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Qui i giocatori di The Miracle lasciano imprese, poesie, narrare eventi e grandi avventure avvenute e in svolgimento su Ardania. Linguaggio strettamente ruolistico.

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By Haramiel
#59167
Da diversi cicli di Nut la Calequendi vagava tra e baite druidiche e sempre meno vacui erano i suoi pensieri nei confronti delle genti di Arda, così come erano ogni giorno più ovattate le profonde ed intime energie di Arda che poteva saggiare grazie a quel Dono.
Era momento, come ogni Drudjah sa, di alleggerirsi del fardello, così come è insegnato quando questo grava troppo: il peso della sofferenza dell’Essenza lacerata di Arda non è qualcosa da prendere alla leggera.
Di consueto, è assolutamente normale che in rare occasioni un Drudjah si privi di tali sensazioni, per sostenerle meglio in un secondo momento. Quasi come quando la luce di Aguardar accieca al risveglio mattutino e ci si copre gli occhi rimanendo ciechi, ad un Drudjah può servire un riposo.
Ma qualcosa non andò come previsto quando Haramiel sfilò l’anello dal dito indice della mano destra: mentre lo portava al palmo della mano sinistra stringendolo, qualcosa ha iniziato a ribollire in tutto il suo corpo partendo dal cuore ed estendendosi fino alla parte più superficiale della sua pelle.


Nadz-ash, forse?

Solo il pensiero sussurrò quelle parole, perché nulla uscì dalle labbra dell’Elfa il cui volto mal celava un’espressione ormai vacua mentre le pupille si muovevano osservando attorno quel luogo dal clima temperato che riunisce tutte i drudjah.
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Era il tempo di Yule, il buio che può inghiottire Aguardar o lasciarlo splendere nuovamente, una celebrazione che la Calequendi percepiva distante, forse per il Dono che ormai non era più in mano sua.
Durante i giorni precedenti e antecedenti a Yule, Haramiel passava più tempo ad Ilkarin ormai, come in origine quando seguiva i principi del Tutto all’ombra della Quercia.
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Finché un giorno, a Meadhan Arda, tutto sembrava confondersi, muoversi lentamente davanti ai suoi occhi mentre i suoni delle altre voci. Sensazioni paragonabili ad una sbornia mista all’uso di sostanze che annebbiano ulteriormente la mente e i sensi.
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Stranita guarda gli altri Drudjah, ma ciò che ricorderà è solo di essersi svegliata, forse da un sogno, aprendo gli occhi alla baita dell’Hilldoriath, luogo dove crederà di essere sempre rimasta.
Aperti gli occhi, come al risveglio da un breve riposo, osserva la baita espirando leggera finché una morsa le prende il petto e il ribollire dei suoi vasi sanguinei diventa in breve tempo un furente fluire di sangue.
Ma le nebbie attanagliavano la sua mente, ed i suoi ricordi. E la attanaglieranno sempre, perché guardarsi indietro non è come comprendere e conoscere il passato quando invece si deve perseverare di fronte a se, andando avanti, ove vi è la luce.
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I suoi passi vengono spinti laddove ha sempre peregrinato ciclicamente: alle sacre fronde di Tulip, ove la Luce nutre gli Eldar, il Tutto che non ha mai smesso di venerare.
Ogni passo che la avvicinava alla Silala era diverso da tutti quelli dei secoli precedenti, diverso da quando l’Essenza di Arda venne lacerata da Yesh, diverso da quando accolse quel fardello e riprese non solo a sentire l’Essenza di Arda, ma a sentire anche ogni fibra di sofferenza.
La realtà è che l’elfa non si era mai separata totalmente dall’Hildoriath.
La realtà che ora è la sua vera natura che prevale, pulsa, e non può essere accolta o rifiutata, nemmeno domata o controllata di nuovo.
By Haramiel
#59196
La barriera si apriva al suo passo, e in quel momento la sua carne fremeva come se il sangue rispondesse alla barriera, o il contrario.
Ogni passo che la avvicinava a Tulip riecheggiava nel suo petto, divenendo sempre più leggero, e oltre le bianche mura la nebbia che attanagliava la sua mente iniziava a divenire più luminosa dissipandosi lentamente. La sua mente si chiedeva per quale motivo avesse passato tutti quegli anni alla baita a sud di Ilkarin, ma il tarlo del quesito non scendeva in profondità nei suoi pensieri ormai focalizzati solo alla vicinanza del Tutto, quel Tutto di cui ha sempre portato la parola e i principi al di fuori dell’Hilldoriath.
Il motivo del perché il richiamo fosse così forte negli ultimi tempi, tanto da toglierle concentrazione da ogni altra cosa, le era ignoto. Temeva anche una certa diffidenza da parte della Collettività perché ne era sempre vissuta al margine e questo suo ritorno non sarebbe stato momentaneo come in precedenza.
Il dubbio ora accompagna i suoi passi, ma il suo sangue sembra quitarsi alla Valle Feconda e in pochi giorni alcuni Eldar le chiedono a cosa è dovuta questa permanenza più duratura. Haramiel nulla cela alla Collettività a cui risponde con totale trasparenza.
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Come un serpente muta, ci si adatta ai nuovi equilibri. Dopo Tulip, tramite i Valàr, non sa cosa ci sia in serbo per lei: non lo può sapere. Come le radici di un albero convogliano in tronco e poi si diramano in rami e foglie è qualcosa che si vede nei boschi con lo scorrere del tempo, ma spiritualmente è qualcosa che sta accadendo alla Calequendi la cui natura prevale come la crescita e l’estensione dei rami di un albero.
Dall’acqua che permea e bagna ogni cosa, dal Sapere alle Arti, ai Boschi e alla luce, tra selva e caccia una domanda della Ninque Saila spezza l’apparente pace ritrovata di Haramiel.
“Avete fatto sogni, Selèr?”
Quella domanda fece muovere i pensieri di Haramiel, come un torrente che serpeggia veloce e impervio nei dislivelli del terreno che percorre.
Prese a dipingere, di un sogno ricorrente privo di Belenil, dalla Corona dei Re alle Dodici Sorelle: l’oscura volta superiore abbraccia il Bosco di Tiond dove gli Eldar sono intenti alla rituale Fara En’Suldanass e dove la Calequendi ha una chioma fulva, per poi recarsi ad Ilkarin.
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Elentari, sei sempre stata tu, mia Valie? Perché solo ora?
La nebbia ormai si era dissipata dalla mente di Haramiel, con gli occhi beati nella luce di Tulip, conscia che forse ogni suo passo nei decenni precedenti sia stato forse volere di Morrigan senza chiedersi cosa abbia in serbo ora per lei, non accecata dalle nebbie.
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