinirim, con alcune truppe di Silvani, si diressero a sud dove, prepararono un vasto accampamento semistabile.
Pare che il matrimonio tra Aran Ersyh e la Ninque Heri Aredhel stesse per essere annunciato poco prima dell’attacco dei figli di Luugh (che molti pensano inteso a bloccare l’unione tra gli elfi e la guerra contro i drow). Questa importante unione, insieme ad una presunta rinuncia alla corona da parte di Arabella, avrebbe reso Tari Aredhel regina incontrastata degli elfi, e le avrebbe permesso di rifondare l’impero elfico su solide basi espansionistiche. La morte di lei e degli altri sovrani elfici mi lascia la domanda di come sarebbero ora il Doriath ed Ardania se fossero sopravissuti. Con Aredhel Eldamar, finì il sogno di un impero elfico sotto i quenya.
Yavie mi raccontò con nostalgia della Ninque Heri Aredhel, come se questa storia avesse risvegliato in lei una sorta di orgoglio sopito.

Si narra che i quenya, all’inizio del tempi, quando la casata era piccola e giovane, fossero caratterizzati (come tutte le antiche casate) da tratti uniformi. Pare fossero tutti dai capelli biondo oro, e dagli occhi color nocciola. Tuttavia la mescolanza già in antichissimi tempi con altre casate ha portato i quenya di oggi ad avere, oltre ad ancora un gran numero di biondi, qualunque combinazione di colore di occhi e capelli. Gli unici tratti che si è invece conservati uniformemente sono la carnagione assai chiara e l’altezza elevata.
È facile distinguere un quenya da un sindar, grazie all’altezza ed ai tratti. Assai meno lo è da un telero. Molti teleri altro non sono che quenya sanguepuro che differiscono solo per il dialetto e le usanze, tuttavia altri presentano anche una carnagione più abbronzata ed in tal caso non è possibile fare confusione poiché i quenya hanno sempre pelle molto chiara, quasi splendente.

La lingua dei quenya viene detta quenyalambe, o più semplicemente “quenya”. È una lingua armoniosa e gradevole, ma non quanto il sindarin: se la lingua dei silvani ha conservato molti suoni dell’antico elfico e ne ha creati di nuovi per renderlo scorrevole ed eufonico, il quenya invece ha suoni un po’più duri e semplici ma dell’antico elfico ha conservato la complessa grammatica.
I quenya amano creare nuove e complesse parole, e quindi in un qualche modo tutto quenya, il vocabolario si evolve lentamente ma continuamente, ed i saggi possiedono pergamene su pergamene di neologismi dei quali tener conto.
I quenya parlano sempre in quenya non solo tra di loro, ma spesso anche con teleri o altre stirpi che non hanno una tale padronanza dell’elfico. Non è il quenya che deve adattarsi a loro ma loro che devono sforzarsi a capire il quenya.
I quenya considerano il sindarin molto musicale, ma “poco acculturato” un dialetto semplice, adatto a poesie e canzoni, non ad importanti disquisizioni, tuttavia molti lo studiano per il gradevole suono. Il telerin è invece visto come una degradazione del quenya, e non meritevole di studio o interesse; i teleri vengono a volte gentilmente invitati a “parlare il quenya correttamente” dai quenya, quando parlano il loro strano dialetto.

(Nota dell’Autore: se si intende usare alcune di queste parole in gioco, benvenga, ma attenzione! si sconsiglia assolutamente di usare altre parole oltre a quelle che sono qui presenti, esiste infatti una regola che chiaramente impone l’italiano come lingua di gioco http://www.themiracleshard.com/TMSito/guardaRules.aspx?id=65. La maggior parte di queste infatti, sono di conoscenza comune a tutti giocatori,usarne altre invece significherebbe solo rendersi incomprensibili)

Sing/Plur= significato
Elda/Eldar= elfo/elfi
Tareldar, Calaquendi= tutti modi di indicare i quenya (elfi alti, elfi della luce)
Atan/atani= umano/umani
Perelda/pereldar=mezz’elfo/mezz’elfi
Lestanore o Hildoriath= Terra degli elfi: la prima forma è quella antica quenya, la seconda antica sindarin, la seconda viene spesso usata anche perché più comprensibile a tutti gli elfi.
Quel fara= buona caccia
Quel Du= Buona serata
Quel kaima= Buon riposo
Aiya= saluto d’arrivo, “Salve” Veduì= saluto d’arrivo più formale.
Naàmarie= saluto di congedo
Vala/Valar= dio/dei e Valie/Valier= dea/dee
Aran/Arani= Re,i Re
Tari/Tarir= Regina/Regine e Ninque Heri= la Bianca Dama
Ay/nay= sì/no
Diolla lle/ Annon lle= grazie/prego
Tiond= detta anche “i Calen”, la Verde
Rotiniel= detta anche “i Marilla”, la Perla
Sèler/Sèlerin= “sorella/e”, usato per chiunque appartenga alla collettività elfica.
Tòr/Tòronin = “fratello/i”, usato per chiunque appartenga alla collettività elfica.
Ondolinde = detta anche “i Silala” la Splendente, oppure “Gondolin” (vedi sotto)
Una particolarità del quenya è il nome del loro reame nel nord: in teoria il termine quenya sarebbe Ondolinde, pietre cantanti, eppure ora ho sentito spesso usare Gondolin. Con mia grande sorpresa ho scoperto che Gondolin è il termine sindarin per Ondolinde e che il suo uso è legato ad un episodio. Si narrà che un millennio fa, quando ancora Finwerin regnava, ci fu un attacco ad una carovana di quenya diretti ad omaggiare la regina Arabella dei Sindar guidati da un sindar. Quando la carovana fu attaccata da un orda di minotauri improvvisa, nella foga della battaglia la guida silvana gridò “an Tiond! An Gondolin” ed aprì la strada salvando tutti i quenya. Da allora, un po’ per la gratidudine un po’ per la gradevolezza del suono, i quenya usano anche questa parola per indicare la loro città.

  • La magia e la natura
  • L’Imperialismo la purezza di sangue
  • Il Ritualismo Quenya

I quenya, la magia e la natura

Per quanto ne sapevo, la magia è una cosa arcana e misteriosa che esula ciò che “normale” e naturale. Questo, come ben presto scoprii, non vale per gli Alti.
Natura e magia sono strettamente legate, quasi un tutt’uno armonico.
L’una non può esserci senza l’altra, una perfetta simbiosi. I quenya vedono la Magia come una diversa manifestazione e forma della Natura. In fondo la Dea della Magia, quando fece il suo grande Dono, non fece altro che unire i diversi elementi della natura, e l’essenza stessa della natura e dei suoi elementi è ancora distinguibile nelle divisioni che ci sono tra le varie “sfere” di influenza e manipolazione magica. La distizione tra il fuoco che arde naturalmente dopo un fulmine, o quello creato da un incantesimo di un mago è flebile per un quenya. Sono due manifestazioni dela Natura che i Valar hanno posto a questo mondo. Morrigan non ha creato la Magia ha solo creato un nuovo modo di manipolare e vedere ciò che i Valar tutti hanno creato.
La Magia è insita nelle cose, non si “crea” con l’incantesimo. I Quenya, anche grazie alla loro antica storia di legame con la magia, si sentono come “soffusi” continuamente di Magia.
Per mostrare il rapporto privilegiato dei Tareldar con la Magia è rilevante che io citi una particolarissima arte magica, la Tessitoria Arcana, antica arte magica praticata e conosciuta solo dagli eldar.
la Tessitoria Arcana è l’arte di fondere più magie assieme, tessendole come una trama, creandone una più potente, o in ogni caso più efficace allo scopo designato. Era un’arte talmente complicata e difficile per i suoi vari bilanciamenti tra magie, che era diventata prerogativa quenya. Ciò è dovuto anche al fatto che molti dei Segreti di Amanya riguardavano proprio quest’antichissima arte, e quindi la tessitoria degli Alti è sempre stata più raffinata e potente di quella degli altri elfi.
Molti saggi umani sostengono che essa sia ormai estinta dai tempi dei falò senza luce, ma Yavie mi ha invece sostenuto che queste conoscenze dimorano ancora tra gli elfi, senza precisare nulla di più.
La natura è vista diversamente da come la vedono altri elfi. Secondo i Tareldar, Beltaine e Suldanas hanno creato flora e fauna a questo mondo per gli elfi. Quindi se i Sindar si vedono come uno dei tanti elementi della natura, i quenya vedono invece la natura come uno degli elementi degli elfi, e che va da loro custodito, non come cosa superiore ed immutabile, ma come dono fatto loro dagli Dei.
Questo si vede anche nel modo quenya di percepire l’armonia nella Natura. La natura “perfetta” non è quella selvaggia della foresta vergine, ma quella della foresta curata dagli elfi, dove alberi malati sono abbattuti, rami potati correttamente, gli animali protetti e custoditi e le acque incanalate. Certo non dobbiamo immaginare un tipo di modifica sulla natura come quelli che fanno gli umani, ma rispetto ai sindar, che ritengono la natura perfetta quella selvaggia, la differenza è netta.

L’Imperialismo quenya e la Purezza di Sangue

L’imperialismo per i quenya è stata una delle cose che ho compreso in più tempo. L’antica Yavie era riluttante a spiegarmela direttamente, ricorrendo invece a complessi giri di parole. Grazie a numerosi accenni qua e là, ed alla faticosa lettura di alcuni testi, sono riuscita finalmente a comprendere cosa è rimasto di questa antica corrente di pensiero tra gli elfi Alti.
Pare che nelle ere passate fossero i quenya ed i drow le due casate che ebbero i più grandi pensatori del Caneldarion (letteralmente “comando degli elfi”, Imperialismo). Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che l’imperiasmo delle due casate fosse identico. Si vennero a creare col tempo due grandi correnti di pensiero all’interno dell’imperialismo che avrebbero poi comportato duri contrasti tra le due casate (ed infine la guerra dei 100 anni).
L’Imperialismo consiste primaditutto in una certezza della superiorità dei figli di Beltaine, su tutte le altre stirpi di mortali, e questo è un capisaldo di entrambe le correnti. Differenze notevoli sono sul come applicare questa superiorità.
La prima corrente, quella che in antichità ha dominato durante l’epoca delle colonie sul continente umano, è detta Imperialismo della Terra, Caneldarion Kemeno. Questa ha sempre dominato incontrasta nella casata Drow (ancora oggi pare) e vede come unica via perseguibile e coerente l’imposizione della proprio superiorità su tutte la altre razze “inferiori” attraverso la forza militare e la coercizione. L’ultima grande Imperialista della Terra fu Tari Aredhel.
La seconda corrente, L’Imperialismo del Cielo, Caneldarion Menelo, vede l’applicazione della propria superiorità attraverso un egemonia culturale e non militare. Gli elfi non devono diffondersi imponendosi militarmente, ma dimostrando la superiorità della loro cultura e diffondendola nel resto del mondo. Questa seconda visione è sicuramente quella che domina oggi ad Ondolinde, e quella che io oserei definire più “aperta e tollerante” verso noi umani. Solo dopo aver capito bene questa distizione ho capito anche il senso delle narrazioni della Vecchia Yavie, sì, da un lato, era felice di raccontarie le sue lunghe storie e provava simpatia nei miei confronti, ma dall’altro lei mi stava dimostrando la superiorità della sua razza e inducendomi a accettarla e comportarmi di conseguenza.
La purezza di sangue è un aspetto che è andato e venuto nei secoli nella cultura quenya; non una cosa fissa ed immutabile; per quello i quenya hanno una certa variabilità somatica.In questi ultimi anni tende a dominare la visione imposta dall’editto di Lorac Isildur. L’unirsi ad altri elfi non è vista come cosa gravissima, solo sconsigliata, dato che si rischia di disperdere il sangue e la forza della casata quenya, comunque,particolarmente se il figlio mezzo non quenya cresce con la cultura dei Tareldar ed ancor meglio ad Ondolinde, questo viene acettato al punto di venire spesso considerato quenya, e l’unione può allora essere anche vista come un arricchimento alla stirpe.
Verso i mezz’elfi invece l’atteggiamento è diverso, ma tratterò ciò in seguito.

Il ritualismo quenya

Questo è un aspetto unico della cultura degli elfi della Luce. Nessuno me lo ha mai direttamente spiegato, ma è chiaramente visibile fin dai primi contatti con i quenya.
Per i quenya non conta soltanto il “cosa” uno fa, ma moltissimo anche il “come”. Spesso lì sta la distinzione tra un gesto urbano e civile, ed uno grezzo e sgradito. La “superiorità” dei quenya sta anche in questo aspetto che è quasi del tutto assente nelle altre stirpi elfiche.
Ho assistito una volta alla preparazione di una importante dama quenya per un ricevimento dall’Aran.
Insieme a delle sue aiutanti andò in un giardino nei pressi di una cascata e si sedette davanti alla acque del lago, usandole come specchio. Poi cominciò lentamente ad essere truccata da un’elfa, uno splendido e complesso motivo floreale sul volto. Nel frattempo, ogni volta che la truccatrice cambiava colore, un’altra elfa suonava una piccola campana che rieccheggiava sulle acque, e cantava brevemente un inno dedicato al colore che veniva scelto. Poi un’altra elfa offriva acqua della cascata ponendola in piccole raffinate tazze di cristallo che disponeva davanti alla dama ogni volta in forme diverse, precise e simmetriche. Il tutto durò quasi tutta la mattinata. Quando ingenuamente interrogai una delle elfe sul motivo di una “cerimonia tanto lunga” l’elfa rispose semplicemente “perché dovremmo fare altrimenti? C’è fretta?”.
Il ritualismo quenya si vede in tutti i momenti della loro vita, tutto è fatto con un certo ritegno e controllo e non appena c’è tempo con una qualche cerimonia, da un pasto, alla vestizione di un’armatura. Tutto ciò rende la vita di un quenya arte ed armonia continua.
Sono convinta del fatto che, oltre all’antichissima cultura, questo comportamento sia dovuto anche alla lunghissima vita ed all’abbondante quantità di tempo dei quali gli elfi dispongono.

Anticamente, gli elfi erano una stirpe talmente religiosa, che non era chiaramente possibile distinguere dove fosse l’aspetto religioso, da quello temporale della loro quotidianità, e lo scorrere della vita elfica era intrinsecamente mistico.
I quenya sono sicuramente gli elfi che più hanno conservato la religiosità non solo come momento di fede, ma anche come misticismo nella quotidianità.
Infatti rispetto al parlato quotidiano sindarin e telerin, c’è un’assai maggiore quantità di riferimenti ai Valar, nel modo di parlare dei quenya che generalmente tra gli altri elfi è riservato solo ai sacerdoti.
Verso i sacerdoti dei Valar, i quenya conservano ancora oggi un profondo rispetto, reminescente dei tempi in cui tutta la società degli eldar era dettata dalla religione. I quenya officiano molte cerimonie religiose e tendono spesso a partecipare con frequenza anche a quelle fatte da altri mebri della collettività elfica.
Le messe dei Tareldar sono caratterizzate da un elevato quoziente di ritualità e solennità, con canti celestiali ed arcaiche parole di devozione, ed avendo avuto l’onore di assistere ad una, posso dire di aver avuto veramente la percezione di essere più vicina agli Dei.

Beltaine per i quenya

Beltaine è la Dea Suprema per i quenya. È l’essenza che ha generato due dei Valar, insieme a Suldanas, ed è colei che con le sue lacrime ha dato vita agli eldar.
Dato il profondo legame che gli alti hanno con le origini, siano di sangue o tradizione, Colei che incarna l’orgine prima, dopo il Tulip, viene vista con grande rispetto.
Beltaine è sempre avuto un posto speciale nel cuore dei membri della casata, fin dai primordi. Questa venerazione non è andata che rinforzandosi col ruolo che la Valie ha avuto negli ultimi millenni: la protezione e guida durante l’Esodo di Finwerin, la benedizione ed il dono di fertilità che attraverso il Bianco Albero concesse alla Valle Celata, il Dono della Benedizione della Lunga Vita e molti altri miracoli e benedizioni che i quenya sono stati felici di raccontarmi.
Ho anche scoperto che la Dea della Vita e delle Foreste, a differenza di quello che si pensa nelle terre degli uomini,non è venerata solo dalle madri e dalle elfe, ma da tutti gli strati della società dei Tareldar.
Essa è innanzitutto creatrice di “Ea” il semplicissimo termine quenya per “Natura” ed oltre a questa importantissima funzione è per i quenya anche Valie Caleo, Dea della Luce, in quanto i quenya dicono che il sole e la luna altro non sono che i due occhi di Beltaine. E la luce è vita: Beltaine dunque è nascita, vita, natura, luce ma è anche tradizione.Beltaine è associata fortemente col concetto di conservazione della propria identità da parte dei quenya, non solo come custode della stirpe e degli elfi tutti, ma anche come custode delle tradizioni più antiche.
Beltaine è quindi rappresenta in un tutt’uno armonico , la natura, gli elfi e le loro origini, oltre che metafisicamente il concetto di nascita e creazione.
Il rispettato ed amato clero beltainita quenya si divide tradizionalmente in due categorie: sacerdoti e sacerdotesse. Questi sono sia coloro che hanno il legame più stretto con la natura, ma sono anche partecipi attivi della conservazione delle antiche tradizioni.
Le sacerdotesse di Beltaine sono quasi sempre appartenute all’antico Ordine della Madri, ordine potente ed influente, ma anche amato dalla gente comune. I sacerdoti invece hanno sempre fatto parte dell’Ordine del Sole, tradizionalmente più piccolo.
L’Ordine del Sole ha avuto, come quello della madri, fasi alterne, e nella sua ultima reincarnazione non è più ristretto ai sacerdoti di Beltaine, ma è divenuto aperto a tutti i sacerdoti dei Valar divenendo quindi più grande dell’Ordine delle Madri stesso. I sacerdoti di Beltaine vi rimango comunque con un ruolo rilevante, e vengono detti Raggi di Sole.
Una cerimonia molto antica conservatasi ad Ondolinde, tra i quenya, è quella del “Ringraziamento al Sole” l’unica ove a officiare la cerimonia è tradizionalmente un sacerdote maschio beltainita. Si tiene generalmente d’estate ed è un antico rituale ove gli il clero di Beltaine tutto, benedice i campi e le foreste del regno di Ondolinde e ringrazia la Valie per la luce del sole. In questo rituale il sacerdote di Beltaine versa acqua santa sulla terra con l’antico Calice del Sole, preziosa reliquia di Beltaine.
L’Ordine delle Madri è dominato dalle sacerdotesse della Madre degli Dei ed ha specifici rituali legati alle fasi lunari. All’inizio rimasi confusa riguardo a ciò, pensando che Beltaine fosse legata al Sole e non alla Luna, dimora di Morrigan. Ho scoperto che per i quenya Morrigan rappresenta solo un aspetto della Luna, ovvero quello di doppiezza, di cambiamento e di mistero. Mentre la la Madre degli dei incarna per i quenya l’aspetto di legame con la femminilità e fertilità strettamente legata alle fasi lunari, ed al ciclo naturale della Vita. La Luna è inoltre uno dei “Due Occhi” di Beltaine, l’altro è il sole, che è simbolo della luce, della vita e della nascita procurate dalla Dea.
Beltaine viene detta tra i quenya: Alatamille ”Grande Madre”,Amille Valarion ”Madre degli Dei”,Valie Caleo ”Dea della Luce”, Valie Cuivieo ar i Taurion “Dea della Vita e delle Foreste”, Amille Eldarion “Madre degli Elfi”.

Gli altri Valar per i quenya

Ovviamente oltre a Beltaine, i Quenya ripongono grande venerazione anche negli altri Valar, ed in particolare in Earlann è Suldanas.
Earlann è visto con molto rispetto poiché per i quenya esso rispecchia la serenità e la calma che dovrebbe possederli nel loro fare quotidiano e nel momento delle scelte; Earlann è saggezza e serenità, oltre che oculatezza. L’aspetto di Conoscitore invece è un po più particolare per i quenya. Mentre per gli altri elfi, Earlann è il Vala supremo della conoscenza, i quenya vedono la conoscenza più antica come dono della Grande Madre, insito negli eldar, mentre Earlann si cura di svilupparla ed ingrandirla. Earlann, come l’acqua che scorre, porta avanti e mantiene la conoscenza ma la vera fonte è Beltaine, dea della nascita. Da ciò ne deriva che i custodi delle tradizioni e gli studiosi tendono spesso a venerare Beltaine più di Earlann, mentre coloro che creano nuovi scritti o opere d’arte hanno un legame più forte con Earlann, in quanto Conoscenza nel Suo evolversi.
Una famosa cerimonia dedicata ad Earlann tra i quenya è la “Parola Celeste”, in tale rituale i sacerdoti di Earlann di Ondolinde invitano tutti gli elfi del Doriath a scrivere una poesia su un particolare tema,spesso religioso, ed il vincitore riceve un premio durante una sontusa cerimonia di ringraziamento al Vala, per lo scorrere del sapere (spesso simboleggiato da una cascata in vicinanza).
Suldanas, è, come per tutti gli elfi, una delle divinità più venerate con Beltaine, anche se per gli Elfi della Luce, non v’è dubbio che Beltaine sia un gradino sopra, grazie alla sua potenza generativa. Suldanas è visto come Custode dell’Equilibrio, tra i quenya, più che come dio animale e silvano. Egli infatti veglia su ciò che la Grande Madre, sua consorte, ha creato, in modo severo ed impassibile, giungendo sempre al giudizio più neutro e giusto. Curiosamente, la visione di Giudice Inflessibile che i quenya hanno di questo Vala, porta loro ad evidenziare una filosofia che poi molti sacerdoti e fedeli abbracciano, ovvero il fatto che il bene ed il male siano un equilibrio necessario, un alternarsi dinamico dove uno ha bisogno necessariamente dell’altro.Quindi la presenza anche di Valar malvagi, e di elfi che fanno male alla collettività,o anche di disastri naturali e quant’altro è tutto frutto di un misterioso equilibrio del quale gli eldar sono ignari attori. Tale teologia tuttavia non trova tradizionalmente il clero di Beltaine e Morrigan favorevoli che credono nel male come un “difetto” del bene che bisogna mirare semplicemente ad annientare. Certo nella pratica non è che poi il clero di Suldanas non si dia da fare per difendere i quenya e la collettività, ma lo fa semplicemente su diverse basi, diviene un gesto di “mantenimento dell’equilibrio”.
Tradizionalmente il clero quenya di Suldanas è legato sia alle funzioni giudiziarie cittadine, sia all’esercito. Un tipica cerimonia riservata al clero di Suldanas è il “Giudizio Infuocato” che viene officiata prima di una qualche importante scelta, sia essa di un giudice o di un’importante autorità. In questa cerimonia pare che i sacerdoti usino un fuoco purificatore ricco di incensi per ispirare divino discernimento in colui che sta scegliendo.
La Dea della Magia e della Dissimulazione, Morrigan, ottiene un posto di speciale venerazione tra i quenya, poiché pur non essendo stata una delle fedi con più seguaci, possiede delle importanti sfere di influenza. Il Dono di Morrigan, la Magia, è una delle cose più preziose degli eldar, ed i quenya le sono molto grati, non solo tra i maghi. Un’altra dono che la Valie loro concesse a lungo fu la segretezza della valle in cui dimora Ondolinde, detta appunto Celata. Sembra che fu proprio grazie ad una benedizione che lei pose che per molto tempo la città sarebbe stata nascosta ad occhi indegni. Tuttavia tra i quenya, l’aspetto ad essere maggiormente esaltato è senza dubbio quello di Madre della Magia, e di Dispensatrice di Sogni, non quello di Signora degli Inganni.
Riguardo al legame coi sogni, assai rilevante è la presenza di una antico ordine, la Delegazione del Buona Risveglio: Se i Lupi di Fuoco di Suldanas sono stati tipicamente ospitati a Tiond, le Onde d’Argento di Earlann a Rotiniel e L’Ordine delle Madri di Beltaine ad Ondolinde, questa delegazione invece è stata in passato per secoli itinerante, interpretando i sogni dei regnanti ed ammomendo sui pericoli degli elfi.
Fu Aredhel Eldamar, quando era ancora principessa, a convincere la Delegazione a fermarsi nella Splendente, concedendo loro una prestigiosa posizione di personali divinatori della corona Eldamar. Nonostante ciò essa continuò a mantenere una valenza continentale, e spesso ha viaggiato, anche per lunghi periodi(spesso anche nella ricerca di nuovi membri con misteriose tecniche divinatorie), nelle altre città elfiche. Questo aspetto di legame con tutte le città e le regnanze è ben visibile nella Cerimonia dei Sogni, che nonostante si tenga tradizionalmente nella città che li ospita, Ondolinde, vede invitati tutti i regnanti ed i cleri delle città elfiche.

Il Tulip ed i quenya

IL Tulip, come è noto, è l’immenso e divino albero dal quale nacquero i tre primi dei Elfici. Esso è venerato da tutti gli elfi, come inizio e fine del Tutto, e come essenza genitrice di tutte le cose.
I quenya avevano da tempi immemorabili un “frammento” del Tulip(una radice o un rametto, i testi non sono chiari). Fu così conservato, per millenni, nella sua lenta autogenerazione, fino a quando Finwerin ed i suoi non lo piantarono al centro della laguna dove stavano fondando Ondolinde. Ai tempi antichi pare fosse strettamente legato alla corona ed i quenya, come suoi custodi, avevano un posto molto vicino alla Casata dei Re.
Il frammento crebbe fino a divenire il Bianco Albero che noi conosciamo, e che ho avuto la fortuna di visitare, che viene detto Tulip, pur essendone solo un frammento.
Per i calaquendi, l’Alda Ninque, il Bianco Albero, è circondato di una speciale venerazione a causa, di molti fattori.
Innanzitutto esso è diretto frammento, di sacralità ed essenza del Tulip “vero” e quindi è frammento della materia che generò i valar stessi. È inoltre anche essenza da cui tutta la natura di Ardania fu generata. Particolare è anche il fatto che i quenya siano convinti che il Bianco Albero sia dominato da “un’Antica Coscienza”, ovvero da una certa senzienza. Per i quenya, il Bianco Albero intercede tra i Valar e gli eldar, con la sua sacra presenza, e nel farlo ha una volontà, che non è di facile comprensione ma è presente.
Aggiungendo che è grazie al Bianco Albero che si è potuta rendere fertile la Valle celata, e che per esso prima i quenya ed i sindar scesero in guerra contro i drow, si capisce quanto influisca sulla cultura e la fede dei quenya. Esiste anche un gruppo di quenya che lo adora come una divinità del tutto senziente.
Il Bianco Albero è, nel cuore dei Quenya secondo solo ai Valar ed al Tulip “vero”. Esso viene spesso detto Alda Ninque, Bianco Albero, Alda Cuileo, Albero della Vita,i Aina Alda, l’Albero Sacro o a volte semplicemente il “Tulip”.

La più perfetta armonia, a ciò mira la società quenya.
Ho potuto ben vederlo nella mia esperienza con gli alti. La loro società forse è quella che ricorda di più l’antica società elfica che c’era prima dei falò senza luce. Per i Tareldar, il senso di coesione di collettività elfica è in qualche modo più “puro” rispetto a quello sindar, influenzato molto dal rapporto con la natura, e quello telero, influenzato da mille culture straniere.
I quenya tra di loro mantengono un atteggiamento, seppur da un lato posato ed apparentemente talmente cordiale da parere freddo, in realtà che è dettato da un alta considerazione del prossimo e del legame viscerale che viene dal senso di collettività elfica. Col tempo ho notato quanto spesso i Calaquendi si lascino andare a sorrisi ed parole gradevoli tra di loro. I quenya nella loro vita ricercano continuamente il dominio delle proprie emozioni, ben più dei sindar, il quenya è controllato e giudizioso, e non esserlo viene visto come una gravissima mancanza.
La vita del quenya è molto ben organizzata, come da tradizione elfica quindi le tre radure vengono seguite con rigore. Esse sono caratterizzate da un dose molto elevata di studio scritto e di memorizzazione di tradizioni e storia elfica, oltre che dallo studio della complessa lingua e letteratura quenya. I quenya che non si ritrovano nell’impegnativo studio delle radure, finendo di concluderle alla seconda radura, o che si trovano insoddisfatti al momento dell’inserimento nella società quenya, di solito lasciano Ondolinde per andare a Rotiniel, e cambiare vita. In tal caso assumono molto delle caratteristiche dello stipite elfico dei teleri, pur rimanendo per molti aspetti fedeli alle loro origini.
La vita per i quenya scorre lenta, ed essa viene riempita di attività artistiche, religiose e lavorative, tutte viste come un contributo all’arricchimento della società quenya e della collettività elfica intera.
È rilevante anche mettere in evidenza la visione della battaglia degli Alti. Un calaquendi che si è votato alle armi, le tratterà col tipico rituale rispetto dei quenya, e tratterà anche il suo nemico con eguale rispetto ed onore, scendendo in battaglia solo se veramente necessario.
La tradizione marziale quenya è assai forte e pone le sue radici nell’antico imperialismo di cui i quenya (ed i drow) erano i principali rappresentanti.Un antico metodo di strutturare i loro eserciti che nelle ere si è rivelato vincente, è quello dei Vaiwar Ohtasse, i Venti di Battaglia, che si potrebbero definire delle legioni, assai ben strutturate, sempre dallo stesso numero, che vengono comandate da abili generali. Questa struttura fu creata da Valaine Mornil, grande generale dei tempi di Finwerin e fu basata sulle antiche tecniche di guerra dell’era Imperialista.

I Quenya, a differenza dei teleri, che producono manufatti e oggeti artigianali al fine di commerciare con le altre razze, tendono invece a produrre piu per il proprio piacere artistico, scambiandosi oggetti come forma di socialità, al fine di soddisfare il loro bisogno di armonia ed estetica negli ambienti in cui vivono.
L’arte dei quenya è legata alle miniere dei monti Elverquisst, per cui ne risulta che i Tareldar sono superbi orafi e gioiellieri. Le collane ed i gioielli di Ondolinde vanno a ruba nel resto di Ardania, e sono universalmente apprezzati.
Un’altra arte in cui gli Alti sono noti è la lavorazione della pietra, particolarmente la loro pietra bianca, la ondo-losse , utolizzato come materiale di costruzione della capitale.
L’Alchimia ha un posto speciale tra le arti quenya, in quanto viene vista con una sorta di misticismo. Nella sua strana unione di naturale ed innaturale, ricorda ai quenya i tempi in cui tecnica e magia era uniti nel sapere di questa casata.
La cucina quenya è assai interessante, come ho potuto vedere, non solo per i curiosi accostamenti di gusti, ma anche per l’aspetto coi quali vengono presentati. Per il quenya conta moltissimo l’aspetto del cibo…spesso e volentieri, dati gli strani accostamenti della loro cucina,ne ho apprezzato maggiormente l’aspetto che il sapore…
Gira la voce ironica tra i teleri ed i sindar che la cucina dei Calaquendi sia per l’occhio e non per il palato, anche se a quanto pare agli Alti piaccia per tutti i suoi aspetti. Ovviamente i quenya conoscono molti piatti gustabili a tutti gli altri popoli, alcuni interessanti esempi sono:

Il “nettare di Luna” una gradevole zuppa dal curioso sapore agrodolce, circondata da un misto di verdure e filetto di cervo, saporiti da sughi fatti con le erbe speziate della valle Celata oppure il piatto de ” i 9 formaggi dell’Aran”,del quale ho anche imparato la ricetta: è lepre alla griglia con fonduta di formaggio fresco aromatizzato; Yavie mi ha mostrato come si disossa la lepre e si mette sulla griglia mentre il formaggio si fonde. Quando questo è liquido lo si aromatizza con le erbette. Quando invece la lepre è a metà cottura la si cosparge di formaggio fuso e la si rimette sul fuoco così da farci una crosta sopra. Si presenta infine la lepre sul piatto cospargendo prima un ultimo cucchiaio di formaggio fuso(dei 9 formaggi dell’Aran) con vino bianco. Infine, come da buona tradizione quenya, si decora il tutto in modo minuzioso con foglioline di erbe aromatiche.
In quante a bevande i quenya sono assai appassionati di succhi e di sidro, e tendono a bere pochi alcolici, unica eccezione è il vino, che ha delle piantagioni assai apprezzate e rinomate nelle colline di fondovalle presso Ondolinde. Il vino bianco quenya è famoso per il suo sapore delicato ed è tradizionalmente lasciato riposare nelle botti di legno di pino dei monti Elverquisst.
In quanto a vestiario, i Tareldar favoriscono come da tradizione elfica, leggeri abiti su misura che lasciano spesso intravedere molte più parti del loro corpo di quante non lascerebbe un abito di una donna loknariana. Esistono principalmente due mode ad Ondolinde; quella degli abiti più aderenti e quella degli abiti più larghi e svolazzanti. Non mi è mai stato del tutto chiaro come si alternino, ma pare siano in qualche modo legati alle stagioni ed a scelte delle dame elfiche più in auge. In entrambi i casi gli abiti presentano splendidi e raffinati ricami e rifiniture che sono spesso riconoscibili da intricati motivi di iscrizioni quenya, talmente elaborate da parere illustrazioni.

Musica dei quenya

I quenya hanno un’antica tradizione musicale, probabilmente la più invariata nei secoli, rispetto alle altre culture elfiche.
Probabilmente la maggiore espressione della musica quenya è quella per i riti sacri. In tali momenti i Tareldar si uniscono in cori di unica bellezza, con voci splendide che paiono giungere fino ai loro dei. I cori di voci si alternano in modo armonico e perfetto, creano melodie possenti e raffinate allo stesso tempo.
Rispetto ai sindar i quenya dimostrano una vasta predilezione per le voci rispetto agli strumenti, anche se questo non significa che non abbiano bellissimi strumenti di cui fanno buon uso; in particolare l’arpa, assai amata. La musica più quotidiana, e non sacra, consiste spesso in una voce accompagnata da un arpa o qualche altro strumento. Le canzoni hanno spesso temi di antiche storie d’amore o d’avventura, e più raramente temi silvani.
È necessario fare menzione del rapporto tra musica quenya e telera. Quest’ultima si è assai evoluta rispetto all’originaria musica quenya e le due non si somigliano più. Tuttavia nonostante la differenza, le movimentate danze dei teleri(particolarmente quelle meno “umanizzate”) esercitano un curioso interesse tra i Tareldar, e la loro fama di “Lindar”, cantori, è apprezzata anche ad Ondolinde, tanto che una volta potei assistere ad un concerto di un famoso cantore telero che fu ufficialmente invitato per suonare alla Splendente.

Ora qui descriverò quello che ho colto della visione che gli Alti hanno verso il resto dei popoli ardani. Preciso che, nonostante la forza coesiva del senso di collettività elfica, ci sono opinioni più o meno divergenti tra i quenya riguardo agli altri popoli e qui riporto solo quelle che sono le tendenze generalmente condivise. Un appunto che vorrei fare per chi si appresta a cercare di comprendere il rapporto tra i Calaquendi ed il resto delle genti ardane è di distinguere coloro i quali fanno parte della collettività elfica (sindar e teleri) da coloro che non ne fanno parte. Verso i primi, nonostante le grosse differenze, c’è un irrazionale ed innato senso di vicinanza,considerandosi essi stessi fratelli che hanno scelto strade diverse,per cui essi cercano di minimizzare le differenze, cosa che non succede ovviamente verso gli esponenti delle altre razze.
Nei rapporti con gli altri elfi è da ricordare che i quenya si sentono come i mediatori tra la chiusura dei sindar e l’apertura dei teleri, oltre che custodi delle tradizioni “per tutte e tre le stirpi”. Insomma gli “elfi” per antonomasia. Ciò tuttavia non è quasi mai espresso apertamente.

Quenya sui Sindar

I quenya provano sentimenti piuttosto positivi verso i Sindar,detti anche i Grigi. Li ammirano per il loro legame con la natura e per l’armonia perfetta che hanno con la terra, le piante e gli animali che Beltaine e Suldanas hanno posto nel mondo. Tuttavia i quenya temono che lo stile di vita dei sindar, con il loro desiderio di chiudere la collettività elfica su se stessa, sia pericolosamente reminiscente dell’antico decadentismo che portò quasi gli elfi all’estizione. Non a caso ho visto nella biblioteca di Ondolinde molti testi antichi portati da Tiond, come se i sindar dovessero da un giorno all’altro perderli.
Insomma gli Alti apprezzano molto l’equilibrio con l’ambiente che caratterizza i Sindar, ma sono convinti che il fortissimo accento che essi vi pongono tenda ad allontanarli dalle tradizioni elfiche.

Quenya sui Teleri

Apparentemente i rapporti tra teleri e quenya sembrano essere dominati da un certo distracco e incomprensione. Questo in parte è vero, tuttavia va visto come il contrasto che può esserci tra due fratelli: essi sono diversi e spesso non vanno d’accordo, ma sono dello stesso sangue e della stessa famiglia, e quindi su certe cose hanno un legame indissolubile.Inoltre I tareldar vedono i teleri, seppur come un pericoloso allontanamento dalle tradizioni della casata quenya, come parte necessaria della collettività elfica. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capirlo, ma poi ho compreso che per i quenya i teleri sono indispensabili per mantenere la purezza culturale dei quenya, poiché gli Alti, a differenza dei Silvani, riconoscono l’importanza dell’avere contatti col resto di Ardania, ed i teleri hanno sempre svolto questo compito per la Collettività Elfica contribuendo ad impedire che essa si chiudesse e decadesse su se stessa. Rimane il fatto che nella quotidianità, i quenya trovino i teleri decisamente “umanizzati”, e sono sempre ben disposti a trovare occasioni per “aiutarli a ritornare alla tradizione”.

Quenya sugli Atani

Gli Atani, così vengono chiamati in quenya gli umani. Verso di noi i quenya tengono un certo distacco, dovuto a vari fattori. Gli Alti vedono gli umani come “barbari” innanzitutto, oltre che per la cultura assai meno antica ed il breve arco vitale, anche per la mancanza dell’istintivo senso di coesione che caratterizza tutti gli elfi. Mentre i loro cugini teleri sono spesso affascinati da questa diversità e dal dinamismo e l’istintività che caratterizza gli umani, i quenya invece ne vedono di più la pericolosa imprevedibilità e la mancanza di ponderazione.
Grazie alla loro saggezza tuttavia, i Calaquendi riescono a trovare anche negli umani elementi che considerano degni di grande fiducia e rispetto: un umano di tale sorta viene eletto “amico degli elfi” (quenya “elendil”, “meldo” o “Sha’quessir”, sindarin “mellon”).
é interessante notare come generalmente i quenya nascondo il loro senso di superiorità verso gli umani con una facciata di impassibile rispetto o condiscendenza, ed è solo con un approfondita conoscenza che mi sono resa conto della posizione nella quale sentono di trovarsi nei nostri confronti.

Quenya sui Pereldar

I “pereldar” (mezzi = “per-“ ;elfi = “eldar” ;sing =“perelda”) sono visti con dispiacere e malinconia dai Calaquendi che li vedono come un “errore”, frutti della collettività che rimarranno sempre immaturi, oltre che un indebolimento del sacro sangue dei figli dei Valar. Prima che isildur ponesse veti sulla nascita e crescita di figli di sangue debole (mezz’elfi), Tari Aredhel Eldamar decise di accettare per un breve periodo alcuni mezz’elfi (ed addirittura umani) nella città, con l’intento di integrarli completamente nella cultura quenya, ma i risultati furono scarsi. Al momento è dominante l’idea di Lorac, che è anche la più tradizionale, e quindi i mezz’elfi che nascono tra gli Alti vengono mandati ai confini del Reame Elfico, alla Perla, oppure proprio sul continente umano. Un quenya tende tuttavia sempre a considerare un mezz’elfo un individuo con “più potenziale”d’un umano a causa del suo sangue elfico.

Quenya sui Naucor

I “Naucor” (“tozzi” sing. “Nauco”), i nani sono visti come come popolo lontanissimo dagli elfi, e non meritevoli di attenzione. Data la storia di guerra tra i due popoli nell’antichità c’è molta diffidenza, tuttavia anche un leggero senso di colpa dovuto alle condizioni durissime che furono imposte ai nani sconfitti. A seguito della liberazione dei nani ed al loro ritorno alla superficie sta facendo scemare questo secondo sentimento, lasciando più spazio al distacco più completo.

I Tareldar hanno una lunga serie di antiche leggende e storie, alcune puramente cronache, altre talmente antiche da sfumare in leggenda. Nelle storie di questo antico popolo risulta quasi sempre focale la presenza di qualche antico artefatto, elencherò qui alcuni di quelli che mi hanno colpita di più.

  • I Otso Enyalar Nosseo “Le Sei Memorie della Casata”: Come è risaputo la casata quenya è quella che ha conservato di più delle proprie origini, ed anche più artefatti dell’era antica. I più famosi, che si favoleggia custoditi ad Ondolinde, sono:
    • L'”Occhio verso le stelle”, detto anche Telescopio, che Aran Finwerin fece costruire sulla base di antichissime pergamene, e che, si vocifera, possegga numerosi segreti sull’osservazione degli astri, e sull’ “osservazione dei destini degli Eldar”;
    • La “Sala degli Spiriti”, un antico salone nascosto tra gli Elverquist dove pare che un’assemblea di antichissimi spiriti risponda alle domande degli elfi su passato presente e futuro;
    • Le “voci di fuoco” degli antichi animali, che, si narra, i capi della casata cavalcassero nell’antichità, rapidi e possenti, detti Hirayu, nell’antica lingua;
    • La “Bianca Tunica”, appartenuta alla Bianca Dama dell’antichità, pare conferisca potenti poteri magici a chi la indossi.
    • La “Porta dei Valar”, portale in grado di condurre nelle dimore degli Dei ed oltre.
    • Il “Bianco Albero”, considerato la settima e più importante Memoria, del quale ho già ampiamente parlato.
      Solo della prima e dell’ultima Memoria abbiamo prove certe dell’esistenza, delle altre non ho potuto farmi dire nulla dagli Alti.
  • I Rie Aranion “La Corona dei Re”: questa è un’altra famosa leggenda; si dice che la corona della casata dei Re elfici dell’antichità non sia sparita ma sia ancora da qualche parte di Ardania, una splendida corona di un antica lega luminosa, tempestata di gemme e con preziose e potenti rune elfiche miniate. Se venisse trovata si lascerebbe indossare dall’elfo degno di esso, che rifonderebbe così un impero elfico unito. Nei secoli molti Tareldar sono partiti alla cerca di questa reliquia, ma nessuno ha mai ottenuto nulla.

Ho cercato di condensare in poche righe discorsi di giorni e giorni, con l’anziana Yavie e con molti altri cordiali, seppur distanti, elfi della Splendente.
Non so se sono stata in grado di far comprendere di più di questa particolare stirpe ai lettori, ma mi auguro di essere riuscita almeno parzialmente nell’intento.
Ora che Tindomerel mi ha reso “Meldo Calaquendion”, amica degli elfi della Luce, potrò venire ancora in questa splendida città. Sono sicura che tornerò:ogni notte sogno le bianche torri in attesa di farle visita …

18 Madrigale, A. I. 272 , Lysia Wends di Loknar

sindar

Giocare un Sindar

Le tre diverse stirpi elfiche sono ognuna maggiormente focalizzata su un aspetto della propria elficità. Per coloro che vogliono sottolinearne la sovrannaturale grazia, sapienza e potenza di questa razza, ci sono i quenya, i nobili Elfi Alti. Per chi vuole sottolinearne la curiosità, l’adattabilità ed il legame col mare ci sono i teleri, gli affabili Elfi del Mare. Chi invece desidera soffermarsi maggiormente sul viscerale antico ed armonico rapporto con la foresta e le sue creature, troverà nel sindar la giusta scelta interpretativa.
Se nella tua immaginazione, il tuo elfo corre agilmente tra il sottobosco e le fronde con un arco in mano, senza lasciar tracce ne far rumore, probabilmente il sindar fa per te.
Se vuoi interpretare una stirpe antica ma allo stesso tempo che ha saputo conservare molti genuini aspetti di semplice simbiosi con la foresta, il sindar è la tua scelta.
Se credi che il tuo elfo, pur abile nell’uso di qualche campo, spada, magia, canto o preghiera, continuerà a dedicare molto tempo all’amore per la foresta, stai per interpretare un sindar.

Nota però che il Silvano non è semplicemente un elfo ”selvaggio” come i membri di alcune tribù umane. Il sindar ha conservato nei millenni una complessa cultura sia scritta che orale, ma ha saputo perfettamente conciliare questo sapere al suo genuino e simbiotico rapporto con la natura.

Prefazione

Salve, o lettore, il mio nome è Narwel Ingol, mezz’elfo di Nosper. Non starò qui a narrare come la ricerca di mia madre di condusse nel Doriath e di come dopo tre anni gli elfi silvani mi concessero l’onore di visitare la loro dimora, mi limiterò invece a parlare della cultura di questa misteriosa stirpe elfica, come mi ha chiesto la mia saggia maestra Sennya.

Una delle prime cose che ho fatto, quando giunsi alla Verde, fu chiedere di poter consultare antichi testi di storia dei Sindar. Questo onore mi fu concesso, seppur solo in parte.
Rimasi colpito dai tomi che risiedevano nella biblioteca di Tiond: alcuni erano antichi libri con rilegature di metalli preziosi, altre, pergamene chiuse da cordicine consunte ed i più strani erano delle tavole di legno collegate da anellini di Mythrill. Eppure non erano molti quanto avrei sperato.
Andai a cercare i più antichi, poiché volevo la storia delle origini, i fatti che sono noti ai pochi. Trovai alcuni antichi testi, ma sempre successivi ai Falò senza Luce, e che davano solo riferimenti vaghi e di difficile comprensione a ciò che era avvenuto prima di quelle terribili distruzioni.
Chiesi in giro ed indagai molto per cercare di scoprire un modo di avere delle conoscenze precedenti i falò; scoprii presto che la risposta era sotto ai miei occhi… anzi, le mie orecchie. I cantastorie della Verde cantavano, oltre alle loro splendide e poetiche canzoni silvane, episodi di storia e poemi sindar: molti di questi, scoprii, erano assai antichi. Dunque, nonostante i Sindar siano stati la stirpe elfica a perdere di più a causa delle distruzioni operate dai decadentisti, ovviarono alla sparizione di materiale scritto con lunghissime (e splendide) canzoni, con le quali custodire una parte (seppur minima) delle conoscenze che stavano andando perse.
Dopo aver appreso molto dai canti dei Sindar, dagli scritti delle biblioteche, e dalle narrazioni dei saggi, mi appresto a scrivere qualcosa sulla loro storia. Sicuramente un saggio quenya mi accuserebbe di essere sommario, ma in mia discolpa posso dire che il mio umile intento è semplicemente quello di dare qualche conoscenza generale su questo misterioso popolo.

Storia antica

Traggo le parole di una ballata:
Sovrani e possenti volavan i draghi
Era Il tempo in cui non v’erano maghi
Il tempo in cui in cui gli elfi eran giovani,
E l’uso di spada e di scudo eran vani,
Le foreste erano immense e possenti.
E limpide e luminose le acque correnti,
I sussurri delle fronde eran parole chiare
Portatrici di notizie un dì belle, un dì amare,
Le creature silvane parlavano ai figli di Beltaine
Ai tempi in cui non ancora v’erano ferro ne fucine.
Un giorno la Dea dei Misteri, una sfera donò
E la Magia come una marea, gli elfi inondò
Cominciò l’era dei Poteri e degli Spiriti Arcani
E nacquero così i reami dei Tempi Lontani..

Ovviamente questa traduzione dal sindarin (la lingua sindar) non rende per nulla la musicalità e l’armonia del canto originale, ma la riporto poiché questo è uno dei pochissimi riferimenti che io abbia mai sentito riguardo ai tempi antecedenti i Falò.
Sono riuscito a raccogliere qualche altra informazione, seppur in modo sporadico ed incompleto; sembra che le tre casate elfiche, una volta, vivessero piuttosto a stretto contatto, pur mantenendo le loro distinte identità. La casata dei Sindar era già caratterizzata, a quanto pare, dall’avere un legame con la natura ancora più forte di quello degli altri elfi.
Ho scoperto che la società degli elfi silvani, in tempi antichi, era divisa in Rim Faerin,schiere di spiriti”.
Pare che con un certo addestramento e meditazione un elfo potesse entrare in sintonia con un qualche “aspetto” della natura, tanto da riuscire addirittura a comunicarci, ma con la conseguenza di divenirne più simile come pensiero; sembra infatti che a contatto col proprio aspetto della natura un sindar potesse “espandere i propri sensi” ad esso e divenirne tutt’uno. Si diceva quindi, in tal caso, che un elfo seguisse lo “Spirito” di quella creatura, o entità.
Ammetto che questa storia mi pare piuttosto fantasiosa, e forse è solo una leggenda nata dopo i Falò senza Luce, eppure nella speranza che abbia della verità, continuerò a narrarla.
Si dice che a capo dei Sindar vi fossero dei Faerin Dhaer ,“spiriti maggiori”, ovvero elfi dal grande potere interiore, e dalla grande sintonia con la natura, che guidavano i Erthaid Faerin,“ordini di spiriti”. Gli elfi che entravano in comunione con un uno stesso “aspetto” della natura, avevano infatti la tendenza a riunirsi in ordini. Questo era facilitato dal fatto che il carattere stesso dell’elfo veniva influenzato dalla creatura o dall’elemento con cui si “armonizzava”, e quindi risultava esserci in un ordine molta compattezza e unione.
Sembra inoltre che ad un certo punto alcune “schiere di spiriti” fossero divenute più numerose ed influenti delle altre, e che fossero giunte a gestire l’intera casata sindar. Si narra che gli ultimi grandi “ordini di spiriti” siano stati gli Spiriti della Quercia, gli Spiriti del Ciliegio, gli Spiriti della Farfalla e gli Spiriti del Drago.
– Coloro che seguivano lo Spirito della Quercia, divenivano saggi e riflessivi e potevano entrare in sintonia con questi maestosi alberi; pare fosse l’ordine più grande ed influente in passato, e si narra fossero assai devoti ai Valar e che tra le loro schiere si contassero possenti guerrieri e grandi sacerdoti, tutti votati a rinforzare e proteggere la casata dei Sindar e le foreste in cui vivevano.
– Coloro che seguivano lo Spirito del Ciliegio, divenivano creativi ed esteti, potevano “armonizzarsi” con gli splendidi alberi di ciliegio, e tra di loro c’erano molti dei maggiori artigiani, artisti e cantori dell’antichità; essi crearono splendide opere d’arte in sintonia con la natura di cui oggi rimangono solo vaghi ricordi.
– I seguaci dello Spirito della Farfalla erano spiriti liberi, che raramente rimanevano molto a lungo in un luogo ma invece viaggiavano in cerca di stimoli, curiosi e vivaci. Questi spiriti, che divennero tra i più grandi viaggiatori ed esploratori dei Sindar, pare avessero anche la rilevante funzione di proteggere i confini più lontani delle terre elfiche oltre che di rappresentanti in terre lontane. Entravano in comunione con le farfalle ed altri insetti simili, ed avevano caratteri molto sfuggevoli ma curiosi.
– I seguaci dello Spirito del Drago pare fossero assai rari ma estremamente importanti: sembra che solo le anime più forti e sagge potessero intraprendere tale Via dello Spirito ed uscirne vivi. I loro membri erano tra i più influenti non solo tra i Sindar, ma tra tutti gli elfi. Ovviamente questi erano in grado di comunicare ed essere un tutt’uno coi draghi. Tutti gli ordini tacevano ed ascoltavano quando parlava uno Spirito di Drago.

Pare ci fossero moltissime altre “schiere di spiriti” ma che fossero assai meno numerose ed influenti, ho sentito citare ad esempio la Via dell’Aquila e la Via del Granito.
Sembra che col passare del tempo, un elfo silvano si sintonizzasse col suo Spirito al punto di cambiare alcuni piccoli tratti, come il colore degli occhi o dei capelli. I sindar “spiriti” di quercia, avevano occhi del colore delle foglie in base alle stagioni, che poi divenivano grigi o bianchi d’inverno, quelli del ciliegio occhi simili, ma sempre di un rosa delicato in primavera, quelli della farfalla invece variavano molto tra di loro, spesso con iridi dai colori cangianti; infine gli “spiriti” di Drago avevano occhi del colore dei draghi ai quali erano più legati.
Un’altra cosa dell’antichità dei Sindar dei quali ho potuto scoprire qualcosa è riguardo all’architettura: se i Quenya ed i Drow avevano possenti magie per costringere gli elementi, dividerli e ricomporli nelle loro dimore, essi semplicemente “convincevano” gli spiriti delle cose a rimodellarsi per l’uso degli elfi: pare quindi che gli alberi si piegassero in modo da formare verdi arcate di cattedrali silvane, la roccia sgorgasse dalla terra per formare colonne massicce, e le terra stessa si spostasse e rimodellasse per il loro passaggio.
Si ricorda anche di immense vetrate colorate che venivano costruite in mezzo agli alberi per trasformare radure in saloni: pare fossero talmente belle che quando il sole le illuminava e gli elfi rimanevano a fissarle, tutti ricoperti di mille colori filtrati, si commuovessero ogni volta.
A narrare queste poche cose, mi rammarico pensando a quanto sia stato perso coi Falò senza Luce: di una complessa cultura millenaria rimangono ormai vaghi e sparsi testi e qualche antica canzone.

Il “lungo regno” di Arabella

Bereth (“regina”) Arabella. Il solo nome ispira amore e devozione nei cuori dei Sindar. Per capire quanto importante fu bisognerebbe dire qualcosa di ciò che accadde con la fine dell’epoca dei Falò senza Luce.
Bisogna sapere che tra i Sindar i Decadenti erano numerosi ed influenti, ed infatti questi soffrirono ancora più degli altri elfi delle distruzioni che avvennero. Tra i vari oscuri incantesimi di annientamento che essi avevano intessuto, vi fu quello terribile delle “nuvole di fuoco”.
A causa questo potente incantesimo, che scattò improvvisamente non appena si era pensato che i Falò si fossero definitivamente conclusi, si addensarono nel cielo nuvole violacee sopra a tutto il Doriath, e poi, come in un incubo, cominciarono a piovere gocce di fuoco. In un attimo tutta la foresta stava cominciando a bruciare. I Decadenti sindar stavano riuscendo nel loro ultimo estremo tentativo di annientare gli ultimi centri sopravvissuti nel Doriath, in modo da cancellare le ultime tracce di cultura elfica. L’incendio stava divampando nella zona occidentale del continente e si stava diffondendo verso est, rischiando di ardere su tutto il continente.
Fu grazie ad una potente preghiera ad Earlann da parte di tutti i suoi più potenti sacerdoti, che il pericolo fu scampato: essi si unirono in una radura ad occidente e si sacrificarono al dio, fondendosi in un’immensa nuvola bianca e pura che si librò in cielo per sostituirsi alle nubi maligne e per portare una benefica pioggia che spense tutti gli incendi e salvò la foresta. Grazie a questo, oggi quel bosco orientale viene detto la Foresta di Earlann, bosco sacro che poi recentemente verrà scelto per la fondazione della nuova Tiond.
Dopo questo ultimo terribile episodio e la divisione dai Quenya che avvenne non molto dopo, cominciò anche per i Sindar quel periodo che viene chiamato “della Ristrutturazione” in cui gli elfi silvani cercarono di risollevarsi dalle distruzioni operate dai Decadenti.
Arabella ne fu assoluta protagonista: le origini di quest’elfa dalla profonda saggezza e dalla vita lunghissima si perdono nel mito, e non si sa bene da dove giunga. Esistono diverse versioni.
Secondo una storia, Beltaine, mossa dalla commozione nel vedere i suoi figli sconsolati e persi, pianse e così cominciò a piovere, una pioggia benefica che benedì i tre sovrani delle stirpe elfiche per dare loro ulteriore saggezza ed una vita lunga nella quale guidare gli elfi alla rinascita. Una ovviamente era Bereth Arabella.
c’è anche chi vocifera addirittura che Ella fosse in realtà figlia di un dio (secondo una versione Earlann, secondo un’altra Morrigan) con un mortale, ma ovviamente non ci sono prove di questo.
Fatto sta che la saggia ed equilibrata Arabella fu eletta come regina del reame degli elfi silvani poco dopo la dipartita dei Drow e dei Quenya, ed ella rimase al trono più del doppio di una vita elfica, morendo solo pochi anni fa.
All’inizio del suo regno si assicurò di riportare equilibrio ed armonia tra i suoi elfi, e poi di riportare armonia tra i Sindar e la foresta del Doriath. Essa guidò gli elfi dopo i terribili Falò senza Luce, che avevano distrutto quasi tutto ciò che la casata Sindar aveva con tanta fatica costruito nei millenni, ma non solo: i Decadenti erano arrivati anche al punto, grazie a potenti magie oscure, di riuscire quasi a  recidere il rapporto che i Sindar avevano con la natura.
Sembra che a causa di questi incantesimi, i Sindar non riuscissero più a vivere in armonia con la foresta: gli animali erano assai aggressivi e li attaccavano a vista, gli arbusti erano spinosi e bloccavano tutti i sentieri ed i fiumi erano scuri e fangosi e si gonfiavano per trascinare gli elfi che guadavano ad una rapida morte.
Si racconta che allora Arabella cominciò a vagare tra gli antichi alberi ed a parlare con gli arbusti e gli animali, e spiegò loro di potersi fidare degli elfi e di non odiarli e temerli. La Bereth (regina) rimase così dozzine di anni, eremita nella foresta, e dopo un secolo riuscì a convincere la Foresta stessa a placarsi. Non a caso Arabella viene spesso ricordata come laBereth i Nuir,“Regina dei Boschi”.
Arabella custodiva antiche conoscenze, pare precedenti ai Falò stessi, ed ella le dispensò per rialzare i Sindar dallo stato di selvatichezza totale in cui stavano cadendo. Grazie a lei il suo popolo tornò a ricordare l’arte di costruire case, non più immense e verdeggianti cattedrali silvane, ma almeno armoniose case tra i rami; si recuperarono le conoscenze dell’antica arte della guerra, che stavano perdendosi e però servivano a combattere i mostri che dimoravano nelle ombre degli alberi, artigianati ed arti furono recuperati; ma soprattutto Arabella ricondusse i Sindar all’armonia con la foresta. Gli elfi silvani non erano più un tutt’uno con gli spiriti della natura come nei tempi antichi, ma almeno avevano recuperato il rapporto di simbiosi e vicinanza alla natura, sfiorando a volte l’antico legame mistico dei tempi antichi che, sostengono loro, non si è mai perso del tutto.

Lo spostamento di Tiond

Pare che ad un certo punto, dopo la breve regnanza del figlio di Arabella, Agar En’ Nimbreth, e poi del giovane Haran Jerzat accadde una cosa terribile a Tiond. Dice un testo che ho trovato nella biblioteca:
“Le antiche querce avvizzirono, profanate dai piedi degli invasori e insanguinate dall’odio delle guerre. Le case marcirono, i flat crollarono. Tiond scomparve avvolta dalle sterpaglie selvagge.
Tre rimasero, tre Sindar del tempo degli Herain (“Re”).
L’esodo dalla foresta del sud del Doriath li vide marciare alla ricerca della nuova terra. L’ultimo degli Herain si avviò davanti a loro alla ricerca di mille risposte e il suo cuore portava il peso dell’antica Tiond, e la sua schiena si curvò sotto il peso del tempo ed egli cercò la strada dei padri. A lungo vagò e i Tre attesero il suo ritorno finchè seppero che la sua strada era segnata e che egli aveva raggiunto la gloria dei Belain. I Tre chiamarono i fratelli rimasti e giunsero nelle foreste del Doriath Occidentale là dove Earlann muove le acque dei fiumi e le dispone in una danza fertile e gioiosa; e su quelle sponde i semi delle antiche querce germogliarono e crebbero vigorose e su quei rami si intrecciarono i telain (“flet, piattaforme”) e sorsero le abitazioni. E Tiond nacque.
E fu chiamato Salkien Duin quel fiume che generoso accolse il popolo: il Fiume Danzante.
Fu allora che, raccogliendo l’eredita’ degli antichi Herain, i tre Sindar del tempo antico, coloro che avevano incrociato i passi degli antichi re, si posero alla guida della citta’. Dalle fondamenta del passato essi posero i sostegni della nuova Tiond…”

A quanto ho capito quindi la Tiond precedente si trovava tra Ondolinde e Rotiniel, più o meno, nel Doriath orientale, mentre quella odierna è stata ricostruita pochi anni orsono nel Sacro Bosco di Earlann: questo movimento pare sia conciso anche con un ritrovamento del Drago di Smeraldo, reliquia mistica poco tempo prima creata, che poi si è legato inevitabilmente alla nuova Tiond.

I Sindar, hanno tratti che li rendono chiaramente riconoscibili dai Quenya e dai Teleri, anche ad un osservatore non esperto.
I Sindar tendono ad essere più bassi degli altri elfi, ed ad avere una muscolatura snella ma ben delineata che permette loro gli agili e svelti movimenti per i quali sono famosi. Si dice spesso che gli Dei abbiano reso i sindar più bassi ed agili per poter più agevolmente muoversi tra gli alberi, e quando li si vede saltare con facilità di ramo in ramo, questa cose pare assolutamente vera.
La carnagione di tali elfi tende ad essere leggermente olivastra, diversa dal chiarore splendente dei Quenya, e gli occhi sono quasi sempre marroni o neri, raramente verde smeraldo. I capelli sono castano chiaro. Se si pensa che gli elfi silvani sono detti “Sindar”, che in quenya significa “grigi”, a causa del colore dei loro abiti, che sono spesso grigi e verdi, si può capire quanto facilmente si possano mimetizzare sia nel sottobosco che tra le fronde degli alberi con i loro tratti ed i loro indumenti.

La lingua degli elfi grigi, il cosiddetto “sindarin” è imparentato con il quenya ma con delle fondamentali differenze: il quenya ha mantenuto molto della grammatica dell’Antico Elfico, mentre il sindarin ne ha conservato più che altro dei suoni semplificandone la grammatica. La complessità del sindarin infatti, sta nel fatto che le parole variano in base alle altre parole vicino alle quali si trovano. Ne risulta che il sindarin sia sempre armonioso e scorrevole, nonostante i particolari suoni che lo caratterizzino, grazie al fatto che le parole si modifichino adattandosi continuamente al contesto fonico. Il telerin, dialetto degli Elfi del Mare, grazie alla sua rapida evoluzione rispetto al quenya di Ondolinde, ha assorbito molte parole del sindarin, tuttavia spesso perdendone la musicalità.
Interessante è che il sindarin abbia una quantità immane di parole legate alla natura: suoni della foresta che non hanno nome nemmeno nelle altre lingue elfiche hanno precisi nomi in sindarin, come i nomi delle forme dei rami , delle nuvole, di odori del sottobosco e di molti altri elementi legati all’ambiente silvano.
Per un non madrelingua, come ad esempio un Quenya, che impara la lingua dei Sindar, anche dopo aver superato l’ostica fase di fare orecchio delle variazioni foniche delle parole, rimane il vasto lavoro di imparare tutto questo lessico “silvano” del sindarin. Solo pochissimi non sindar, e dopo moltissimi anni, riescono ad imparare tutte queste parole ed ad usarle nel modo giusto.

Breve frasario sindarin

(Nota dell’Autore: se si intende usare alcune di queste parole in gioco, benvenga, ma attenzione! si sconsiglia assolutamente di usare altre parole oltre a quelle che sono qui presenti. La maggior parte di queste infatti, sono di conoscenza comune a tutti giocatori,usarne altre invece significherebbe solo rendersi incomprensibili)

Singolare/Plurale=significato.
Aaye= Salve     o anche   Mae Govannen= ben incontrato     Namaàrie = saluto di congedo
Diola lle= grazie     Lle creoso= prego
Edhel/Edhil= elfo/elfi  (Galedhel/Galedhil= elfi della Luce,quenya  Aearedhel/ Aearedhil = elfi marini, teleri)
Edhel Mhithren/ Edhil Mhithrin = Elfo grigio/ Elfi grigi = (sindar/sindarin è parola quenya ma ormai si è diffusa anche tra gli elfi silvani stessi)
Tawarwaith = elfi silvani (Tawar il singolare)
Peredhel/Peredhil = mezz’elfo/elfi
Adan/Edain = umano/umani
Balan/Belain =  dio/dei (a volte tuttavia si usa anche il quenya Vala/Valar)
Haran/Herain =  re/ i re
Bereth/Berith = regina/regine (ultimamente si usa spesso il titolo introdotto da bereth Kiya dei Galanceleb: Lass Galen=Foglia Verde,o l’arcaico Lasse Calen)
Doriath = “terra inghirlandata(dal mare)”, terra degli elfi (ormai si usa poco la versione originale “Hildoriath”)
Maer Fara = Buona caccia!
Maer du = buona serata   Maer kaima= buon riposo
Gondolin (pietre cantanti),i Silala (la Splendente)= Ondolinde
I Calen (la Verde)= Tiond  (nato dalla storipiatura dell’antico “Tindu”= Crepuscolo Stellato)
Earost (fortezza del Mare) o Nimphel (Perla)= Rotiniel
Ay/nay= sì/no
Tòr/ Tòronin= “fratello/i”, usato per chiunque appartenga alla collettività elfica. Tra di loro i Sindar invece usano il prefisso “gwa”, per indicare una maggiore vicinanza: gwador/gwedeir è quindi usato solo tra i silvani o con elfi che si sentono particolarmente vicini.
Sèler/ Sèlerin= “sorella/e” usato per chiunque appartenga alla collettività elfica. Tra di loro i Sindar invece usano il prefisso “gwa”, per indicare una maggiore vicinanza: gwathel/gwethil è quindi usato solo tra i silvani o con elfe che sentono particolarmente vicine.

  • Il rapporto con la natura
  • Il decadentismo
  • La collettività elfica

Il rapporto con la natura

Viscerale ed istintivo. Così si potrebbe in due parole definire il rapporto che gli elfi silvani hanno con la natura.
La natura li influenza fortemente… almeno secondo un occhio esterno; secondo un sindar sono gli altri che si sono scostati dalla natura e non ne sono abbastanza in armonia.
Gli elfi grigi si sentono uno dei vari elementi della foresta: come c’è il lupo che ulula la notte tra le fronde scure, l’aquila che sorvola la verde foresta alla luce del sole ed il pino che verdeggia sulle pendici dei monti perennemente, così il sindar vive tra gli alberi, caccia e prospera.
Il sindar vede la foresta come un esempio di armonia ed equilibrio perfetto. Il ciclo vitale di cacciatore e preda, di terra-acqua-luce e piante, di pioggia e sole, delle stagioni, sono tutte sequenze perfette e ben calibrate, che devono essere in nessun modo cambiate, ma solo seguite e rispettate.
Il sindar si sente semplicemente un elemento di questo ciclo naturale; la caccia ad esempio, sacra a Suldanas, diviene un gesto di profonda sintonia col ciclo naturale. L’elfo grigio diviene lupo e la cacciagione sua preda, com’è nell’ordine delle cose. La raccolta delle risorse che la foresta e la natura offrono va fatta in modo equilibrato e sensato: mai un silvano coglierà troppa legna o frutta al punto di depauperare una zona della foresta, e se coltiverà, lo farà ruotando con frequenza il terreno, in modo da ridare alla terra la possibilità di risanarsi. Inoltre di ciò che caccia tenderà ad utilizzare ogni parte, lasciando il meno possibile.
Ha un forte emotività ed istintività, derivanti dal suo legame con la natura. Egli professa dunque la pace e l’equilibrio per controllare queste percezioni che lo agitano ed essere razionale.
Trae sempre ispirazione dalla natura che lo circonda: il suo vestiario verrà ad assomigliare ad arbusti e terra, ma anche il suo modo di pensare deve ispirarsi alla natura stessa: le sue case sono in armonia con la foresta, costruite seguendo ed usando le forme degli alberi stessi.
“Lo spirito di un sindar è possente come il tronco di una quercia, rapido ad agire come la lince, ma dolce come la lupa coi piccoli, se necessario.”

Il decadentismo ed i sindar

La civiltà degli elfi era la più grande di Ardania prima che i decadentisti la facessero crollare dall’interno. Seppur non siano riusciti completamente nel loro intento di annientare la propria cultura e razza, i decadentisti sono riusciti a portare gli elfi ad un livello di conoscenze quasi pari alle altre genti ardane.
La cosa strana che si potrà notare è che mentre un quenya, interpellato sulla questione, condannerà il decadentismo in modo completo, definendolo aberrante e rammaricandosi per l’irreparabile danno che ha portato ai figli di Beltaine, un sindar risponderà diversamente.
I sindar generalmente definiscono il decadentismo del passato non sbagliato maesagerato. Essi pensano, seppur non dicendolo apertamente di solito, che le idee del decadentismo non siano del tutto sbagliate: gli elfi ,in effetti, dovrebbero uscire dal confronto con le altre razze e celarsi. La cosa che criticano i Sindar è che i decadentisti cercarono di arrivare a questo ritiro elfico con la distruzione totale di tutto ciò che fosse elfico (e gli elfi stessi), sbagliando in ciò.
Per i sindar il “giusto decadentismo” sarebbe stato quello di ritirarsi nella natura, rinunciare a certe conoscenze troppo “squilibranti” e custodire i propri confini senza farvi accedere nessuno.
Le idee dei Thaltrim (i decadentisti) si capisce, hanno fortemente influenzato l’odierna cultura dei sindar, convincedoli nel chiudersi in se stessi e a non condividere la linea di potenza e magnificenza tipica dell’atteggiamento quenya (ed ovviamente dell’antico Imperialismo).
Tiond rappresenta nel suo quieto isolamento e chiusura in se stessa l’ideale di questo pensiero di “decadentismo sindar”.
Dopo la dipartita dei Drow, quando i Sindar ed i Quenya discutevano sul cosa fare della collettività elfica che rimaneva sono rimaste famose le parole che l’allora giovane ma già saggia Arabella pronunciò:
“Ma toronin Galedhil (“fratelli quenya”), che senso ha costruire massicce città di pietra, deviare i fiumi con dighe, modificare la realtà con le mani e la magia se poi un giorno la Foresta si riprenderà tutto nel suo abbraccio d’edere e muschio?”

La Collettività Elfica per i sindar

Per un popolo che ama la natura e rifugge le convenzioni troppo “civilizzate” del viver cittadino, un codice di leggi precisamente codificate non sarebbe facilmente accettato; i Sindar infatti, ritengono che un basso numero di intuitivi precetti morali sia sufficiente. Si dice spesso a Tiond: “un buon sindar da solo capisce, ciò che un degli edain (umani) con 10 leggi imbastisce”.
Alcuni esempi di ciò sono semplici frasi dette dagli anziani come “onora gli antichi e rispetta i pari” oppure “tratta le creature della foresta ricordando che hanno un anima”, e così via.
La collettività elfica quindi, nella sua immediata semplicità e istintività, è assai sentita dai Sindar, senza il bisogno delle complicate codificazioni che i Quenya via hanno posto, e gli elfi silvani si ritengono fortemente parte di essa. Nonostante non approvino o capiscano certi aspetti degli altri elfi, Quenya e Teleri, sanno quanto importante sia il legame di essere tutti figli di Beltaine.

I Sindar sono una stirpe elfica assai religiosa: tutti gli elfi provano profonda devozione per gli Dei, ma i tali elfi hanno una loro personale visione ed interpretazione per vivere la loro fede.
Ad esempio, nonostante gli elfi silvani abbiano templi, preferiscono da sempre pregare ed officiare molte cerimonie all’aperto, sotto all’ombra delle fronde boschive o sotto ad una radura illuminata dalle stelle.
I Sindar inoltre amano spesso rappresentare gli Dei in forma animale: un’aquila per Suldanas, un cigno per la Grande Madre Beltaine, un delfino per Earlann ed un puma per la Dea della Magia Morrigan. A volte li chiamano semplicemente dicendo “Sacro/a” seguito dall’animale che li identifica.
Gli altri, elfi, forse a causa di un legame meno stretto con la foresta, tendono a rimanere straniti dall’uso di questi appellativi per gli Dei; qualora un sindar dicesse ad un sacerdote telero di Earlann “Aaye(salve), servitore del Sacro Delfino”, quest’ultimo potrebbe trovarsi in grande disappunto se ignaro della religiosità sindar.
Un’altra cosa importante da dire è come i Sindar credono che ogni aspetto della foresta abbia un suo spirito, dal coniglio alla quercia: Beltaine ha creato gli alberi dando loro vita e dunque inevitabilmente spirito; e Suldanas ha posto gli animali dando uno spirito anche a loro.Il diritto degli elfi a dividere lo spirito dal corpo di certi animali o piante è dovuto soltanto al naturale ciclo delle cose, come la volpe uccide la lepre: sapere di questa visione animista dei sindar, riesce a far capire meglio quanto la loro religiosità influisca sul profondissimo rispetto che gli elfi silvani hanno per la foresta ed i suoi equilibri.

Suldanas per i sindar

Suldanas è la divinità protettrice e patrona degli elfi silvani da tempi immemorabili. È visto come un grande padre che veglia con autorità e sguardo severo sui figli di Beltaine: Suldanas e Beltaine sono visti come una Divina Coppia, che veglia sugli elfi, uno giudicandoli e correggendoli con rigore, oltre che proteggendoli con furia vendicativa, mentre l’altra è la Madre che cresce i figli con amore e circondandoli della loro dimora silvana.
C’è chi si chiede come mai non sia la Dea della Vita e delle Foreste, in quanto creatrice delle foreste e dall’animo benigno, la patrona del pacifico popolo dei Sindar.
Suldanas è patrono e non Beltaine per vari e precisi motivi. Beltaine è colei che ha creato la foresta, ed i Sindar lo sanno e rispettano profondamente ciò. La volontà generativa della Grande Madre viene vista ogni volta che un seme dopo l’inverno comincia a germogliare dal terreno, ogni volta che un fiore sboccia in primavera, ogni volta che un albero si riempie di frutti. Tuttavia se Beltaine è Madre della Foresta, Suldanas è l’Anima stessa della Foresta. Nei giganteschi alberi delle foreste del Doriath i Sindar vedono la forza del Dio Padre, nel continuo inseguirsi di cacciatore e preda la volontà del Dio Arcere; inoltre simboleggia il ciclo vitale della foresta, e mentre la generazione è una cosa che riguarda solo in alcuni momenti gli elfi silvani, l’aspetto di ciclo naturale della foresta e della caccia li riguarda quotidianamente, invece. Si potrebbe dire che mentre Beltaine è assai rispettata più che altro per i momenti di fertilità, Suldanas è adorato invece come continua essenza della foresta e come dispensatore dell’ordine silvano che regola ogni istante dei Sindar. Quindi, secondo la loro visione, il Padre è più pervasivo e presente nella vita dell’elfo silvano.
La caccia, che ho già citato, è forse pergli elfi grigi il gesto più sacro e rappresentativo che ci sia. Nel momento in cui un sindar imbraccia l’arco e lentamente, mimetizzato tra il fogliame, avanza silenzioso verso la preda, diviene tutt’uno col Dio Padre, tutt’uno col ciclo naturale di cacciatore-preda, tutt’uno con la foresta. La caccia rappresenta un momento importantissimo della religiosità: molti sindar infatti, spesso, prima di lasciar partire la prima freccia , sussurrano la “preghiera della caccia” a Suldanas, una delle più antiche e sentite preghiere al Dio Arciere. Pare si chieda il permesso al dio di separare lo spirito dal corpo di una delle creature che egli ha posto al mondo, oltre che di guidare la propria mano.
A volte inoltre, il clero di Suldanas organizza una Fara Aer, una Caccia Sacra. Numerosi sindar allora, con gli abiti propriziatori, e guidati dai sacerdoti del Dio Vendicatore, vanno a caccia di un qualche animale. Quando lo si raggiunge, e lo si circonda o immobilizza, esso non viene ucciso subito, ma gli elfi cominciano a girargli intorno come se fossero lupi, e ad invocare lo spirito e la furia di Suldanas, a volte ringhiando alla creatura come se fossero predatori animali. Alla fine, quando i sacerdoti ritengono che il Padre abbia udito l’invocazione della Sacra Caccia, la preda viene uccisa, il suo sangue viene usato per segnare simbolicamente le labbra di tutti i cacciatori presenti e con le sue carni viene successivamente fatto un banchetto al quale sono tutti gli elfi sono invitati.
È interessante come il sangue sia quasi sempre presente nelle ritualità legate a Suldanas, ma esso non sia visto necessariamente come violenza ma come elemento fondamentale e ricorrente del ciclo naturale. I sacerdoti lo spargono spesso durante le loro cerimonie, a volte incidendosi la mano con un pugnale, altre volte sacrificando una preda cacciata con una Sacra Caccia.
Un altro curioso rituale dedicato a Suldanas è sicuramente il Rito del Fuoco. Il fuoco è sacro per gli elfi grigi, in quanto il ciclo vitale insegna che è elemento, sì distruttore, ma che anche permette la rinascita delle cose. Durante questo rituale i Sindar presenziano ad un incendio naturale controllando che non si espanda troppo e pregando e ringraziando il Dio per la sua potenza, allo stesso tempo sia distruttrice che vitale. Gli edhil mhithrin sanno che l’incendio è una forma di rinnovamento della foresta (se non troppo vasto). Qualche volta questo rituale viene compiuto per un singolo albero malato: esso viene appositamente bruciato tra danze e preghiere cantate dai Sindar che “restituiscono al Tulip” l’albero ormai morente. Qualora un umano avesse mai l’occasione di assistere a degli elfi silvani bruciare un albero con fare deciso, cantando e danzando non si creda dunque uscito di senno.
Suldanas ha anche un altro particolare aspetto per gli edhil mhithrin. Quando un sindar sente il Canto di Tulip, esiste, a differenza degli altri elfi, una cerimonia che viene eseguita anche prima della morte. Una volta pare fosse officiata sempre, ora invece lo è solo per gli elfi che ne fanno richiesta ad uno o più sacerdoti del Dio ed è sempre più rara. La cerimonia è doppia e viene chiamata “Rito dell’ultima caccia e del Giudizio Finale”. L’ultima caccia, come si può intuire, è un’ultima caccia alla quale partecipa colui che si appresta a lasciare questo mondo (a volte insieme a pochissimi elfi da lui scelti), insieme ad almeno un sacerdote. Quando l’animale viene ferito, l’elfo, accompagnato dalle sussurrate preghiere del sacerdote, va dall’animale morente e gli chiede di accompagnarlo nel regno dei morti, al cospetto di Suldanas. Il sacerdote fa bere del sangue dell’animale all’elfo. Si dice allora che l’elfo si presenterà al cospetto del Tulip e della Divina Coppia fianco a fianco con lo spirito di quell’animale. La seconda parte del rito invece, il Giudizio Finale, consiste nel consegnare l’ultima vendetta, la vendetta che l’edhel mhithren, con la saggezza degli anni, sa essere giusta. Quasi sempre il bersaglio di questa vendetta sono un qualche eretico, drow o particolare mostro. In questo caso l’elfo però va da solo, e quasi sempre non torna. Qualora torni a ricevere la benedizione del sacerdote in attesa, si dice Suldanas in persona vegli sulla sua dipartita. In queste cerimonie ci si veste di nero con solo poco rosso: questa, tra tutti gli elfi, è ciò che più si avvicina ad una cerimonia funebre, pur non essendolo.

Beltaine per i sindar

La Grande Madre, come ho detto parlando di Suldanas, rappresenta per i Sindar sopratutto sia la metà amorevole della Divina Coppia che la Madre della Foresta.
Questa Dea è vista con grande devozione ed amore dai Sindar, seconda solo a Suldanas.
Essi la pregano in particolare in primavera che è vista come la stagione a lei dedicata e nella quale più si esprime la sua potenza generatrice.
Quando un sindar nasce, la madre è spesso assistita da un membro del clero della Grande Madre, che i primi giorni di vita officia la cerimonia della “Comunione con la foresta”. Questa consiste nel poggiare il neonato sul terreno per congiungerlo col simbolo di nascita e fertilità che è il suolo, e poi, tra le preghiere dei sacerdoti, viene piantato un seme di qualche albero, che viene scelto con misteriose divinazioni che i membri del clero di Beltaine praticano in radure nascoste. Si dice che l’albero che viene piantato cresca insieme all’elfo, e lo spirito dell’albero protegga il sindar, legandovisi inevitabilmente.
La morte di quest’albero è vista come assai nefasta e portatrice di sventura. In tal caso si usa riofficiare la cerimonia: l’elfo adulto si stenderà nudo sul terreno, verrà piantato un nuovo albero, e si pregherà affinché Beltaine tolga la sventura da quel suo figlio e ridia felicità.
Il tipo di albero che il clero di Beltaine pianta alla nascita del sindar, si dice influenzi il carattere dell’elfo. Ecco alcuni degli alberi più frequenti con la loro tipica interpretazione. Ogni albero ha un buon auspicio sull’elfo legatovi.
– Pino: l’elfo avrà un carattere sereno e manterrà il buon’umore anche nelle peggiori circostanze, come un pino conserva le foglie d’inverno; potrà però tendere alla superficialità.
– Quercia: l’elfo avrà un carattere forte, come le radici di quest’albero, e saggio; però a volte apparirà un po’ testardo o insensibile.
– Salice piangente: l’elfo sarà molto sensibile ed ascolterà gli altri elfi, come le fronde del salice seguono il vento, ma potrebbe tendere alla malinconia.
– Pioppo: l’elfo non avrà paura di morire, come i pioppi che crescono nei luoghi dove c’è la morte, e sarà coraggioso, anche se a volte sembrerà essere avventato.
– Edera: quest’elfo sarà molto deciso, come l’edera che avanza implacabile e sconfigge tutto, ma potrebbe dipendere troppo da qualcuno.
– Noce: quest’elfo viaggerà molto e sarà molto aperto come i rami del noce, ma rischierà di non compiere le sue scelte con giusto tempismo.
Queste sono solo alcune: vi sono altre interpretazioni legate a tutti gli altri alberi e piante della foresta.
Com’è risaputo, la Bereth (regina) Arabella era assai legata alla dea Della Vita e delle Foreste, e dedicò a lei il quindicesimo giorno di solfeggiante, in cui vengono fatti gare atletiche come la staffetta, ma anche duelli e sfide di tiro con l’arco.
Un aspetto meno risaputo di questa ricorrenza, che viene chiamata Cerimonia della Vita, è quello strettamente religioso e rituale compiuto dai membri del clero di Beltaine.
In questa cerimonia i sacerdoti della Dea si incontrano insieme a chi desidera, per renderli partecipi di alcuni riti mistici, nel quali mangiando dei funghi particolare ed inalando certi incensi le sacerdotesse ed i sacerdoti cadono in trance cominciando a vedere cose che la Dea comunica loro, spesso misteri legati ad eventi che riguardano la foresta ed i suoi stessi figli (gli elfi). Pare che le sacerdotesse elfe vedano e comprendano sempre di più di queste visioni di quelli elfi. Si racconta che in alcune di queste cerimonie, Arabella stessa, sia caduta in trance narrando di cose straordinarie, che nessun elfo conosceva.
Questa cerimonia in realtà non è l’unica in cui il clero sindar di Beltaine si incontra e fa mistici rituali di trance, ma è l’unica in cui tutti, anche i meno devoti, possono cadere nella Veglia Mistica.
Si dice che nelle profondità della foresta, le sacerdotesse ed i sacerdoti della Grande Madre, facciano misteriosi rituali dove parlano con gli spiriti di antichissimi sindar (si dice addirittura che comunichino con gli antichi “spiriti maggiori” delle schiere di spiriti ai quali i sindar appartenevano prima dei Falò senza Luce), venendo a sapere importantissime nozioni del passato, presente e futuro. Sembra che queste cerimonie siano rare e fatte con grande attenzione poichè riportano per poco anime che si erano congiunte al Tulip. In certune di queste cerimonie vengono accesi dei “Sacri fuochi della Rinascita” (strani fuochi verdognoli) che poi consegnano al clero di Suldanas per il loro Rito del Fuoco (vedasi “Suldanas per i Sindar” riguardo a questo rituale).
Un’insistente voce vuole che il clero di Beltaine abbia, grazie alla comunicazione con antichi spiriti, raccolto in degli scritti segreti, conoscenze sufficienti per poter un giorno rifondare, seppur non esattamente com’erano una volta, gli antichissimi “Ordini degli Spiriti”. Il clero al momento si è sempre opposto a tali dicerie.

Il Drago di Smeraldo per i Sindar

Bisogna fare molta attenzione quando si parla di “Drago di Smeraldo” e non confondere la statua che lo rappresenta con il drago stesso.
Il vero Drago di Smeraldo, racconta la leggenda, fu creato da Suldanas per salvare gli elfi. Si dice che Suldanas lo creò dal suo stesso sangue, una creatura possente e selvaggia, Earlann vi infuse saggezza e conoscenza, Morrigan gli donò potenti poteri magici e Beltaine gli donò l’immortalità, ma ad una condizione: che gli elfi si ricordassero di lui e continuassero a venerarlo.
Suldanas, soddisfatto della sua creazione, e dell’aiuto che gli Dei tutti gli avevano dato, mandò per la prima volta il Drago di Smeraldo in risposta alle preghiere degli elfi, ad aiutarli nella guerra contro i ghauna (orchi), che risultò infatti vittoriosa.
Gli elfi rimasero profondamente colpiti da quest’evento, e non dimenticarono mai ciò il Drago aveva fatto per loro.
Secondo un’altra versione, che ho avuto modo di apprendere durante i miei studi ad Hammerheim, la Splendida, fu Earlann a creare il Drago ed esso, e non solo protegge il Tulip, ma è anche a capo delle “Armate Bianche”, mitiche truppe celesti al servizio dei Valar.
Purtroppo non ho ancora avuto riscontri di tale credenza durante i miei viaggi, e considerando anche tutto quello che ho potuto apprendere della cultura Sindar, e della religiosità elfica in generale, inizio a ritenere che non sia davvero attendibile. Non ho osato chiederne conferma ai Silvani, è un argomento troppo sacro e delicato per loro.
Dopo la battaglia alcune delle scaglie del Drago furono trovate sul campo di battaglia; scaglie dalla consistenza e luminosità di smeraldi, che alla luce del sole facevano riflessi splendidi e cangianti.
Le scaglie furono dopo lunghe vicissitudini tutte riunite sulla statua del Drago di Smeraldo che venne creata alcuni anni fa a Tiond.
Queste scaglie ancora oggi vengono usate per il rito detto “Cerimonia del Drago di Smeraldo” durante la quale le scaglie vengono levate al cielo dai sacerdoti di Suldanas e i potenti riflessi che ne fuoriescono illuminano di una calda luce verde tutti gli elfi presenti. È allora tradizione che il Primo Sacerdote di Suldanas benedica tutti gli elfi, augurando un anno intero di protezione da parte del Drago di Smeraldo, affinchè garantisca pace e serenità. Tradizione vuole che se gli elfi mai dovessero essere in guerra durante la cerimonia, anche se contro i peggiori avversari, professino almeno tre giorni di tregua e di ringraziamento al Drago. Ovviamente gli elfi che officiano questa cerimonia con più ardore e sentire sono i Sindar. Molto spesso è stata eseguita dai membri dei cleri di tutte le città elfiche insieme in un unico rituale (a volte addirittura a Tiond che in tal caso apre eccezionalmente il suo accesso a tutti i fedeli anche non sanguepuro per tre giorni), divenendo annuale momento in cui tutta la collettività elfica si riunisce e festeggia.
Importantissimo per capire il legame che i Sindar hanno col Drago di Smeraldo, è la reliquia omonima che fu rinvenuta con lo spostamento dell’intera città di Tiond, (quella sulle quali furono poste anche le mitiche scaglie) quando fu ricostruita anni fa nel bosco di Earlann, e che nonostante non sia stata in mano agli elfi grigi per secoli, suscita profondissima devozione tra la maggior parte dei Sindar.
Si dice che la statua abbia il potere di evocare il Drago di Smeraldo in persona, e pare che ci siano pochissime persone in grado di farlo.
Sembra che quando il Drago compaia, dia prova di un’elevatissima conoscenza della Magia, e sia capace di manipolare in strani e potenti l’Arte. Si narra anche di poteri legati al comando di portali. A tutto questo vanno aggiunte dimensioni e forza immense. Queste sono voci di pochissimi elfi, e personalmente non posso testimoniare nulla in riguardo.

Tutti i Sindar credono fermamente nel Drago di Smeraldo come protettore del Tulip che visita Ardania almeno ogni cento anni (e se non lo si vedesse è solo poiché a volte lo fa di nascosto), e si dice che alcuni sindar, arrivino al punto di considerarlo un semidio sottoposto ai Belain. Questi seguaci pare officino cerimonie segrete al Drago di Smeraldo e sarebbero pronti ad erigergli anche un tempio ed a fondare un ordine sacerdotale, tuttavia al momento questa è solo una diceria che si protrae da tempo (se ne vociferava già 900 anni fa).

Gli altri Belain e culti

Oltre alla Divina Coppia, ovviamente i Sindar adorano anche gli altri Belain (Valar). La religiosità sindar mantiene però anche in questo caso la forte relazione con la natura che caratterizza i Silvani.
Earlann, figlio di Beltaine, è pregato e rispettato anche come dio della meditazione ma l’aspetto che ne viene più accentuato è quello di Dio delle Acque.
Viene ringraziato per i laghi e ruscelli che attraversano le foreste, e per la funzione importantissima che l’acqua ricopre nel ciclo naturale della vita. La pioggia infatti, viene vista come la più sacra e rilevante manifestazione della potenza del Sempre Saggio, essa avvolge tutto col suo umido abbraccio e risveglia la vita che Beltaine e Sudanas hanno dato alla foresta. La sua saggezza, invece, viene rappresentata con la calma delle polle acquatiche e con il placido scorrere dei ruscelli, ai quali i Sindar dovrebbero ispirarsi.
Il clero di Earlann officia le sue cerimonie presso i corsi d’acqua o durante gli acquazzoni. Egli viene generalmente ringraziato così per il suo ruolo di “Mantenitore della Vita”. L’acqua è elemento che permette la vita alla foresta ed a tutte le sue creature e ciò induce molto rispetto negli elfi silvani.
Morrigan è riverita come la Dea della Magia ma soprattutto del Mistero. Viene ringraziata per il silenzio che vela i Sindar quando cacciano, per la penombra che permette loro di passare inosservati. E’ soprattutto Dea di Illusione e di Misteri, della Penombra del Sottobosco e dei Misteriosi Sussurrii delle Fronde. Ho notato inoltre che per molti Sindar inoltre la magia altro non è che un possente spirito, figlio di Morrigan, che si manifesta in modi particolari. I suoi sacerdoti sono particolarmente legati alle fasi lunari ed officiano cerimonie sotto alle stelle di notte dove la Dea viene ringraziata per la sua silenziosa protezione e per il dono della Magia. Non è da dimenticare l’aspetto di “Cacciatrice di Eretici” che viene accentuato da molti Sindar. Esistono certi cacciatori devoti a Morrigan che esprimono la loro devozione focalizzandosi sulla caccia dei seguaci degli dei corrotti.
Il Tulip di Ondolinde è rispettato ed assai amato tra i Sindar seppur con una fondamentale differenza rispetto ai Quenya. Mentre per i Quenya è l’Albero Sacro, con uno spirito ed unico nel suo genere, per i Sindar ce ne sono molti di alberi sacri, e molti che hanno un loro spirito (tutto il bosco di Earlann per fare un esempio). È che semplicemente, per gli edhil mhithrin, il Tulip è più sacro degli altri alberi, a causa del suo legame col Tulip “vero”, non l’unico sacro.

I Sindar hanno in gran parte perso l’antica e rigida divisione della società elfica che gli Imperialisti erano riusciti ad imporre in epoche passate.
La società dei Sindar a modo suo cambia nell’arco degli anni, anche in modo consistente, ma ci sono delle cose che sono comuni e sempre stabili nella vita di un elfo silvano. Dice un proverbio a Tiond “La casa dei Sindar cambia come le stagioni, ma con o senza foglie l’albero è sempre albero”
Il senso di gerarchia c’è ancora, ed è piuttosto rispettato, ma l’ottenimento di una posizione elevata è strettamente legato ai propri meriti.
La vita di un sindar comincia in modo felice e gioioso e non appena è pronto egli viene indirizzato allo studio delle radure che lo condurranno ad essere un adulto. Gli elfi silvani seguono tutte e tre le radure nel modo tradizionale, con l’unica differenza che rispetto alle radure quenya o telere, viene posto un accento assai maggiore sulla natura e sulle arti di sopravvivenza: già nella prima radura il giovane  deve sapere i nomi di tutti le piante, degli animali, e conoscere i loro cicli vitali; deve inoltre saper sopravvivere con quello che la foresta gli da, ed imparare a non perdersi.
La vita dell’edhel mhithren consiste nell’integrarsi armonicamente alla comunità elfica ed all’ordine della foresta. C’è chi diviene artigiano, chi guerriero, chi cantore, ma ognuno ha una sua funzione chiara nell’ordine naturale che regola la vita del popolo.
Nella sezione sulla religiosità che ho scritto degli edhil mhithrin si può vedere molti rituali che scandiscono la vita del sindar, dando un sapore mistico e sacrale ad alcuni comuni gesti, come la caccia.
Le cacce, sia sacre che non, sono un comune metodo per socializzare ed unirsi tra sindar, spesso seguiti (ma a volte anche preceduti) da allegri banchetti dove si sentono spesso gli inimitabili canti epici che rievocano imprese eroiche compiute dagli antenati in tempi remoti.
Altro modo di stare insieme tra sindar è la “contemplazione”, come la chiamano tra loro, ovvero il semplice vagare nella foresta ed ammirare insieme le bellezze, spesso notando e commentando qualcosa di nuovo, come un germoglio o un nido (gli altri elfi, teleri in particolare, ritengono tale pratica piuttosto noiosa ma i silvani ne vanno sempre orgogliosi).
I Druig en Naur,”Lupi di Fuoco” hanno una fama che sfocia nel mito. Erano i sindar più devoti in assoluto al Dio Arcere e venivano spesso chiamati solo “i Lupi” (sind. “in druig”). Essi si dividevano in tre sottogruppi: gli Artigli del Lupo, che erano devotissimi combattenti al Balan Suldanas, le Zanne del Lupo, impegnati a gestire la foresta e l’uso delle sue risorse, e gliOcchi del Lupo, severi sacerdoti giudici ed amministratori tra gli edhil mhithrin. Essere un Hen en Draug, un occhio di Lupo, era visto come uno dei massimi onori per un sacerdote di Suldanas, e non solo tra i Sindar dato che i lupi di fuoco, pur essendo in maggior parte sindar, accettavano elfi da tutte le parti del Doriath; questo era vero al punto che gli Hin en Draugerano divenuti una casta sacerdotale d’elite: essere un occhio di Lupo, sia a Tiond come a Rotiniel od Ondolinde, significava essere ai massimi ranghi del clero di Suldanas. Tra gli Occhi di Lupo veniva scelto il Primo Lupo(sind. Draug Erui quen. Minya Narmo) di tutto il clero di Suldanas del Doriath.
SI parlava spesso dei Lupi di Fuoco, ed in particolare dei Sacerdoti Occhi del Lupo come pari, sia all’Ordine delle Madri e alla Delegazione del Buon Risveglio ad Ondolinde, che alle Onde d’Oro di Rotiniel. I Druig en Naur sparirono nell’ombra per qualche oscuro motivo verso la fine del regno della bereth Arabella. Ci sono voci assai certe che essi torneranno presto per “riavvicinare la società Sindar ed elfica al volere del Balan dello Spirito della Foresta (Suldanas)”. Non ne rivelerò il motivo ma posso dire di avere prove del fatto che essi esistano ancora.

Gli Edhil Mhithrin (elfi grigi) posseggono grande abilità nella produzione dei più svariati oggetti.
In particolare è rinomata la loro bravura col legno, affinata da millenni di quotidiano utilizzo. A differenza di quanto si pensi a volte nel continente umano, non è vero che i Sindar non abbattano mai alberi: lo fanno, ma con molto riguardo. Ogni albero viene scelto in base a precisi criteri; ad esempio se ostruisce la crescita di altri alberi. Una volta scelto, il sindar chiede brevemente permesso (di solito in silenzio) a Beltaine ed allo spirito dell’albero di poter abbattere.
I Sindar sono bravissimi nell’intagliare il legno nelle più svariate forme; spesso usano decorarlo con motivi silvani e scritte in sindarin; da una scena di caccia al cervo, ad un motivo di foglie di quercia.
Gli archi degli edhil mhitrhin sono sicuramente tra i più efficaci ma anche belli che ci siano.
Si può notare che nella loro lunga vita, gli elfi grigi tendano meno dei Quenya (ed ovviamente dei Teleri) a dedicare tempo alla produzione di oggetti. La natura per un sindar è già bella così ed in fondo non è poi così importante modificarla per i propri usi… spesso tuttavia le impellenze della quotidianità li vedono costretti a produrre numerosi (e meravigliosi) oggetti.
Un’antica tradizione che pare sopravvivere da tempi immemorabili è quella della lavorazione delle pelli; pelli per armature ma anche per fare oggetti di abbellimento ed uso quotidiano. Ad Ondolinde e Rotiniel le pelli sindar sono assai aprezzate.
Importantissima la conoscenza di erboristi dei Sindar: per i silvani le varie erbe, doni di Beltaine, hanno spesso un significato ed un ruolo mistico. Ad esempio i Capelli di Fata sono usati da quei elfi che vogliono raggiungere uno stadio di inamovibile meditazione (spesso sacerdoti), l’Erba Mistica è usata dai seguaci della Dea della Magia durante le loro cerimonie, il Fiore degli Immortali viene a volte consumato come benedizione per il sovrano, e così via. Gli erboristi dei Grigi, hanno molte mistiche funzioni da collegare alle loro variegate erbe.
In quanto ad allevare gli animali, gli elfi grigi si distinguono per una grande maestria. Riescono ad intuire dettagli delle bestie, che spesso nemmeno gli altri elfi notano, ed insegnano loro con un certa facilità. La confidenza che hanno con gli animali è visibile anche nel fatto che spesso le loro cavalcature sono montate a pelo senza grande sforzo.
La cucina degli elfi silvani è piuttosto semplice ma resa gustosissima e ricercata dalle rare erbe e spezie che vengono utilizzate. Tradizionalmente la carne, i frutti della foresta ed i tuberi, sono i componenti principali, spesso uniti in miscugli di agrodolce (come pettirosso con salsa di more, radici di mandragola con latte e miele o fragole di bosco con il violette e fagioli), presentati spesso, oltre che sui tradizionali piatti di legno o vetro, su piatti fatti d’edera secca intrecciata.
I Sindar sono gente moderata in quanto al consumo di alcolici, preferendo generalmente succhi, ma questo non significa che non ne producano alcuno. Ad esempio, oltre al famoso sidro dei silvani, molte famiglie custodiscono la ricetta per produrre ciò che loro chiamano Faer en Eryn,“Spirito del Bosco”, un potente e dolce liquore prodotto dalla fermentazione di more, mirtilli e ribes scuro con l’aggiunta di alcune spezie segrete. Un’altra bevanda analcolica molto dissetante è il Mìdh en Aur ,“Rugiada del Mattino”, fatto con acqua di sorgente, succo d’uva e sciroppo di sambuco.
Gli abiti dei Tawarwaith (“elfi silvani”), sono generalmente legati alla mimesi nell’ambiente boschivo, quindi il verde ed il marrone sono assai frequenti. Sono vesti comode e poco larghe, in modo da lasciare liberi i movimenti. Gli uomini lasciano generalmente i capelli sciolti, e le donne anche, lasciandosi andare raramente ad acconciature complesse ( a differenza dei quenya).E’ interessante notare che i silvani, se lo reputano necessario, possono per comodità vestirsi molto poco, anche le donne, risultando molto scoperti anche per usi già abbastanza “liberi” di Quenya e Teleri.
I famosi abiti grigi che hanno dato il nome alla stirpe (sindar/edhil mhithrin), sono usati anch’essi per mimetizzarsi nella penombra del sottobosco, e pare che alcuni siano fatti di uno speciale tessuto che dona alla stoffa leggere qualità camaleontiche.

Musica dei Sindar

La musica dei Sindar è particolare ed è apprezzata tra gli elfi di tutto il Doriath. La tradizionale musica in sindarin viene detta Lind e Hul, “melodia del vento”. La melodia del vento consiste nel suonare in armonia con i suoni della foresta. Ad un profano come me parve strano la prima volta che lo udii: i suoni erano lenti e scanditi, una piccola orchestra di flauti, tamburo ed arpa; il suono del tamburo era raro e ritmico, i flauti suonavano con note lunghissime ed acute, seguendo il variare del fruscio delle foglie; spesso c’era una voce che canta melodiosa le più svariate canzoni, oppure narrava i famosi poemi sindar (come già ho detto la storia Sindar è in gran parte orale). Inutile dirlo, questi concerti vanno fatti all’esterno. Come ebbi modo di scoprire, un concerto di Lind e Hul può durare anche un giorno intero… forse per un elfo grigio non è molto, ma per un mezz’elfo come me è stata dura giungere fino alle note finali.
Molto più apprezzabile per un non elfo è invece il secondo genere, la Lind edh-Ross, la Melodia della Pioggia. Si dice essa sia nata quando un sindar, secoli orsono, visitò la Perla avendo udito che le Ninfe avevano benedetto i Teleri ed udì come lì la musica sindarin veniva modificata in modo ritmico e veloce. Affascinato, tornò nella foresta e tentò di riprodurre la musica che aveva udito, ispirandosi alle gocce di pioggia che cadevano veloci sulle foglie. Era così nata laLind edh-Ross, non tanto salterina quanto la musica telera, ma nemmeno lentissima come la tradizionale Melodia del Vento. In pratica oggi, questa musica, di veloci tamburelli e flauti, è divenuta la musica delle feste e dei Sindar più giovani.

Stando alla Verde ho potuto spesso chiedere ed informami riguardo a ciò che essi pensano delle altre stirpi. Gli edhil mhithrin sono schivi nel rivelare i loro pensieri riguardo alle altre genti di Ardania, anche tra di loro spesso non si sbilanciano troppo: la moderazione è una caratteristica dei Sindar. Così come un sarà assai raro trovare un sindar ubriaco, altrettanto lo sarà sentirne uno sproloquiare su qualche popolo. Riporto qui delle opinioni ricorrenti che sono riuscito a ricostruire udendo alcuni sindar e che sono tendenzialmente accettate.

Sindar sui quenya

Da un lato c’è molta vicinanza tra queste due genti, ma è sbagliato pensare che ci sia una totale approvazione da parte dei Sindar, riguardo ai loro cugini Quenya.
Da un lato si rispetta la forza che i Quenya hanno nell’erigere le loro città e nel proteggere ed accrescere le tradizioni degli elfi, dall’altro gli edhil mhithrin ritengono che gli elfi Alti non abbiano imparato dalla storia che tutte quelle conoscenze possano andare un giorno perse, e che solo la natura è eterna, e che è ad essa che bisogna rivolgersi.
Le splendide costruzioni di marmo quenya, sono un apprezzabile monumento ai figli di Beltaine ed ai Belain (Valar) stessi , tuttavia, come mi disse un elfo silvano: “Non sono forse il più bel monumento ai Belain la foresta, le acque ed i cieli? A cosa servono questi freddi palazzi di pietra? Certo sono splendidi ma… ma non noti come siano sterili?”
Per i Sindar insomma gli elfi quenya meritano rispetto per la conservazione che mantengono della loro “elficità” ma una certa disapprovazione per la lontananza che hanno creato dalla natura.
Resta il fatto che per molti aspetti quella dei Quenya è sicuramente la stirpe ardana con i quali i silvani si trovano più a loro agio sotto molti aspetti, ed infatti l’amicizia è generalmente forte.

Sindar sui Teleri

I Teleri sono, secondo i sindar, gli “scapestrati” di quella grande famiglia che gli elfi chiamano “collettività”. Non solo hanno ereditato dai loro progenitori Quenya un rapporto meno sentito verso la natura di quello degli elfi silvani, ma si sono anche allontanati dalla custodia delle tradizioni che giustificherebbero tale atteggiamento. In qualche modo i Teleri sono molto “distanti” e molti dei loro modi procurano disapprovazione tra gli edhil mhithrin.
Tuttavia i Sindar sono ben consapevoli che sotto a quei strani modi si nascondano degli elfi come loro. Seppur gli Elfi del Mare non amino la foresta come i Sindar, questi riconoscono che l’amore che i teleri hanno per il mare è ben superiore a quello che provano loro. In qualche modo, il legame viscerale che i Teleri hanno per il mare, ricorda ai Sindar quello proprio con la foresta, ed è prova del fatto che, nonostante tutte le differenze, anche i Teleri hanno il loro posto nella collettività elfica e nel rapporto che essa ha con la Natura.

Sindar sui Peredhil

I mezz’elfi (per- “mezzo” edhil “elfi”) sono visti generalmente con una certa distanza. Sono in qualche modo “compatiti” per il loro retaggio misto, come se il sangue umano li indebolisse e distanziasse dalla Collettività Elfica. Un peredhel viene raramente considerato pari ad un edhel(ma è più facile accada per un sindar che per un quenya), e questo accade di solito quando il sangue elfico scorre forte nel mezz’elfo; non solo fisicamente ma più che altro nell’atteggiamento verso la Natura, i Belain e la Collettività Elfica. In tali casi è addirittura possibile che il mezz’elfo non divenga solo mellon, ma membro della Collettività Elfica stessa.

Sindar sugli Edain

Gli elfi silvani sentono gli umani assai distanti ed in qualche modo “ingiusti” per numerosi motivi; a parte la consapevolezza di come il loro breve arco vitale li renda avventati e poco saggi, la cosa che più colpisce i Sindar è la distanza che gli umani hanno dalla Natura (almeno secondo loro).
Mi disse una volta un cacciatore di nome Ennyntaur: “Noi Tawarwaith (elfi silvani) abbiamo la foresta, gli elfi alti hanno i monti, i teleri hanno il mare, e gli edain?”
Secondo i Sindar un adan (umano) non è necessariamente dannoso, ma lo è assai potenzialmente e quindi non gli va data generalmente troppa fiducia. Tuttavia se un adan dovesse riuscire a conquistare la fiducia di un elfo grigio, saprebbe di averla in eterno. Questi edain vengono detti mellyn in edhil (sing. Mellon en edhil), amici degli elfi.

Sindar sui naugrim

I sindar vedono i naugrim (singolare naug “tozzo,nano”) con una certa compassione, e con dispiacere per ciò che le guerre del passato hanno portato gli edhil a fare nei confronti di questo popolo.
Tuttavia non vengono certo accolti a braccia aperte per questo, i naugrim sono rancorosi di ciò che è accaduto in passato ed gli edhil mhithrin lo sanno. In generale i nani vengono evitati e trattati con freddezza. Inoltre sono visti come ciò che di più distante dall’armonia con la natura ci possa essere, creature che scavano la terra in cerca di metalli per produrre armi ed armatura nelle loro fumose fornaci sotterranee.

La sera, intorno ai fuochi che vengono accesi sotto alle sacre fronde del bosco di Earlann, quando il vento pare portare il sussurro degli spiriti con se, gli edhil mhithrin si riuniscono spesso per narrare una miriade di antiche storie che vengono tramandate di padre in figlio, di madre in figlia.
Alcune sono favole o poemi romanzati che poco mantengono della verità originale, se mai la hanno avuta. Altre narrazioni invece sono assai convincenti e potrebbero facilmente essere la verità. Riporto alcune delle storie più interessanti che ho sentito:

  • I Faerin in Ithryn,  gli “Spiriti dei Maghi”: Pare che quando un mago elfo muoia, esso possa, invece di giungere al Tulip, restare nei boschi del Doriath a proteggere i suoi cari elfici. Sembra che questi spiriti compaiano come sfere luminose che danzano in aria; pare siano capaci di potenti incantamenti e che nei rari casi in cui parlano, emettano voci calme e melodiose, che narrano di conoscenze e fatti antichi millenni. La cosa più convincente di questa leggenda è che questi lumi sono ben visibili nella foresta di Earlann, e che sono in molti a sostenere di averci parlato.
  • Le Faerin Anrafn, gli “Spiriti Alati”: dette anche Fate o Spiritelli, sono un popolo antichissimo che sostiene di essere nella foresta da prima della nascita degli elfi, raccontano di essere nati “dagli elementi della foresta” in modo naturale. Essi, per un qualche antico motivo che cambia da storia in storia (pare gli elfi rubarono loro qualcosa), presero ad odiare gli elfi, e solo grazie all’intervento di Arabella, si racconta, tornarono in pace con gli edhil, anche se non tutti però. Seppur molte fate danzino tranquille sotto alle fronde della Verde, molti altri di questi spiritelli nei boschi attaccano a vista ogni elfo, in preda a questo antico e misterioso odio.
  • La Thor in Enreinn, L’”Aquila degli Eoni”: Questa possente aquila sembra esistere tale da millenni: ogni volta che i Sindar devono scendere in guerra, l’haran o la Berith al trono la chiamano con un lungo fischio. Quando i sindar vedono in cielo la Thor in Enreinn e la sentono emettere il suo richiamo, corrono alle armi. Rimane un mistero come mai questa aquila si presenti sempre uguale e solo al richiamo del sovrano della Verde, e sono in molti a dire che essa sia un dono divino di Suldanas.

>Lascio così questa pergamena alla mia cara maestra Sennya, augurandomi di averla soddisfatta scrivendo abbastanza. Le difficoltà nel comprendere gli elfi silvani sono state molte, e resterò ancora nella foresta per comprenderne di più: forse stando con loro riuscirò anche io a muovermi tra le fronde silenzioso come una volpe, ed a saltare tra i rami agile come uno scoiattolo…

  6 Antedain, A.I. 272, Narwel Ingol

 

telero

Se intendi giocare un elfo che sia strettamente legato alla foresta in tutti i suoi aspetti, allora è meglio che tu passi oltre e faccia un Sindar. Se sei intenzionato a giocare un elfo assai distaccato dalla realtà degli umani e dai modi antichi e saggi, allora il Quenya è probabilmente quello giusto.
Se invece vuoi giocare un elfo aperto al resto del mondo, oppure un elfo che seppur custode del suo retaggio e delle sue tradizioni abbracci e tolleri molto dello stile di vita umano, ed accetti altre razze nella sua società è un telero.
Se vuoi un elfo legato al mare, al fragore delle onde sulla battigia, con lo sguardo perso all’orizzonte, magari che viaggia o desidera farlo, un telero è quello che fa per te.
Se vuoi giocare un elfo che vive la sua natura in modo intimo e poco rivelato, che sia capacissimo di adattarsi ai modi di vita delle altre razze custodendo all’interno il suo cuore elfico, allora è il telero quello che vuoi.
Se vuoi giocare un elfo che viva a metà tra la tradizione elfica e le rapide evoluzioni del mondo umano allora il telero fa al tuo caso.
È da ricordare tuttavia che un telero non è  un mezzelfo: il mezz’elfo è effettivamente a metà tra le due culture e le due razze, figlio di un umano ed un’elfa o di un’umana e di un elfo. Il telero rimane comunque, nonostante la sua grande apertura mentale e culturale, un elfo dalla vita secolare, con lo stretto legame con la natura, e l’enorme sapienza che solo questa razza possiede.

Oh Dio Veggente, donami la vista che solo Tu hai, mostrami la  conoscenza insita nelle cose intorno a noi, così che io con saggezza possa riportarle su questo manoscritto.

Era ancora l’anno 260, quando, in una fredda giornata di Postapritore, decisi di accogliere l’invito del mio amico Olwë e di lasciare Hammerheim per salpare verso la Perla. A quel tempo le mie ossa erano vecchie ma non decrepite come oggi, e non mi mancava la forza per cominciare uno studio vasto come quello che avrei intrapreso.
Il saggio Olwe era un sacerdote del dio elfico Earlann, il Dio dei mari e della conoscenza, che in qualche modo tanto in comune ha con il Nostro Oghmar. Quest’elfo mio amico era profondamente interessato a conoscere le vicende che accadevano nei territori degli umani, ed io altrettanto di conoscere gli elfi e la stirpe dei Teleri in particolare: mai ho imparato così tanto.
Oramai, con il rintocco della morte che giunge sempre più vicino, lascio questo scritto ai posteri, speranzoso che questa conoscenza illumini le loro menti.

Marip’in e la Dipartita

Come è piuttosto noto, il primo conduttore dei Teleri fu Marip’in il Viaggiatore. Poco si sa nelle terre degli uomini, ma gli elfi abbondano di storie e leggende sul suo conto: ne narrerò la storia citando un testo assai esaustivo che ho trovato in una biblioteca della città di Rotiniel:
“…era biondo come il sole estivo, il suo corpo era robusto come I rami del Tulip ma aggraziato come l’airone sulle acque. Nei suoi occhi azzurri v’era la saggezza dei figli di Beltaine, ma anche l’irrequietezza del viaggiatore…”
Si dice che Marip’in fosse l’agiato figlio di una nobile casata quenya, un gran cacciatore di Ondolinde, ma anche un saggio conoscitore delle vicende degli Eldar (nome con cui si appellano gli elfi in quenya), eppure per qualche motivo era assai irrequieto e decise di lasciare tutto per andarsene con altri elfi:
“…tuttavia il suo cuore era sempre irrequieto, e fu lasciando il credo nel Dio Cacciatore e rivolgendosi al Dio Sempre Saggio che Marip’in trovò la pace dei sensi. Il Dio gli parlò e gli spiegò come solo fuori dalla Valle Celata avrebbe trovato la pace e realizzato il suo destino…”
“… In un discorso in piazza Marip’in parlò, con voce possente: Selerin e Toronin, nel mio cuore v’è finalmente gioia! Dopo giorni di digiuni e bagni nelle azzurre acque dei ruscelli montani, ho la risposta ai miei tormenti: Il vento stesso ha sussurrato il suo richiamo per alcuni di noi, oh Toronin, ed io non posso rifiutargli risposta. Al sorgere di Aguardar lasceremo la Celata: sia la luce di Beltaine e la forza dei Sacro Tulip sempre con noi, e che l’Aran sia benedetto per averci concesso dipartita…”
Così Marip’in e gli elfi che condividevano il suo stato d’animo lasciarono Ondolinde per viaggiare nel continente. Sapevano di stare cercando qualcosa ma non lo trovarono per molti anni. Impararono ed affinarono l’arte dello scambio girando di luogo in luogo, finchè…
“Era un sereno giorno d’estate, e la carovana degli Eldar di Marip’in si fermò nell’ennesimo bosco inesplorato; Il saggio Marip’in, come usava fare, si diresse verso un fiume nella foresta per meditare, quando vide qualcosa: da alcune cascatelle si levarono sagome d’acqua che si ritorsero fino a divenire splendide elfe azzurre , che parlavano all’unisono, con voce fragorosa, come la cascata stessa:-Marip’in, figlio di Minardil, cerchi da anni la tua risposta e la hai quasi trovata, ora ti facciamo noi una domanda– Marip’in in silenzio meditabondo rimase ad ascoltare le ninfe– Dove è che cielo e terra si congiungono? In quel bosco stai andando, elda disperso; lì è la tua risposta – e detto questo  le ninfe tornarono acqua e spuma nella cascata. L’elfo rimase ore seduto sotto alle fronde ed al muschio profumato, finchè giunta la sera sussurrò- il mare!… è lì dove cielo e terra si uniscono, all’orizzonte…-“
Fu così che Marip’in decise di stabilirsi sulla costa vicino a dove aveva incontrato le ninfe, e lì fondò una piccola comunità che sarebbe presto cresciuta per divenire una cittadina con Marip’in come suo primo Aran (l’elfico per “re”). Il nome iniziale sembra fosse Rotto-Nelyar ovvero “la grotta dei Terzi”: infatti dove ora sorge la città c’era una volta una piccola grotta che divenne il loro primo rifugio, I Terzi si riferisce al fatto che I Quenya di Marip’in divenivano la terza stirpe degli elfi; il termine si è ormai evoluto nella parola che noi conosciamo: Rotiniel.

Gli elfi azzurri

Anche un osservatore distratto, con una vista consunta e velata come quella dei miei vecchi occhi, potrà notare come gli elfi teleri che ora siedono a  Rotiniel o viaggiano per i mari, tendano a divergere nell’aspetto dai loro cugini quenya di Ondolinde. Le orecchie degli Eldar teleri a volte sono leggermente più abbassate e lunghe di quelle dei Quenya ed i colori delle chiome e della carnagione varino molto di più che ad Ondolinde.
Per comprendere il motivo di tale varietà nell’aspetto fisico dei Teleri, ho dovuto approntare una approfondita ricerca su una famosa leggenda: gli elfi azzurri.
Pare che quando Marip’in il Viaggiatore giunse a fondare Rotiniel, la costa dove lui ed i suoi seguaci quenya si stabilirono non fosse del tutto disabitata. Esistono ancora oggi delle antiche tavolette di legno, I Quenta Luinquendion (“Cronache degli Elfi azzurri”) che vengono, a quanto pare,gelosamente custodite dai saggi del tempio di Rotiniel. Quando chiesi al mio caro amico Olwe di mostrarmele, egli declinò gentilmente ma mi concesse di udirne una versione cantata da un bardo. Sfortunatamente quello splendido canto era pieno di antichi riferimenti che non riuscii a cogliere ma il senso generale mi fu chiaro.
Da quanto ho appurato, pare che questi Luinquendi, “elfi azzurri”, fossero un popolo piuttosto semplice che risiedeva sulla costa e navigava con piccole barche  pescando e vivendo in casette tra gli alberi. Sembra che fossero non particolarmente alti con carnagioni abbronzate, occhi verdi e capelli corvini (oppure rosso ramato).
Sembra dunque che la consorte del primo Aran Marip’in, la bellissima Miriel, fosse una figlia del capo di questi elfi azzurri; e che questo matrimonio segnò l’unione tra i due popoli.
Nonostante questa leggenda venga spesso accantonata da molti saggi come fantasiosa, dati i pochi documenti che abbiamo riguardo a quest’antica stirpe, penso di poter invece ragionevolmente dire che questa leggenda sia vera ed in testimonianza di ciò, oltre ad alcuni tratti fisici dei Teleri, c’è probabilmente anche il rispetto che I Teleri hanno per Morrigan: pare infatti che i Luinquendi fossero assai devoti alla Dea della Magia e della Dissimulazione, e che effettuassero rituali notturni con strane magie, nelle loro spiagge desolate sotto alle stelle. Se e cosa rimanga di questi rituali non sono invece riuscito a scoprirlo dal misterioso clero di Morrigan.

La dinastia Elenion a Rotiniel

La discendenza del Primo Aran di Rotiniel, la dinastia Elenion dei Teleri, fu segnata da regnanze sagge e lungimiranti che seppero far crescere Rotiniel e prosperare la stirpe degli elfi di mare. Sotto al regno di Marip’in furono progettate la prime grandi navi per la navigazione in mare aperto: i Teleri che, prima di stabilirsi sulla costa,avevano viaggiato molto per il Doriath, unirono le caratteristiche delle piccole barche di fiume Sindar a quelle delle più possenti navi costiere che i Quenya già sapevano costruire. Pare inoltre che Marip’in, nei suoi approfonditi studi, avesse anche trovato delle antiche pergamene di ingegneria navale, risalenti a prima dei “falò senza luce”.
Il risultato è che le agili e possenti navi telere cominciarono a solcare i mari sempre più frequentemente e la comunità di elfi cominciava a crescere ed arricchirsi; verso la fine del regno di Marip’in, Rotiniel era ormai una cittadina ed i Teleri una stirpe nota e rispettata.
Un fatto importante da ricordare, è che la regnanza di Marip’in fu caratterizzata da una lunghezza estrema. Quando Marp’in Elenion morì, solo pochi secoli fa, nessun elfo aveva vissuto tanto a lungo da ricordare l’inizio del suo regno. Marip’in era antico e millenario quanto Rotiniel.
Si racconta una leggenda in riguardo; pare che la Madre degli Dei, dopo le distruzioni delle guerre dei Falò senza luce, e vedendo gli sforzi dei nuovi sovrani elfici,commossa, diede loro una Benedizione sottoforma di una luminosa pioggia:ne furono investiti direttamente Finwerin ed Arabella, sovrani delle due casate.
Queste gocce avevano un parte d’essenza divina e donarono ai due sovrani una vita lunghissima e profonda saggezza.
Pare che Beltaine lasciò una parte dell’acqua benedetta in custodia a Finwerin, dato che Ella sapeva che sarebbe venuto un terzo Aran, il “Re dei Mari”.Si dice che quando Marip’in fondò Rotiniel, Finwerin Eldamar capì che la Amille Valarion (Madre degli Dei) aveva già legittimato Marip’in lasciando una parte della benedizione per lui, e dunque con una grandiosa cerimonia la consegnò al nuovo re dei Teleri.
Il figlio di Marip’in, Ersyh, continuò il lavoro del padre, anche se la sua regnanza fu segnata, oltre che da duri attacchi di creature marine, da due nefasti eventi: il “Grande Incendio” di Rotiniel ed infine il ritorno dei Figli di Luugh.
L’incendio di Rotiniel cambiò per sempre il volto della Perla: si dice che prima della sua distruzione, la città fosse stata costruita interamente utilizzando legni pregiati finemente intarsiati, e che le parti in pietra fossero costituite dello stesso bianco marmo (se di marmo si tratta) utilizzato per l’edificazione di Ondolinde, portato direttamente dalla Valle Celata. La leggenda vuole che l’incendio sia partito dalla fornace di un mastro fornaio e da li, in un batter d’occhio, si sia diffuso lungo tutta la città. In due giorni, la città fu praticamente rasa al suolo: del grazioso Palazzo sulle Acque, di marmo e legno, non rimasero altro che pochi ruderi fumanti e lo stesso, rimase, se non ancora meno, delle maestose ville dei mercanti e dei due bellissimi Templi Gemelli. Gran parte della popolazione perì nel rogo: per lungo tempo, successivamente, Rotiniel fece assai fatica a riprendersi, tanto da arrivare quasi al punto di rimanere totalmente desolata.
Tuttavia il popolo Telero, ottimista e pragmatico di natura, si diede subito da fare: piano piano la città cominciò a rinascere. Questa volta, però, gli abitanti impararono la lezione:  gli edifici furono costruiti quasi interamente di pietra, in modo da resistere a fuoco ed acqua. Vennero utilizzate le scure rocce che si trovano nei pressi della città, tagliando direttamente dalle montagne vicine lastre enormi di questo materiale e trasportandole mediante le proprie navi,. L’architettura divenne quindi più essenziale e funzionale, con lo scopo di costruire edifici duraturi e che potessero resistere al tempo e alle intemperie.  Al giorno d’oggi devo dire che l’”elficità” delle case telere è più visibile negli eleganti ed aggraziati interni, spesso ricchi di decorazioni e piante,che non certo nelle facciate grigie ed imponenti.
Il ritorno dei figli di Luugh segnò la fine della dinastia degli Elenion: prima che Ersyh, il re Triste, potè lasciare un discendente, fu orribilmente trucidato in una battuta di caccia al Sud con le sue guardie. I Drow avevano colpito e Rotiniel rimaneva senza Aran.
Fu così che per la prima volta il nuovo Aran fu scelto col consenso della città e non per via del sangue; la scelta ricadde su Elrylith, antico telero benedetto dalla calma e saggezza di Earlann. Egli fu detto il Modesto poiché poco fece per ingrandire la città, che gestì invece quasi come un villaggio, ma d’altra parte invece, molto fece per favorire l’armonia fra le razze e la serenità a Rotiniel. I Teleri lo amarono e stimarono profondamente ed alla sua morte molte lacrime furono versate.
I suoi successori, Shu e Xell, sono ormai storia recente: potete trovare informazioni a riguardo negli annuali contemporanei, per cui non mi dilungherò.

Già qualche parola ho speso riguardo a questo tema, ma lo approfondisco brevemente per chiarire il tutto.
I Teleri hanno prima di tutto sangue quenya e questo fa in modo che molti di loro abbiano carnagione chiara come la luna ed alcuni anche i tipici ma rari capelli biondo oro. Invero molti Teleri sono Quenya sanguepuro e sono del tutto indistinguibili dai Quenya ondolindelore (finchè non si mettono a parlare). Altri invece hanno, secondo la diceria popolare, sangue luinquendi (gli “elfi azzurri” di cui ho già ampiamente discusso) più forte e quindi presentano carnagioni più olivastre e capelli rossi o corvini ed orecchia un po’ più lunghe ed abbassate dei Quenya. Non  è da dimenticare inoltre , che un certo numero di Sindar, sin da tempi antichi, è venuto a vivere alla Perla tra i Teleri e il loro sangue sì è unito contribuendo alla varietà che caratterizza ora la stirpe. Tutti questi tratti sono spesso mischiati ed alternati. È quindi normalissimo vedere un telero con capelli biondi ma carnagione olivastra, oppure con capelli rossi ma pelle pallida.
Concludendo si potrebbe dire che i Teleri hanno tratti per la maggior parte quenya, ma rimane forte comunque l’influsso delle diverse stirpi elfiche con cui i Teleri si sono mischiati. E’ possibile perciò osservare, tra i membri in questa razza, quasi ogni tipo di combinazione dei diversi caratteri somatici.

Il dialetto dell’elfico che parlano i Teleri viene chiamata spesso “quenya telero” anche se più correttamente, secondo la definizione elfica, andrebbe detto “telerin”.
Fondamentalmente è una versione del quenya il cui ritmo è stato però in qualche modovelocizzato e reso meno complesso: certe parole sono state abbreviate e la pronuncia a volte semplificata. Non indifferente è la quantità di parole sindarin e straniere che esistono nell’elfico telerin.
È interessante notare che i Teleri modificano la loro lingua in base all’interlocutore; di fronte ad un quenya tenderanno a parlare il dialetto quenya ondolindelore, e molti lo parlano assai bene(le somiglianze tra i due dialetti sono molto forti); di fronte ad un umano desideroso di praticare il suo elfico, parleranno lenti e utilizzando molte parole della lingua comune, mentre con un silvano tenteranno di riprodurre la musicalità del sindarin aggiungendo sillabe, allungando vocali e cambiando accenti per “sindarinizzare” la loro pronuncia: il risultato però, sarà quasi sempre quello di fare sorridere il sinda in ascolto.

Breve frasario telero

Ecco alcune utili parole di Telerin per chi intendesse usarne qualcuna coi Teleri; queste possono essere di qualche utilità,al fine di ottenere un maggiore grado di confidenza con il proprio interlocutore telero.
(Nota dell’Autore: se si intende usare alcune di queste parole in gioco, ben venga, ma fate attenzione: utilizzate unicamente queste. Si sconsiglia assolutamente di usare altre parole oltre a quelle qui presenti: la maggior parte di quelle sotto riportate infatti, sono di conoscenza comune a tutti giocatori; usarne altre invece significherebbe solo rendersi incomprensibili).

Sing/Plur= significato
Elda/Eldar= elfo/elfi
Teleri , Lindar, Nelyar= tutte termini per indicare i Teleri (“gli Ultimi” “i Cantori””i Terzi”)
Atan/atani= umano/umani
Perelda/pereldar=mezz’elfo/mezz’elfi
Lestanore= Terra degli elfi(ormai si usa di più la forma sindarin, “Doriath”)
Quel kiruva= buona navigazione
Quel Du= Buona serata
Quel kaima= Buon riposo
Únótimë lar!= letteralmente “Innumerevoli ricchezze!”, tipico saluto tra i mercanti (ma non solo).
Aaye= saluto d’arrivo( i Teleri lo hanno preso dal sindarin lasciando cadere quasi del tutto l’Aiya del quenya che è usato solo in rare formalità)
Naàmarie= saluto di congedo
Bala/Balai= (influenzato dal sindarin) si usa spesso al posto dell’ondolindelore Vala/Valar (gli dei)
Aran/Arani= Re,i Re
Tari/Tarir= Regina/Regine
Ay/nay= sì/no
Diolla lle/ Annon lle= grazie/prego
Tòr/ Toronin= “fratello/i”, usato per chiunque appartenga alla collettività elfica.
Sèler/ Sèlerin= “sorella/e” usato per chiunque appartenga alla collettività elfica.
Tiond= detta anche “i Calen”, la Verde Rotiniel= detta anche “i Marilla”, la Perla Ondolinde= detta anche “i Silala”, la Splendente

Vi sono cinque importanti concetti da comprendere per inquadrare la mentalità telera:

  • La Collettività Elfica (mediata attraverso la tradizione quenya)
  • La Tolleranza verso i non elfi(come espansione della Collettività Elfica stessa)
  • L’Equilibrio (come poi teorizzato dagli Illuminati)
  • Il Commercio (caratterizzato dalla ricerca del “bello”)
  • Il mare (fonte di ispirazione)

La Collettività Elfica

All’inizio vi era per tutti gli elfi il senso di Collettività Elfica: non sembra avere un’origine precisa, ma pare sia insita negli Eldar stessi, dal momento in cui Beltaine li pose al mondo e Suldanas li contemplò.
La Collettività Elfica ha un precetto fondamentale, che è quello di rispettare in modo massimo la vita degli altri elfi e di tenere in altissima considerazione l’intera comunità degli Eldar.
La Collettività Elfica è un rapporto di fratellanza viscerale che c’è tra gli elfi: essi si sentono tutti come una specie di grande famiglia: due umani qualunque non si sentiranno mai legati come possono esserlo due elfi qualunque; infatti il rapporto tra due elfi sconosciuti è meglio paragonabile a quello di due cugini se non addirittura fratelli.
Dirò subito che il senso di Collettività Elfica è ancora vivo tra i Teleri, ma filtrato attraverso la reinterpretazione quenya: mentre i Sindar conservano ancora questo modus vivendi nella sua intuitiva semplicità, i Quenya, nella loro volontà di perfezionare la razza hanno ampliato questo concetto in una serie di leggi, i Geis di Ondolinde. Quando i primi seguaci di Marip’in giunsero a fondare Rotiniel, avevano già questa visione più “complessa” del vivere elfico, e da questa partirono per svilupparne una tutta loro. Insomma la solidarietà elfica è presente anche se però codificata e non più intuitiva
Questo negli ultimi tempi è ben visibile negli incontri tra Teleri di Rotiniel ed elfi altre città del Doriath: nonostante i recenti contrasti politici un telero chiamerà comunque tòr (fratello) o sèler(sorella) gli altri elfi e spesso si potranno anche creare ottimi rapporti. SI vede in questi incontri come la tradizionale collettività Elfica sia presente, nonostante tutte le differenze, nello spirito telero.

La Tolleranza

Una leggenda assai famosa ed utile per comprendere la sviluppo della mentalità telera è la storia di Enelye e suo fratello Elwe, che viene raccontata a tutti i bambini teleri. Enelye era un telero molto legato alla tradizione ma anche arrogante che nelle varie versioni della fiaba nega l’aiuto ad una naufraga donna solo perché umana. Elwe è invece più modesto ed aperto e la salva. Ci sono una serie di peripezie cha variano a seconda delle versioni, ma alla fine Elwe scopre che la donna era una ninfa che gli dona serenità e si innamora di lui sposandolo, mentre Enelye rimane solo e triste alla fine della storia.
Questa fiaba aiuta a comprendere un importante tassello della cultura telera: oltre all’originaria Collettività Elfica, si aggiunge l’idea che anche ciò che è diverso nasconde una sua ricchezza e una qualche forma di saggezza (l’umana che si scopre essere una benevola ninfa)e che quindi debba essere in qualche modo accettato.
La società degli elfi, secondo i Teleri, può ospitare membri di altre razze, e la Collettività Elfica non impone necessariamente la totale esclusione di chi non è elfo.
Certo i non elfi non saranno mai saggi, longevi ed armoniosi come i figli di Beltaine, ma questo secondo i Teleri non esclude la possibilità di includerli nella propria comunità, anche in gran numero. La diversità e le stranezze delle altre razze sono generalmente viste come un arricchimento.

L’equilibrio e la filosofia degli Illuminati

Da citare è anche l’influenza del principio dell’Equilibrio, che fu portato avanti dall’accademia degli Illuminati e in seguito dall’Aran Xell in persona, quando salì al potere: secondo questa filosofia, gli opposti sono sempre da evitare ed il giusto è insito nel mezzo, appunto nell’Equilibrio fra opposti.
In effetti i Teleri sono la razza elfica che più si presta ad accettare questa filosofia e storicamente sono considerati la stirpe elfica che ne è più vicina. Se da un lato c’è l’isolazionismo di stampo marcatamente decadentista dei Sindar, dall’altra l’orgoglio razziale di stampo imperialista per i Quenya, i Teleri  sono perlopiù inquadrabili nella filosofia degli Illuminati, e quindi nel mantenimento dell’Equilibrio.
Tuttavia identificare la tradizionale visone “illuminata” elfica ed il principio di “Equilibrio” dell’accademia di Xell non sarebbe corretto. A differenza della prima, che è soltanto un modo di vedere le cose in maniera “moderata” rispetto al decadentismo ed all’imperialismo, il secondo è un principio molto spesso politicizzato ed utilizzato a seconda dei diversi interessi, fino ad essere addirittura imposto ad altre comunità.
I Teleri, pur avendovi trovato qualcosa di buono in passato, lo hanno ormai definitivamente superato; se oggi alcuni Teleri si definiscono “illuminati” è in riferimento al desiderio di definirsi al giusto mezzo tra decadentismo ed imperialismo, non riprendendo i concetti dell’Accademia. Quindi se il decadentismo è il massimo distacco, al punto di voler sparire da Ardania, e l’imperialismo un massimo coinvolgimento, a punto di volerle inglobare in se tutta Ardania, la visione illuminata è una via di mezzo, un coinvolgimento rispettoso si potrebbe dire.

Il commercio ed i Teleri

I Teleri sono ormai noti come alcuni tra i più grandi commercianti di Ardania. Eppure provengono dalla razza elfica, che è probabilmente quella meno legata al danaro tra quelle ardane: come mai?
La tradizionale visione economica elfica è di sussistenza e scambio interno: il commercio con l’estero è ridotto al minimo, solo per quanto riguarda quelle merci ritenute indispensabili perché non presenti nel territorio, lo stretto necessario insomma.
I Teleri invece sono stati i primi elfi, dopo l’epoca del grande Impero elfico su Ardania, a riprendere contatti con le altre razze, ed a scambiare beni con loro.
Sicuramente all’inizio un grande stimolo al commercio fu dato dallo spirito intraprendente da viaggiatori dei primi Teleri, e dalla mentalità disponibile ed aperta che stavano sviluppando, ma c’è di più: I Teleri amano commerciare soprattutto perché amano circondarsi di ‘bello’, di artefatti e opere d’arte di ogni razza,vogliono provare tutti i cibi, utilizzare i vestiti che vanno di moda ad Hammerheim cosi come sfoggiare un capo esotico proveniente da Tremec. Riguardo a questo aspetto si potrebbe dire che siano molto “umani”: nella casa di un telero, accanto al tradizionale artigianato elfico non sarà per nulla improbabile vedere una caraffa tremecciana, un arco qwailar e dei quadri hammin.
L’accumulo di guadagni per un mercante telero non è fine a se stesso, ma è più che altro il mezzo necessario per trovare nuovi oggetti, nuove merci sempre più interessanti. Non si ha quindi il comportamento tipicamente umano di accumulare denaro e oggetti di valore al fine di scalare la gerarchia di potere o per assumere maggiore importanza nella società, e neppure si può trovare l’ostentazione delle proprie ricchezze al fine di esibire davanti a tutti il proprio status sociale. E la cosa che più stupisce un osservatore umano poco avvezzo a questi comportamenti, e che più permette di fare risaltare la differenza tra le due diverse mentalità, è che per un telero l’accumulo di beni rappresenta un guadagno non solo per lui o la sua famiglia, ma per l’intera collettività: all’arrivo di un bastimento in porto, il mercante telero non vedrà l’ora di mostrare a tutti i nuovi acquisti, non per esibire la propria ricchezza, bensì per fare partecipi tutti delle novità.
Il telero ama le altre razze,la loro cultura,le loro diversità; in fondo fanno tutte parte del grande disegno dei Valar.  Come un sindar ama le piante e gli animali,come un quenya vive per gli scritti dei suoi antenati e si prodiga per costruire un artefatto mai visto su Ardania,così il telero si incanta vedendo la bellezza del mondo,la diversità di usi e costumi che esistono su Ardania.
Tutto questo discorso non significa che un telero non badi al valore delle merci, o che i mercanti teleri siano assai facili da truffare e raggirare durante le contrattazioni: tutt’altro! Amano l’attività del commercio forse quanto come amano il mare, quindi sempre meglio non sottovalutarli.

I Teleri ed il mare

Non è assolutamente un caso che i Teleri vengano chiamati spesso Eldar Earen, Elfi del Mare.
Come tutti gli elfi, anche i Teleri amano la natura e ne sono in armonia, seppur non quanto i Sindar, ma superano quest’ultimi in quanto ad amore per il mare.
Il mare è nutrimento, è trasporto, è arte. Il mare è a volte calmo, ed a volte agitato, come l’animo degli elfi. Il mare incute rispetto ma anche amore.
Spesso i genitori di un bambino telero insegnano al piccolo, oltre a nuotare, anche a navigare su barca, e soprattutto ad ispirarsi al mare come fonte di serenità e pace, quando è calmo, e come ricordo del senso di autorità e rispetto quando è agitato.
I Teleri inoltre sostengono spesso di poter udire suoni lontani ed addirittura voci provenire dal mare, oppure dalle conchiglie. Dicono che il mare porti loro le voci ed i rumori di Ardania, e stanno spesso ore ad ascoltarli. Ahimè io ci ho provato un giorno intero ma i miei risultati sono stati a dir poco scarsi…

Apparentemente, la stirpe dei Teleri, tra gli elfi, è quella che meno manifesta uno spirito propriamente religioso, ma sarebbe riduttivo dire che non abbiano un loro forte credo od uno spiccato senso religioso: ce l’hanno,ma a loro modo.
Come già ho detto parlando del commercio per i Teleri, le due divinità patrone sono Earlann e Morrigan e sicuramente un loro importante ruolo è quello che ricoprono nella quotidianità dei Teleri: protettore dei viaggi in mare il primo, e guida grazie alle sue stelle la seconda. Questi due Valar, secondo i Teleri, vanno sommamente ringraziati prima di un viaggio, per benedirne l’esito e lo scambio delle merci che avverrà alla fine dello stesso, e nello stesso modo durante il ritorno a casa, rendendo possibile il possesso e la contemplazione delle bellezze che i Valar  hanno posto su Ardania tutta. Ma sarebbe riduttivo vedere solo questo aspetto dei due Vala nella religiosità dei Teleri.
Aggiungo, una cosa per chi dovesse pescare nei mari dei Teleri, prima di approfondire il discorso religioso: il delfino è una creatura sacra e che i Teleri ritengono benedetta da Earlann… non uccidetene mai uno!

Earlann visto dai Teleri

Earlann, oltre a proteggere le navi telere in viaggio, viene rispettato come colui che ispirò econdusse Marip’in fino alle coste, e quindi colui che instillò il profondo amore per il mare che i Teleri ora provano in modo innato. I Teleri amano la natura, come tutti gli elfi, ma per il mare, come ho già detto, hanno un posto speciale: è l’elemento più grande e possente che ci sia su ardania, a volte calmo e sereno, altre volte possente ed iracondo. Il telero apprezza la calma della foresta, o l’imponenza delle montagne, ma il mare è come un richiamo nel loro cuore  a cui non possono sfuggire.
Un altro aspetto di Earlann assai apprezzato dai Teleri è quello della corsa dell’acqua come sviluppo delle cose, come immanente trasformazione. I Teleri vedono nel loro continuo cambiare e svilupparsi (senza dubbio sono la stirpe dall’evoluzione più rapida e dalla maggiore propensione e adattabilità al cambiamento) la volontà del Sempre Saggioche Marip’in per primo perseguì.
Anche l’aspetto di Earlann come studio e saggezza è presente per certi Teleri, ma non è l’elemento che in genere viene esaltato (a parte dai sacerdoti) a differenza di quanto accada nelle altre stirpi elfiche, per i quali questo Bala(“Dio” in telerin) è per tutti prima di tutto saggezza e serenità.
Tuttavia è da ricordare che i Teleri hanno spesso bisogno di interrompere la loro frenetica vita (almeno per i canoni elfici) e fermarsi. Quando lo fanno li si vede o su una scoglio o sulla spiaggia seduti a fissare il mare, coi capelli al vento, in silenzio: ho visto Teleri restare così fermi dall’alba fino al tramonto! In questo si vede che in fondo anche l’elemento di meditativa saggezza tipicamente elfico è presente, anche se non sempre visibile.
A Rotiniel esiste una delegazione di chierici di Earlann che si occupa della benedizione delle acque e delle imbarcazioni: essa viene detta Falmar Laurie, Onde d’Oro. E’ considerato un grande onore per un chierico di Earlann farne parte, e tradizionalmente i membri dell’antico consiglio di Rotiniel (per la parte religiosa), provenivano da questa cerchia ristretta. In realtà i Falmar Laurie accolgono non solo i sacerdoti del Bala Saggio di stirpe telera, ma anche di tutte le stirpi elfiche, ed è il massimo organismo del clero di Earlann Sempre da loro viene scelto il Patriarca della fede di Earlann. Le loro riunioni sono alla Perla oppure in qualche altro tempio di Earlann nel Doriath. Essi sono visti come elfi assai saggi, custodi di antiche conoscenze. Inoltre le Onde d’Oro stabilirono molto tempo fa l’antica Cerimonia di Purificazione che ancora oggi si tiene alla Perla, dove gli elfi del Doriath, sacerdoti, paladini e poi fedeli, si abbeverano nelle acque del Raggio di Luna (fiume che scorre a Rotiniel), per purificare le anime di tutti gli elfi del Doriath. Essa viene celebrata una volta intorno al primo giorno dell’anno e la seconda verso il giorno di mezz’estate.

Un altro rito dedicato a Earlann è la Almie Nenion , la Benedizione delle Acque,che si tiene all’inizio della primavera e l’ultimo giorno di autunno. In quello primaverile si prega il dio perché benedica i Commerci, che riprendono in questo periodo dopo la pausa invernale, ma si chiede anche il dono della pioggia, chiedendo di tenere lontana la siccità e la bonaccia in mare. Nella cerimonia autunnale si rende grazie al dio per tutto ciò che egli ha dato ai suoi fedeli e per la protezione sui commercianti marittimi. In questa occasione si festeggia anche la chiusura dei commerci navali per via delle tempeste invernali, approfittando della paura forzata per la manutenzione delle navi.
In telerin, Earlann è spesso chiamato Illume Saira (Sempre Saggio), Aran Tumno (Re del Profondo) e Bala Nenion ar i Sanweo (Dio delle Acque e della Meditazione).

Morrigan vista dai Teleri

Morrigan sembra fosse la Valie (“Dea” in quenya) patrona dei misteriosi luinquendi, gli elfi azzurri, che, si dice vivessero sulla costa prima dell’arrivo di Marip’in. Anche se così veramente fosse non si può dire che i Teleri venerino la dea per semplice tradizione: è invece un dato di fatto che questa Valie li ispiri in modo particolare. Non è quindi solo nominale la sua venerazione come divinità principale dei Teleri insieme ad Earlann…e lungi dal dire che Morrigan sia secondaria tra i Valar!
Infatti i Teleri vedono in lei la Dea che guida gli Eldar sia in mare che via terra con i fiori che pose in cielo dal Tulip, le stelle.
Non a caso infatti viene chiamata a volte “Tàri Elenion” tra i Teleri, ovvero “Regina delle Stelle” oppure “Aracano Fanyaron” ,”Conduttrice dei Cieli”. I Teleri pensano che anche nei momenti di peggiore oscurità la Valie Morrigan sia una tenue luce di speranza e conseguentemente essa si batta con veemenza contro la peggiore delle oscurità, ovvero chi ha abbandonato la collettività elfica e abbracciato il culto degli dei oscuri.
Oltre allo speciale posto di guida, speranza e protezione dal male che le viene riservata, essa viene venerata per il suo ruolo di Madre della Magia e Dispensatrice di presagi e divinazioni attraverso i Sogni. Questo aspetto è però molto meno rilevante di quanto non lo sia per gli le altre stirpi, che invece considerano fondamentale, a parte ovviamente per i maghi e per il clero morriganita telero.
L’aspetto di doppiezza di Valie “Dea dalle due faccie” è molto rilevante per i Teleri, anche se non parlano al primo passante. Il vivere in bilico tra il mondo degli elfi ed il resto di Ardania, cambiando spesso da un momento all’altro contesti e modi di essere, ha abituato i Teleri ad essere “trasformisti” ed ad adattarsi con gran facilità ai contesti più svariati, inoltre l’aspetto di inganno di Morrigan è stato anch’esso venerato e messo in pratica, particolarmente nell’inganno verso gli umani durante le prime spedizioni mercantili dei Teleri.
Il Clero morriganita telero ha la particolarità di officiare alcune cerimonie strettamente legate al mare ed alle stelle: Il rito delle Maree e della Magia è il più noto, nel quale la Valie Morrigan viene ringraziata per la guida che che dà alla navigazione con gli astri nel cielo e per la Magia che ha donato; esso si tiene di solito nei giorni di luna piena. Altro rituale è quello della Luna Nuova, che avviene generalmente quando la luna è del tutto assente.

Gli altri Valar e culti

Come tutti gli Eldar, anche i Teleri, a parte le preferenze individuali, adorano i Valar tutti.
Beltaine, la Madre degli Dei, ha sempre avuto per gli elfi un posto speciale di immagine materna ed in qualche modo di legame con gli altri elfi tutti: se Earlann simboleggia il mare che li porta lontani, e Morrigan il cielo stellato che li guida  verso  lontani lidi, Beltaine per i Teleri è la Madre che li abbraccia insieme a tutti gli altri elfi, e li fa sentire fratelli e sorelle degli altri Eldar. Si potrebbe anche dire che per i Teleri essa rappresenti il mantenimento della Collettività Elfica.
Non è infine da dimenticare che la Madre degli Dei era la Dea più cara ai quenya di Ondolinde da cui discendono i teleri e, nonstante il suo ruolo di diretta patrona sia andato perso tra i teleri, molte famiglie ne hanno mantenuto il suo culto dai tempi di Marip’in e pare che oggi il clero di Beltaine di Rotiniel conservi ancora alcuni antichissimi culti che si pensavano presenti solo ad Ondolinde. Uno dei meno noti è il Linde Finirion, il canto dei Morti. In questo rituale sulla spiaggia, i sacerdoti della Valie ascoltano i sussurrii dei figli di Beltaine che sono morti in mare, riportando ai fedeli le rivelazioni più importanti con dei tristi canti .
Un’altra cerimonia che viene effettuata dal clero beltainita telero è il Mique Earo ar Kemeno, il Bacio di Mare e Terra. In questa cerimonia primaverile uno o più sacerdoti di Beltaine ed Earlann si fanno passare simbolicamente dell’acqua di mare che poi gettano sul terreno, nel quale sono appena state poste alcune sementi. Con questi gesti chiede alla Grande Madre ed a Suo Figlio di bendedire l’unione di Acqua e Terra e si simboleggia l’armonia dei due elementi.
Piuttosto nota è anche il Festa dei Doni della Terra ”Asar Annarion ar Kemeno” durante la quale si posizionano al tempio i generi ottenuti dal raccolto nelle campagne circostanti: questo rito è un forma di ringraziamento per l’abbondanza dell’anno passato ma anche una benedizione ai contadini e ai mercanti: infatti v’è un passaggio simbolico dalla terra (i contadini) alla popolazione cittadina (mercanti), ed in questo passaggio benedetto da Beltaine i teleri vedono ed auspicano il guadagno di entrambe le parti.
Un ultimo rito Rito, piuttosto triste e legato spesso al Canto dei Morti, è il Dono per le Anime ”Anna Feain” dedicato alle anime dei dispersi in mare. Questa cerimonia si tiene sui moli , generalmente nelle notti di luna nuova, non di rado insieme al clero Morriganita ed Earlannita. Su una piccola nave vengono posti oggetti simbolici e di sostentamento al corpo ed allo spirito (come cibo, acqua benedetta e vestiti) e poi si prega per illuminare il cammino della vita dei dispersi affinché ritrovino la strada di casa, che siano essi anime vaganti dirette al tulip o semplicemente elfi di ritorno ad un porto.Dopo il rito i sacerdoti partono con la nave e lasciano le offerte in mare.
Suldanas viene generalmente visto come il Vala meno vicino ai Teleri, ma questo non è più così corrispondente alla verità. Il suo culto ha avuto una costante crescita tra i Teleri: sembra che i continui pericoli(dai mostri ai pirati) a cui la navigazione ha posto i Teleri, abbiano contribuito a renderlo più importante nel suo ruolo di Dio della Vendetta contro coloro che danneggiano i Teleri. Inoltre l’apertura di Rotiniel agli affari delle altre terre ha messo i Teleri nella posizione di combattere molte guerre e quindi di chiedere sempre più spesso una mano al Dio della Furia della Foresta. Durante le varie cerimonie dedeicate agli altri Valar, negli ultimi tempi tra i Teleri non è raro vedere effettuare le Benedizioni delle Armi da parte dei sacerdoti del Dio Arcere.
Assai rilevante all’interno dei culti teleri è quello dedicato alle figlie di Earlann: le ninfe. Esse furono fondamentali per la nascita della stirpe telera, grazie al loro ruolo nella storia di Marip’in ed inoltre hanno sempre ispirato le arti degli elfi, non di rado comunicando direttamente con loro ed insegnando l’uso di strumenti o antiche canzoni. E’ anche grazie alla speciale venerazione che viene loro riservata, ed agli insegnamenti ricevuti in cambio, che i Teleri hanno anche l’antico appellativo di  “Lindar”, i Cantori.
Infine, è necessario spendere due parole riguardo al culto del Tulip. Si sa che i Quenya della Splendente hanno una speciale venerazione per il segmento di Tulip che cresce nel nostro mondo. Sarebbe un grosso errore pensare che i Quenya che con Marp’in giunsero a fondare Rotiniel avessero accantonato la venerazione del Tulip. Ancora oggi mi è capitato di vedere, nelle case di certi Teleri, antiche e preziose sculture ad immagine del Tulip oggetto di culto e profonda venerazione. Probabilmente però,la cosa che più mi ha fatto comprendere quanto sia grande il posto che, nel cuore dei Teleri, ancora è riservato al Sacro Albero, è stato vedere gli occhi e sentire la voce di un pellegrino telero che mi narrò del momento in cui vide il Tulip. Non conosco parole della lingua comune che possano descrivere quel viso estasiato, il sereno ma malinconico brillio dei suoi occhi, il tremolio della sua voce.

I Teleri hanno una società che , ad un occhio distratto, potrebbe parere simile a quella umana. Questo è dovuto alla visibilissima presenza della cultura degli Umani, in particolar modo proveniente dai regni occidentali, ma sono presenti aspetti più esotici, derivati dall’influsso, a seguito dei più recenti scambi commerciali, dei costumi di paesi provenienti dal sud di Ardania. Il tutto si vede principalmente nell’architettura e nel vestiario oltre che in certi contesti linguistici. Per certi aspetti quindi vi sono delle similitudini con la società umana dei regni al di la dello stretto, ma non si potrebbe capire il modo di viver telero se non si ricordasse che rimane fondamentalmente elfico.
I Teleri, durante la loro infanzia, iniziano quasi tutti il percorso delle tre radure, come gli altri elfi, con l’unica differenza che pochi di loro arrivano fino alla terza(di solito coloro che lo fanno sono gli elementi più conservatori della società, come i sacerdoti o i nobili).
Ma anche queste prime due radure che gli elfi quasi tutti frequentano, sono caratterizzate da metodi ed insegnamenti poco ortodossi rispetto a quelli degli altri Eldar: le radure telere mettono insegnano all’elfo l’importanza dell’esperienza diretta e sono di impronta assai meno teorica di quelle quenya. Inoltre, a differenza di quelle Sindar, viene spiegato molto sulle culture straniere.
Il risultato di questo metodo è che molti Teleri sono stimolati al vedere il resto del mondo o a provare molte cose ben prima della fine della terza radura (di solito verso la fine della seconda).
Inoltre, un altro aspetto da analizzare è il concetto di soldi per queto popolo. Il commercio, per un Telero, viene visto come una “lode al creato”, in quanto permette di portare a casa le bellezze che i Valar hanno sparso per Ardania nella loro magnifica potenza creativa. Nella pratica, questo significa che, mediante il denaro, i Teleri possono  accumulare tutti quegli oggetti dalla fattura particolare ed esotica che essi tanto amano.
La conseguenza di questo è che i mercanti sono spesso ai vertici della comunità telera, e sono visti come coloro che contribuiscono di più (spesso con effettive donazioni monetarie) alle varie attività degli Eldar.
In generale la distinzione in classi della società e le differenze tra esse sono meno marcate che tra gli umani, anche se in maniera maggiore rispetto ai Sindar. La suddivisione sociale dei Quenya è invece ancora più marcata di quella telera, anche se il confronto è difficile date le grosse differenze tra le due razze. Al vertice della struttura sociale stanno i mercanti: più un mercante muove merci e imbastisce traffici, più è considerato saggio, lungimirante, provveduto e quindi importante nella società. Non esiste la nobiltà così come era intesa in tempi antichissimi elfici tuttavia ci sono alcune famiglie rinomate per avere compiuto qualche importante impresa in passato, dotate di una generale “buona nomea” ed a volte dotate di tendenze un po’ più conservatrici della media telera; tali famiglie possono essere definite “nobili” ma evidentemente non nell’accezione umana. Il termine viene a volte anche usato per le famiglie caratterizzate da grandi e durature tradizioni mercantili di successo (in effetti spesso il primo metro di valutazione va a coincidere col secondo).
Come da sempre nella Collettività Elfica, anche i Teleri tengono in grande considerazione i membri del clero elfico, nonostante non pratichino cerimonie religiose con l’elevata frequenza dei Quenya: a differenza di Ondolinde, però, a Rotiniel è visto come un gesto di profonda devozione fare grandi donazioni monetarie ai templi.
Grazie all’influenza delle Ninfe, le arti sono tenute in grandi considerazione, ed i mercanti fanno a gara per avere i migliori cantori ed artisti nelle loro dimore.
Una cosa interessante che si può notare nella società dei Teleri è che questi Eldar più invecchiano e più vanno a somigliare ai loro cugini quenya Ondolidelore, e non intendo solo fisicamente (la somiglianza somatica è già ben presente), ma a livello di modi e pensieri. Divengono sempre più “lenti” e calcolati nei loro modi, sempre più distaccati dai non elfi, sempre più pii e religiosi ed addirittura la loro lingua comincia a riempirsi di arcaismi e parole desuete. La cosa che mi è parsa più strana è che questo pare accadere “naturalmente”, senza che vi sia una volontà dell’elfo(I Teleri ne approfittano per ironizzare dicendo che i Quenya si comportano da “vecchi”).
In effetti, dopo secoli di viaggi e di esperienze tra non elfi, dopo aver visto amici ed amanti non elfi morire, generazione dopo generazione, molti dei Teleri acquistano una malinconia ed un distacco dal mondo non elfico, e tornano ad integrarsi con più rigore nella tradizionale comunità elfica.
Esattamente come gli altri elfi, i Teleri da anziani (il termine però non rende giustizia al loro aspetto…) non divengono decrepiti come sono io ora, ma paiono simili a uomini e donne mature con una grazia indescrivibile) è il desiderio di vedere il Bianco Albero della Splendente: tale desiderio pare crescere sempre di più con l’avvicinarsi della morte.
Come ultimo appunto vorrei far notare la particolarità dei Teleri. Quando un telero sente “il canto del Tulip”ed è prossimo a trapassare, di norma salpa su una piccola barca e prende il mare, andandosene senza tornare più. Raramente i Teleri scelgono altri luoghi. Inoltre dopo la morte dell’elda, si usa festeggiare: a differenza di noi umani la morte, seppur con lacrime agli occhi, è un’occasione per festeggiare il ritorno dell’anima del caro estinto al Tulip: i bardi cantano le gesta del morto ed i parenti bevono e danzano in suo onore.

Nella mia lunga permanenza a Rotiniel ho potuto analizzare con molta perizia gli oggetti che appartengono e vengono prodotti dagli elfi teleri ed anche confrontarli con artigianato di altre parti del Doriath. Non c’è dubbio che gli oggetti che vengono prodotti dai Teleri siano di ottima qualità come usano fare tutti gli elfi.
Il fatto che ne producano una ben maggiore quantità di quanto non facciano gli altri elfi non è, come pensano alcuni, dovuto al fatto che gli oggetti teleri siano di foggia o qualità inferiore, ma semplicemente perché i Teleri dedicano una grande parte della loro lunga vita alla produzione di oggetti di artigianato. I Teleri, tuttavia, non hanno come i Quenya, il desiderio di arrivare al massimo dell’arte in ogni cosa, e quindi, nonostante la qualità non lasci mai a desiderare, molti oggetti hanno molti meno abbellimenti “elfici” di quanto non tendano ad averne gli oggetti degli altri elfi
Gli artigiani di Rotiniel amano invece lasciare i dettagli di sapore elfico un po’ nascosti, particolarmente negli oggetti che saranno sicuramente esportati, come una piccola preghiera ai Valar oppure un incisione dal tema silvano, in qualche punto poco visibile. Posseggo ancora oggi una sciarpa che mio nonno mi portò da Rotiniel quando ero piccolo: solo osservandola in controluce notai un delicato motivo di delfini in gioco.
Ricordo anche il fatto che, nel caso un artigiano telero stia producendo un oggetto appositamente per mani elfiche, allora la cura per il dettaglio e l’abbellimento aumentano, mostrando picchi di armonia e squisitezza d’arte tipici dei Quenya. Inoltre, in generale, quando un oggetto risulta particolarmente ben riuscito, i Teleri tendono a tenerselo per sé.
Volevo anche accennare qualcosa riguardo alla cucina telera: nei miei anni di permanenza alla Perla ho mangiato assai bene ed ho vividi ricordi dei profumi e dei sapori speziati delle pietanze locali. Ovviamente i Teleri cucinano il pesce in modo eccelso ma hanno anche tutta una serie di pietanze secche per i viaggi in mare. Alcuni raffinati esempi di cucina telera sono: filetto di tonno glassato al miele d’acacia, panato con semi di sesamo irrorato di marmellata di melograno. I piatti quotidiani sono più semplici come ad esempio la marinata di pesce spada(pesce crudo lasciato riposare in olio, limone, sale e pepe).Rispetto alle pietanze che ho visto cucinare ad altri elfi tuttavia(i Quenya in particolare) la presentazione è meno curata.
Devo anche spendere due parole per le bevande telere: seppur siano presenti tra i Teleri tutte le bevande tipiche degli elfi, ve ne è una che è assolutamente tipica dei Teleri (ed indubbiamente di gusto eccellente): la birra telera. Nonostante questa non sia bevanda generalmente associata agli elfi, i Teleri ne sono grandi estimatori e produttori. Leggenda vuole che un mercante telero ingannò un oste umano nel continente per poterne avere la ricetta e riportarla nel Doriath.
Seppur non ci sia modo di dimostrare la veridicità di questa storia, è invece certo che la birra arrivò in qualche modo dalle terre umane. Ormai la birra che si produce a Rotiniel è diversa da quella delle terre degli uomini e presenta delicate fragranze leggermente diverse oltre che diverse gradazioni, in base alla lavorazione del malto (alcune assai forti): una prelibatezza che consiglio a tutti i viaggiatori in città.
Come la birra, anche il vestiario telero è assai interessante poiché permette di cogliere una tendenza tipica della creatività telera, ovvero il riprendere ed “elficizzare” oggetti e usi di provenienza straniera: gli elfi teleri infatti, oltre ad usare i tipici abiti elfici, usano assai spesso abiti umani, ma con stile e“ritocchi” elfici.
Per fare un esempio, posso raccontare di una volta in cui andai in un ballo organizzato per ricchi mercanti teleri… La mia sorpresa fu grande: poche dame indossavano gli attillati e sfilati abiti elfici, ma vestivano le grandi e pompose gonne che vanno di moda ultimamente tra le dame di Hammerheim. La cosa più interessante è che le avessero però ricoperte con raffinatissimi ricami elfici e con catenine di azzurrite e madreperla. Inoltre le parti superiori degli abiti avevano scollature e schiene scoperte come usano gli elfi (e che invece imbarazzerebbe molte dame dalle mie parti): insomma una perfetta fusione della moda elfica e di quella umana.
Va aggiunto che a quanto pare la moda cambia molto spesso, cosa che contrasta fortemente con il vestiario generalmente piuttosto conservatrice delle altre razze elfiche.
Si racconta spesso che un telero non abbia problemi a vestirsi come un contadino umano se ce ne fosse il bisogno, e lo posso confermare: una delle splendide dame della suddetta festa, la trovai il giorno dopo che girava per il mercato, vestita quasi come una contadina di Nosper con lo scopo di ottenere prezzi più bassi!. I Teleri sono veramente una razza piena di sorprese!

Musica telera

Si racconta che le figlie di Earlann, mezze mortali e mezze divine, amino irretire elfi (ed a volte umani) con il loro richiamo mistico. Sembra che certe sere, al tramonto o all’alba, un elfo che stia creando una qualche opera d’arte (da un quadro ad una canzone) possa sentire delle risatine ed alcune filastrocche cantate, e se uno decide di seguire questi sussurri, pare egli possa giungere dalle ninfe, che lo seducono e lo inducono a seguirlo nelle acque con loro. Le ninfe ripagano della compagnia l’elfo artista, insegnandogli una nuova tecnica, l’utilizzo di un nuovo strumento, una nuova, eccelsa forma d’arte, una canzone antica od una speciale competenza artigianale. Lo stesso vale ovviamente per le elfe, irretite da esseri soprannaturali o semi-divini affini alle ninfe, ma di natura maschile, di cui non posso rendere l’idea perché non esiste alcun corrispettivo nel nostro linguaggio.
Il numero di Teleri che hanno sostenuto in passato ed in presente di essere stati rapiti è assai maggiore di quello degli altri Eldar e viene visto da certi come un premio per la devozione che questi ripongono nel Sempre Saggio.
Non si sa quanto di vero e quanto di inventato ci sia in quanto viene narrato dai cantori  relativamente a tali rapimenti: è certo però che le doti musicali dei Teleri siano eccelse ed universalmente apprezzate. Non a caso, gli elfi teleri vengono chiamati anche “Lindar”, i cantori. Seppur nel quotidiano la lingua telerin non sia armoniosa come il sindar ne tanto meno il quenya, la bravura degli artisti teleri rende ogni brano, anche in telerin, eccelso. Già ad Hammerheim sapevo che i signori pagano somme ingenti per avere musicisti teleri ai propri banchetti.
La musica e le canzoni telere sono un misto di suoni tipicamente elfici, con forti influenze provenienti dalle culture conosciute attraverso gli scambi commerciali. È interessante notare come certi cantori teleri imparino spesso, dai Sindar che vivono a Rotiniel, il sindarin, considerato la lingua elfica che meglio si appresta, per i suoni dolci, la sua scorrevolezza e la sua musicalità, al canto. Tuttavia l’uso che ne fanno i Teleri è assai poco ortodosso: spesso ne “vivacizzano” i lenti canti sindarin, aggiungendovi veloci melodie di flauti e vivaci ritmi di percussioni e tamburelli. Si tratta insomma di un tipo di musica molto complicato: le melodie sono sempre diverse e particolari, imprevedibili, dalle sfumature esotiche. La musica telera è quindi così originale e creativa, talmente ricca e complessa da risultare “inarrivabile” all’ascoltatore umano…e forzatamente contaminata, se l’ascoltatore è un elfo. Eppure, grazie a tutto questo, unito al fatto che i cantori teleri amano cantare le gesta di eroi, battaglie, amori e vita quotidiana di tutte le razze con cui vengono in contatto, essi vengono considerati come i migliori di Ardania. Assai amata è anche l’arpa, che viene in qualche modo vista come legata al mare.

Scriverò qui qualcosa su quello che la stirpe di Marip’in pensa sul resto dei figli di Beltaine e le altre genti. Chiarisco subito un punto importante: questa non è l’opinione che ogni singolo telero prova verso gli altri elfi, ma quello che ho potuto notare essere un sentimento generalmente diffuso, una tendenza insomma. Certo, esistono casi estremi, come un telero assai conservatore che ho conosciuto diversi anni fa, convinto che i Quenya di Ondolinde facciano benissimo a chiudere le porte agli umani e timoroso che la tolleranza e l’apertura verso i non elfi stia facendo più male che bene ai Teleri, ma si tratta di una rarissima eccezione, non certo la norma.

Teleri sui Sindar

I Teleri provano sentimenti misti verso i Sindar. Ne rispettano molti peculiarità: il viscerale rapporto con la natura, il portamento pacato ed armonioso e l’abilità nell’avere a che fare con gli animali.
D’altra parte un telero tende a vedere i Sindar, particolarmente quelli che vivono a Tiond, come troppo distaccati dal mondo esterno, intravedendone il pericolo dell’antico decadentismo (preoccupazione che condividono anche certi Quenya), ovvero estremizzando quella tenedenza isolazionista presente nella cultura elfica sino a portare all’inabissamento della cultura elfica ed un lento sparire dalla storia. Ovviamente i Sindar hanno tutt’altra visione della loro cultura. D’altra parte vi è una profonda ammirazione per la genuina fede che i Sindar ripongono in modo spontaneo e diretto verso lo stile di vita derivato dal concetto di Collettività Elfica.

Teleri sui Quenya

Seppur i Teleri derivino tutti dalla stessa antica casata dei Quenya, le due strade che questi popoli hanno intrapreso sono talmente diverse da aver creato un certo distacco anche tra le relazioni e le opinioni che questi popoli hanno l’uno verso l’altro.
I Teleri non badano troppo alla disapprovazione che i loro modi tendono a procurare nelle sale della Splendente,e d’altra parte si riserbano anch’essi di criticare su certi aspetti: i Teleri vedono i Quenya come imbalsamati nelle loro tradizioni. Il telero ama essere un elfo, e custodisce le proprie tradizioni elfiche, ma è disposto a metterle in gioco, ed a modificare le proprie opinioni, rapportandosi ad altre razze. I Quenya, secondo loro, hanno invece perso di vista l’importanza del cambiamento per la paura di perdere ciò che faticosamente sono riusciti a conservare dopo i “falò senza luce” dei decadenti(ovviamente i Quenya hanno tutt’altra opinione).
I Teleri hanno scelto di conoscere il resto del mondo, e non c’è niente di più bello.
Tendenzialmente, per riassumere, si può dire che un telero che incontra un quenya di Ondolinde, tenda(forse) a considerarlo come un interessante (ma noioso) custode vivente dell’antica cultura elfica, che però necessiterebbe … di una qualche scossa dal mondo esterno.

Teleri sugli umani

Il termine quenya che i Teleri usano per gli umani è “Atan”(plurale atani). Verso di noi, provano due sentimenti: da un lato un potente fascino, verso queste creature che con vite così brevi riescono a fare così tanto ed avere infinite idee assai innovatrici. Dall’altro c’è un leggero disorientamento per l’impulsività, l’instabilità di intenti, i cambiamenti repentini che costantemente avvengono nella loro società così come nel loro carattere.
Sbaglia chi ritiene, come una volta facevo io stesso, che i Teleri considerino gli umani esattamente come altri elfi. Molti marinai che approdano a Rotiniel e che vedono telere scherzare con loro tra i tavoli sono convinti di poterle sedurre con facilità dato che “ i Teleri vivono come gli umani” ed infatti la maggior parte rimane a bocca asciutta (ahimè , quando ero ancora un giovane ed ignorante marinaio feci lo stesso imbarazzante errore …). Non si rendono conto che la bella e scherzosa telera addobbata di chincaglierie che parla in perfetto dialetto hammin potrebbe avere ben mezzo millennio di vita sulle spalle ed il mattino dopo essere una devota ed austera sacerdotessa di Earlann: i Teleri sono grandi trasformisti e non sempre manifestano la loro individualità o “elficità” a tutti!
I Teleri non condividono però la visione sugli umani che hanno gli altri elfi e quindi concedono loro la possibilità di vivere e rapportarsi continuamente con la Collettività Elfica,  spesso integrandoli nelle loro attività. Inoltre va detto che i Teleri  si trovano assai bene con gli atani: apprezzano la loro ‘freschezza’ e il loro modo di agire un po’ avventato, a volte più del modo di fare di molti altri elfi (magari di stirpi differenti).
Un’antica usanza tra i Teleri fu quella di mentire frequentemente. I Teleri allora stavano già avvicinandosi agli umani, e cominciavano  ad apprezzarli grandemente, anche se non provavano ovviamente quel legame viscerale che gli elfi provano tra di loro. Si accorsero di come fosse vantaggioso mentire, e quanto facile fosse farlo, e lo fecero. Oggi questo aspetto si sta un poco perdendo, dato che molti Teleri considerano certi umani come loro pari, e mai mentirebbero loro. Eppure, nonostante tra gli elfi mentire sia visto in maniera molto negativa, è ancora diffuso il costume, con gli umani, di raccontare qualche “storiella colorita”, esagerare le qualità o la provenienza di un dato oggetto, inventare scuse o pericoli scampati assai fantasiosi, semplicemente per ottenere uno sconto od un profitto maggiore…
Concludendo, i Teleri sono la razza elfica che ha la più alta considerazione degli umani, convivendovi e riconoscendone la diversità ed apprezzandone gli aspetti più positivi.

I Teleri ed i mezz’elfi

I “pereldar” (mezzi = “per-“ ;elfi = “eldar” ;sing =“perelda”) sono accettati e trattati con rispetto a e amicizia dai Teleri, cosa che spesso non avviene all’interno delle altre comunità elfiche. I Quenya, con le leggi che hanno codificato a partire dal senso di Collettività Elfica, ritengono i pereldar un errore, esseri da compatire e da “riportare” nelle terre degli umani. I Sindar non hanno un atteggiamento molto diverso, generalmente escludendo i peredhil (termine sindarin per “mezz’elfi”) dalla Comunità Elfica.
I Teleri sono gli unici ad accogliere i pereldar tra di loro, in particolar modo se in questi forte scorre il sangue elfico; sono disposti a conceder loro una considerazione quasi identica a quella di un altro elfo, li vedono come individui al di la della razza, apprezzandoli e giudicandoli per i loro meriti e le loro aziono e non per la loro origine. L’esempio più eclatante è stato l’incoronazione, non molto tempo fa, della Tàri Lindel, di stirpe mezz’elfa, al trono di Rotiniel, quindi alla guida del loro regno. Nonostante il suo retaggio misto, viene trattata con profondissimo rispetto e stima dai Teleri.

I Teleri ed i Nani

I Teleri vedono i Naucor (sing. “nauco”), ovvero i nani, con un certo distacco: forse i Nani sono l’unica razza, tra quelle civilizzate, verso la quale i Teleri non riescano a nascondere una certa dose di pregiudizio.
Sicuramente esiste una componente di amarezza e dispiacere per la durezza con cui gli antenati elfi trattarono i kasari ed effettivamente tutti, nel profondo, serbano un certo senso di colpa per le azioni dei loro padri. D’altra parte, un riavvicinamento è molto difficile, a causa dell’asprezza nel comportamento e del risentimento che spesso traspare dalle parole dei Nani quando si rapportano agli Eldar. Inoltre, le due razze sono profondamente diverse, per cui i modi di fare e i comportamenti spesso risultano incomprensibili gli uni agli altri. In conclusione quindi, nel loro rapporto con i Nani, i Teleri seguono la via più semplice: cercano semplicemente di evitarli.
Tuttavia ho potuto scoprire anche una certa curiosità, da parte di certi Teleri, per questa razza così diversa da loro e quindi ritengo che se ci fossero Nani disposti ad avere a che fare con elfi, troverebbero nei Teleri qualche possibilità di dialogo. Forse in futuro,chissà, potranno esserci anche dei rapporti, se non di amicizia, almeno di cordialità e rispetto reciproco; il mio amico nano, Kuzurd, ha fortemente dissentito ma io sono fiducioso.

I Teleri di Ondolinde

I miei studi sulla stirpe dei Teleri mi hanno condotto a fare un interessante scoperta. A quanto pare, dopo il Grande Incendio di Rotiniel, all’inizio del regno di Ersyh il Triste, un gruppetto di famiglie telere decise di lasciare la Perla invece di contribuire alla sua ricostruzione. Queste famiglie erano particolarmente legate alle loro origini Ondolindelore ed avevano ancora rapporti coi loro parenti nella Celata. L’allora Tari Aredhel Eldamar di Ondolinde accolse a braccia aperte questi gruppetto di Teleri che tornavano nella loro antica madrepatria, purché giurassero fedeltà di fronte al Tulip. La saggezza di Aredhel nell’accogliere quel gruppo di esuli è evidente ancora oggi, dato che questo ramo dei Teleri prospera ad Ondolinde contribuendo attivamente al benessere e alla ricchezza della città. I Teleri ondolindelore, detti anche “Teleri quenyahanno mantenuto gran parte delle loro tradizioni: il sangue telero è ben visibile nella carnagione olivastra di molti di loro e nei capelli rossi o neri che molti membri fieramente portano. Inoltre, nonostante pubblicamente tendano a parlare in quenya ondolindelore, nelle loro dimore parlano ancora in telerin di Rotiniel, cosa di cui vanno assai orgogliosi. Il ruolo che si sono ricavati all’interno della comunità è quello di mercanti e costruttori di navi ed inoltre hanno posizioni rilevanti nel clero di Earlann e Morrigan. I Quenya teleri hanno mantenuto molto della mentalità telera e sono quelli più spesso propensi ad avere a che fare con gli atani (umani) .
Il mio caro amico Olwe mi presentò una volta una telera di Ondolinde, una certa Lote. Devo riconoscere che se non fosse stato per la presentazione del  mio amico,con i suoi capelli rossi e la carnagione olivastra, non la avrei in nessun modo potuta distingure dai Teleri di Rotiniel.

Leggende telere

I membri della stirpe di Marip’in vengono chiamati “Teleri” poiché sono gli ultimi arrivati, la più giovane tra le stirpi degli Eldar: “teler” significa “ultimo” infatti. Tra i vari nomi con cui sono chiamati ho citato anche Nelyar,” i terzi” (in riferimento al fatto di essere la terza stirpe elfica… escludendo i drow ovviamente) e Lindar, grazie alle loro splendide canzoni e storie. Proprio di queste storie voglio parlare: i Teleri amano narrare storie, spesso raccolte nei porti di mezza ardania oppure avventure che loro stessi hanno vissuto, oltre che antichi miti.
I Teleri possiedono moltissime antiche leggende, alcune talmente strambe da non risultare credibili nemmeno ai bambini teleri, altre invece molto più verosimili. Ho deciso di accennare  ad un paio di queste.

  • La leggenda dei Luinfairi, gli “spiriti azzurri” : si dice che quando dei marinai muoiano sprofondando in mare il loro spirito non  riesca a giungere al Tulip, ma rimanga arrabbiato in mare ad invidiare chi lo solca. Sembra che questi spiriti abbiano attaccato in passato varie volte Rotiniel, l’ultima volta durante il regno di Ersyh, l’Aran Triste. Si dice siano non morti azzurri come il mare e con occhi che ardono di gelide fiamme azzurre, coperti di alghe, e che abbiano artigli affilati come lame.
  • Il  Delfino di Cristallo: Si dice che il Delfino di Cristallo fu evocato con un antichissimo cerimoniale dal clero di Earlann e che quest’ultimo lo concesse ai Teleri per proteggere le coste dagli attacchi dei serpenti marini, che pare fossero una volta ben più frequenti di oggi. Si dice sia velocissimo e dalla gran forza ed astuzia. Sembra che dorma nel fondale nei pressi di Rotiniel e che si risveglierà solo per aiutare nel momento del pericolo.
  • Il tridente di Marip’in: secondo questa leggenda Marip’in il Viaggiatore, durante un viaggio in nave, perse il suo possente tridente in mare. Pare abbia proprietà magiche e chi lo troverà potrà “comandare le acque e purificare le terre nel nome dei Valar”.
  • La  Ciria Fairion , la nave fantasma: ci sono numerosissime versioni riguardo questa leggenda e forse qualche sfondo di verità c’è dietro le storie di questi marinai.
  • I Loti Atalantar Morricaneva, i Fiori Cadenti di Morrigan: secondo i Teleri le stelle cadenti sono dei fiori che Morrigan tiene trai i suoi capelli scuri e che,quando essa si pettina, a volte cadano:pare che se una cada su un Elda,egli venga dotato di misteriosi poteri magici.

Ce ne sarebbero molte altre ma mi accontento di raccontare queste. Se siete curiosi di saperne altre andate pure a Rotiniel e chiedete, i Teleri vi accoglieranno con calore e ve ne racconteranno in gran numero.
Con questo penso di poter concludere il mio trattato, che è solo un frammento di conoscenza di fronte alla sapienza dell’Onnisciente Oghmar: Egli sia Lodato!
Dedico questo scritto al mio amico elfo Olwe, senza il quale non avrei potuto imparare così tanto sulla sua stirpe.

                 5 Forense, anno Imperiale 272
Elrik  Donovan
Storiografo Imperiale

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